Il vertice Nato di Ankara: conseguenze e prospettive
Com’è noto, agli inizi di luglio 2026 si è tenuto in Ankara un importante Summit della Nato.[1] Le notizie che sono emerse da tale ‘vertice’ sembrano mostrare un andamento dello stesso in due tempi: una fase iniziale caratterizzata da forti tensioni e critiche verso alcuni alleati, seguita da una distensione dopo che gli Stati membri hanno confermato un significativo incremento degli impegni finanziari per la difesa.
Parallelamente, il presidente Trump ha ribadito, secondo fonti concordanti, la volontà di mantenere gli Stati Uniti nella NATO, vanificando le precedenti minacce di disimpegno, tanto da sottoscrivere la seguente dichiarazione finale: “La Russia rappresenta una minaccia a lungo termine per la Nato, l’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno a Kiev nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale”.[2]
A ben considerare, ritengo che non ci si debba sorprendere per la successione di toni aspri e concilianti esternati nell’occasione da Donald Trump, in quanto essi sono conformi al noto stile comportamentale che lo contraddistingue allorché alterna momenti di forte pressione a momenti di apertura. Mi sembra, invece, che il vero significato del vertice si individui valutando le ipotizzabili conseguenze della delineata sua conclusione; dobbiamo porci, pertanto, la domanda: che cosa accade se gli europei assumono una parte crescente degli oneri finanziari della difesa, mentre la direzione politico-strategica dell’Alleanza rimane sostanzialmente concentrata nelle mani degli Stati Uniti?
È questo un interrogativo che richiama un principio generale del diritto pubblico e del diritto delle organizzazioni internazionali: alla responsabilità deve corrispondere un adeguato potere decisionale; pertanto, se aumentano gli oneri, ma non aumenta la capacità di incidere sulle decisioni comuni, può emergere uno squilibrio istituzionale. Naturalmente, ciò non significa che tale squilibrio si sia già realizzato; significa piuttosto che esso costituisce un interrogativo legittimo, sul quale il vertice di Ankara induce a riflettere.
L’accresciuta assunzione di responsabilità finanziarie e militari da parte degli alleati europei rende, infatti, attuale il problema dell’autonomia decisionale dell’Europa rispetto ad eventuali iniziative militari non riconducibili alla difesa collettiva disciplinata dal Trattato del Nord Atlantico (si pensi alla richiesta di aiuti da parte di Trump in occasione della guerra degli USA contro l’Iran). Quanto maggiore è il contributo richiesto agli alleati, tanto più rilevante diviene l’esigenza che essi partecipino effettivamente alla formazione delle decisioni strategiche dell’Alleanza.
Al riguardo, rileva la rapidità con cui il presidente americano muta le dinamiche della sua comunicazione politica (con ovvi, continui cambiamenti di posizioni), la quale di certo interagisce negativamente sulla coerenza del suo ruolo di grande leader e, più in generale, sulla stessa affidabilità degli Stati Uniti; rendendo, altresì, particolarmente difficile per gli alleati prevedere l’evoluzione della strategia comune. Da qui il convincimento che il tycoon, mosso da ragioni che prescindono dall’interesse comune degli alleati, abbia avviato un percorso relazionale con questi ultimi destinato a innovare le originarie ragioni che furono a fondamento della Nato, senza considerare nel contempo la conseguenza di dover modificare anche lo schema che per l’Alleanza venne ipotizzato in sede di costituzione.
D’altronde, è evidente come la Nato nel presente sia entrata in una fase caratterizzata dall’esigenza di ridefinire il rapporto tra solidarietà, condivisione degli oneri e partecipazione alle decisioni; sicché, non v’è dubbio che, in prospettiva, debbano essere adottate mutazioni strutturali al suo interno che attualmente non sono state ancora ben identificate, ma che con certezza ne modificheranno la configurazione.
Possiamo, pertanto, addivenire ad una conclusione: Donald Trump col suo tempestoso agere, spesso animato da interesse personale piuttosto che dalla ricerca del bene comune, ha innestato un processo che trascende la sua volontà ed i limiti della sua carente strategia.
Ne consegue che gli alleati europei – al fine di non accettare un rapporto di piena subalternità agli Stati Uniti, rinunciando a prerogative e a diritti che ad essi spettano – dovranno affrontare e risolvere in tempi brevi la problematica di un nuovo riparto dei poteri e delle funzioni all’interno della Nato. Essi devono, infatti, evitare che un domani, quando negli USA potrebbe esserci un altro presidente (con uno stile completamente diverso da quello che oggi si riscontra con apprensione nel capo dell’esecutivo americano) sia ancora proponibile la domanda che poc’anzi mi ponevo: può esistere un’Alleanza occidentale nella quale gli oneri vengono progressivamente riequilibrati senza che si riequilibrino anche le responsabilità decisionali?
Un’ultima considerazione. Nella stampa specializzata e negli scritti riguardanti Donal Trump spesso si legge che egli ha un vivo desiderio di “passare alla storia”. Su questo non posso pronunciarmi; posso però dire che, al di là delle intenzioni dei protagonisti, alcuni leader finiscono per essere ricordati perché hanno segnato una svolta nelle istituzioni internazionali. E’ quindi, probabile che, fra molti anni, gli studiosi ravvisino negli accadimenti odierni la fase d’inizio di una trasformazione del rapporto transatlantico; in questo caso potrebbe accadere che paradossalmente la figura di Trump venga ricordata per l’impatto che la sua presidenza ha avuto sulla evoluzione del sistema delle alleanze occidentali, piuttosto che per la tempesta politica e gli sconvolgimenti socio economici che le sue modalità comportamentali nel presente hanno suscitato.
Francesco Capriglione
[1] Cfr, l’editoriale intitolato Trump attacca la Nato, poi la salva. Intesa su art, 5 e aiuti a Kiev, visionabile su La Stampa del 9 luglio 2026, nel quale è riportato che il presidente USA in un primo momento si è scagliato contro gli alleati, ma poi ha firmato la dichiarazione finale: “Qui c’è amore”.
[2] Cfr. l’editoriale intitolato Vertice Ankara, Trump: “Spagna cattiva, Italia buona”. E poi: “Nato unita, ci amiamo”, visionabile su https://tg24.sky.it/mondo/2026/07/08/vertice-nato-ankara-trump-meloni-diretta, nel quale è riportata la dichiarazione finale rilasciata dai partecipanti al del vertice.
