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Roma, 9 giugno 2026, Audizione alla Camera dei Deputati

di - 24 Giugno 2026
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Dalla crisi della lira del 1992 a oggi la crescita media annua del Pil non è andata oltre lo 0,7%. È il peggior risultato dal tempo della Destra Storica ed è la metà di quello, anch’esso non brillante, dell’area dell’euro.

Si sono spenti i due motori della crescita: l’accumulazione del capitale e il progresso tecnico. Gli investimenti in beni strumentali sono stati dal 2000 inferiori al 2% del Pil; dal 2009 al 2016 sono risultati addirittura negativi al netto degli ammortamenti; solo negli ultimi due anni hanno ritrovato i pur mediocri rapporti al Pil di un quarto di secolo fa. Dal 1995 la crescita della produttività totale dei fattori è stata appena dello 0,4% l’anno e ha contribuito solo per lo 0,2% all’incremento annuale del Pil.

Accumulazione e progresso tecnico hanno ristagnato perché le imprese hanno comunque potuto realizzare profitti. I profitti sono stati consentiti da sottovalutazione del cambio, moderazione salariale, evasione delle imposte, contributi pubblici, contratti di favore con la PA per forniture, appalti, concessioni. Quindi le imprese potevano investire poco e innovare poco.

Nonostante la bassa crescita dal 2014 l’occupazione è aumentata, più dello stesso Pil, e il tasso di disoccupazione è sceso, dal 13% al 5%. Le imprese hanno sostituito lavoro a capitale, riducendo il rischio e avvalendosi di manodopera precaria e poco costosa anche se a bassa produttività.

Per tentare di rilanciare la crescita del Pil nel medio-lungo periodo la politica economica dovrebbe agire almeno lungo queste linee:

  1. Risanare bilancio e debito senza imposte patrimoniali ma riducendo l’evasione e le spese non-sociali, per fare così spazio a investimenti pubblici nella sanità, nella sicurezza del territorio, in istruzione e ricerca orientando ampiamente al Sud gli investimenti in tali infrastrutture.
  2. Imporre alle imprese la concorrenza, con una azione antitrust efficace e soprattutto evitando che i profitti continuino a basarsi su bassi salari e rapporti anomali col fisco e con le pubbliche amministrazioni. Solo allora le imprese saranno costrette a cercare l’utile investendo e innovando.
  3. Abbattere la povertà e perequare la distribuzione del reddito, che limitano il capitale umano e quindi la crescita.
  4. Offrire alla imprenditorialità un moderno diritto dell’economia – privato, amministrativo, processuale – e l’allentamento dei vincoli burocratici.
  5. Infine, impegnarsi affinché l’Europa, invece di affidare a improbabili politiche industriali i problemi strutturali dei singoli paesi, si concentri sulla piena occupazione e sulla stabilità dei prezzi nel complesso dell’area. Servono una politica fiscale espressa da un bilancio comune e una politica monetaria tempestiva, d’anticipo. A quest’ultimo fine per la BCE è essenziale “il doppio mandato”, prezzi ma anche occupazione.

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