L’ambiente e l’economia
L’homo faber nei millenni ha ferito la terra. Ma l’uomo capitalista stravolge l’ambiente. Il capitalismo genera riscaldamento climatico. Lo fa essenzialmente per due ragioni.
La prima ragione è quella per cui al capitalismo nessun paese rinuncia sebbene esso sia instabile e iniquo, oltre che inquinante: il sistema accresce la produzione, presupposto del benessere materiale. Dal 1820 a oggi, per una umanità esplosa di otto volte, il prodotto mondiale è aumentato di 130 volte. Ancor di più si è moltiplicata l’attività industriale, che abusa dell‘energia fossile. Dall’anno 1 d.C. sino al 1800 il prodotto mondiale, lungo 17 secoli, era invece aumentato appena di sei volte, solo poco più della popolazione: il ristagno millenario teorizzato da Malthus.
La seconda ragione è che le imprese capitalistiche non includono nel conto economico gli oneri che fanno ricadere su terzi, le cosiddette “esternalità negative” (Pigou): la fabbrica che scarica i residui nel lago stermina i pesci e non risarcisce i pescatori. I costi vengono così sottostimati, i profitti sovrastimati e le produzioni non incontrano un limite endogeno, un freno automatico.
Le conseguenze sono emissione di gas nocivi e mutazione del clima. La temperatura terrestre ha già superato la soglia critica dell’aumento di 1,5 gradi dalla età preindustriale. Fra i rischi per il futuro vi sono scioglimento dei ghiacci, innalzarsi e acidificarsi dei mari, desertificazioni, estinzione di fauna e flora, migrazioni di popoli, epidemie. Il premio Nobel Nordhaus ha riassunto questi rischi come “Climate Casino”.
Si può frenare il capitalismo verso una “decrescita serena” (Latouche)?
Non si può. Soprattutto non si deve.
Non si può perchè il modo di produzione capitalistico è per sua natura una macchina impersonale che fonda il profitto sull’accumulazione di capitale, il progresso tecnico, uno sviluppo inarrestabile delle forze produttive. Altri sistemi economici, altri modi di produzione, non sono alle viste.
Non si deve perché anela tuttora alla crescita la metà del genere umano che sopravvive a stento con sette dollari al giorno, rispetto alle centinaia di dollari dei fortunati abitanti dei paesi ricchi. Negli stessi paesi ricchi, come gli Stati Uniti e l’Italia, versa in povertà assoluta il 10% dei cittadini. La soluzione del problema climatico richiede investimenti e risorse provenienti dalla crescita, che non vengano sottratti ad altri usi.
La crescita crea il problema, ma solo la crescita può risolverlo.
E il problema è risolvibile lungo tre linee d’azione:
- L’eccessivo ricorso alle fonti fossili va disincentivato, costringendo o inducendo le imprese a includere nel conto profitti e perdite i costi sociali che ne derivano. Obblighi e divieti, tassazione, sussidi, limitati permessi di inquinare sono fra gli strumenti, in parte già sperimentati, volti a “internalizzare” le esternalità negative. La dimensione giuridica del ”chi inquina paghi” è cruciale.
- La composizione della domanda per consumi, investimenti, spesa pubblica va orientata dalle politiche economiche verso i servizi, meno inquinanti dei prodotti industriali.
- Vanno promosse le tecnologie e le fonti d’energia amichevoli nei confronti dell’ambiente. Già ne esistono – dall’auto elettrica al solare – ma ne vanno sviluppate altre, radicali, risolutive.
La difficoltà è nell’ammontare di risparmio necessario alla vasta riallocazione di risorse che si richiede. Secondo i maggiori studiosi – Nordhaus, Stern, Musu, Carraro – occorre investire molto, uno o due punti di Pil mondiale all’anno per alcuni decenni. Il Pil mondiale tende a crescere del 3% l’anno, grazie al 7% dell’India e al 5% della Cina, mentre all’opposto la crescita europea stenta sull’1% e quella degli Stati Uniti è destinata a frenare perchè inflazionistica. Distribuzione degli oneri a parte, con una crescita del 3% l’anno esisterebbe lo spazio globale per investimenti climatici che non intacchino gli altri utilizzi delle risorse, in specie se non si aumentano le spese militari, già enormi.
Ma l’ostacolo principale nasce dalla distribuzione degli oneri. La cooperazione fra gli Stati sarebbe essenziale per evitare che la ricerca del bene pubblico “ambiente” sia minata dall’opportunismo dei paesi che ne trarrebbero beneficio senza contribuire ai costi del riequilibrio. Ma fra i paesi che non aderiscono all’Accordo per il clima vi sono gli stessi Stati Uniti, mentre le nazioni aderenti non sempre adempiono gli impegni presi. Inoltre l’attuale amministrazione americana ha inferto durissimi colpi alla cooperazione e al diritto internazionali.
La radice del vuoto di unità d’azione per l’ambiente è nel contrasto fra i paesi che inquinano molto oggi e quelli che hanno inquinato molto nel passato. I secondi vorrebbero che a pagare fossero soprattutto i primi, e viceversa. La Cina (20%del Pil mondiale) attualmente genera oltre 11 milioni di tonnellate metriche di Co2 l’anno, ben più dei 5 milioni degli Stati Uniti (15% del Pil mondiale). Gli Stati Uniti, tuttavia, dalla Rivoluzione industriale a oggi hanno cumulato oltre 400 milioni di tonnellate rispetto ai 250 milioni della Cina.
Non resta che confidare nella presa di coscienza della urgenza della questione ambientale da parte delle opinioni pubbliche e nella pressione che esse possono esercitare sulle classi politiche e di governo dei loro paesi.
Ma è difficile essere ottimisti.
Master di Diritto dell’ambiente
“Sapienza”, Roma
23 gennaio 2026
