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Pierluigi Ciocca, commento a A.L. Capussela, “The Republic of Innovation. A New Political Economy of Freedom”, Polity Press, Cambridge, 2025.

di - 27 Aprile 2026
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Sir John Hicks escludeva che potesse mai esservi una teoria della crescita economica superiore alle altre. Robert Solow dubitava che l’econometria comparata potesse soppesare l’apporto delle potenziali determinanti, non solo economiche, dello sviluppo produttivo. La teoria da cui questo bel libro muove  sostiene invece che alla base della schumpeteriana distruzione creatrice e della crescita vi sono le libertà “occidentali”. La circolazione delle idee consentita da quelle libertà, variamente definibili, sarebbe la fonte ultima delle innovazioni e della produttività.

Per questa teoria la poco democratica Cina, record storico di sviluppo per un miliardo e mezzo di persone, forse è un outlier…Ma le stesse nazioni occidentali supposte alimentare e diffondere le idee stanno sperimentando lo scemare del progresso tecnico. Negli anni Duemila il rallentamento della “produttività totale dei fattori” non ha quasi patito eccezioni nei paesi dell’OCSE.

Nel caso americano il fenomeno è di più lungo periodo.  La dinamica della produttività totale è scesa dal 2% l’anno prima degli anni Settanta all’1% nel 1994-2004, allo 0,4% nel decennio successivo (Gordon). Dal 2015 a oggi non vi è stata ripresa, nonostante la decantata intelligenza artificiale statunitense (Phelps). La scarsa innovazione concorre alla bassa competitività delle merci americane, ai disavanzi pubblici e di bilancia dei pagamenti, a una posizione netta verso l’estero passiva giunta a 28 trilioni di dollari. Quando dominava, dalla vittoria su Napoleone agli anni Trenta del Novecento, Londra non era indebitata, finanziava il resto del mondo. Gli Stati Uniti vivono da quarant’anni a spese del resto del mondo. La loro primazia è minata nei fondamenti economici. Ma gli interventi correttivi latitano. Lo stesso ruolo privilegiato del dollaro è in forse, sfidato dai BRICS.  Data la debolezza dell’economia a Washington non restano che le armi, di cui abusa.

L’ISTAT stima che nemmeno nel caso italiano il miglioramento della produttività totale, dal 1995, ha raggiunto lo 0,5% l’anno. Nell’arco del trentennio l’economia ha ristagnato e l’apporto del progresso tecnico al Pil è stato appena pari allo 0,2%, rispetto allo 0,8% del 1973-1994, per non dire del 4% spiccato nel 1950-1973.

Secondo giuristi e politologi la democrazia è in crisi, clamorosa negli Stati Uniti. Ma non è detto che sia questa la causa generale dello scemare del progresso tecnico. Altre spiegazioni? Almeno due.

La prima è il dilatarsi del ruolo dello Stato. Nell’area dell’OCSE la somma delle uscite e delle entrate della Pubblica Amministrazione è salita all’80% del Pil. In Francia, Svezia, Italia si aggira sul 100%. Cento anni fa non arrivava al 30%. L’ascesa – armamento a parte – ha riguardato soprattutto le spese del welfare, prezioso collante sociale ma meno produttive degli investimenti, pubblici e privati.

La seconda ipotesi è che lo stimolo a innovare si è attenuato perchè i profitti hanno potuto realizzarsi comunque, senza dover ricercare la produttività. Negli Stati Uniti gli utili sono derivati dalla concentrazione e dal potere di mercato delle imprese, nonostante l’antitrust (Philippon). In Italia il sostegno ai profitti è derivato dalla bassa concorrenza e dal contenimento dei salari, ma soprattutto dal rapporto malato fra lo Stato e il mondo degli affari: scandalosa evasione delle imposte unita a forniture, appalti, concessioni, contributi smaccatamente favorevoli ai privati, il tutto per non pochi punti di Pil all’anno.

La produttività tornerà probabilmente a progredire grazie alla spinta autopropulsiva che è stata e rimane la forza bruta del capitalismo. Ma la complessità e la varietà del rapporto fra economia e assetti istituzionali non consentono di affermare né che le libertà democratiche assicurino di per sé la crescita, né che la democrazia sia venuta per restare una volta varcate determinate soglie di reddito.

Sul rapporto democrazia/economia si deve concordare con Amartya Sen: “A conti fatti è difficile respingere l’ipotesi che non ci sia correlazione né in senso né nell’altro; e poiché le libertà e i diritti sono importanti di per sé gli argomenti a favore della democrazia rimangono intatti” (A. Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano, 2000, p. 154).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

We cling to a distorted idea of freedom. To be free, we commonly think, means to be unconstrained. This widespread belief makes our societies less fair, as it fails to confront that freedom to act can mean freedom to dominate. But, as Andrea Capussela argues in this highly original combination of philosophy and economics, that is not all: it also makes us less prosperous.

True freedom, Capussela writes, arises when no one is subject to another’s will, be that the will of an employer, Big Tech, or the so-called elite. A citizen who is free in this higher sense is a human being who can look anyone in the eye. A society that strives toward this ideal will become more innovative, as increasing numbers of people are granted enough security to flourish, experiment, and take risks. Capussela intertwines political philosophy with cutting-edge theories of economic growth, presenting the synergy between them as the basis for political programmes that can help western democracies rise above the legacy of neoliberalism and overcome their crisis. Societies of free citizens won’t trust demagogues.


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