Disuguaglianze economiche e criminalità ambientale in Italia

La crescita delle disuguaglianze economiche costituisce oggi una delle sfide più rilevanti per le economie contemporanee. Negli ultimi decenni, in gran parte dei paesi avanzati ed emergenti, la distribuzione del reddito e della ricchezza si è progressivamente polarizzata, sollevando interrogativi non solo di natura sociale, ma anche economica e istituzionale. Le evidenze empiriche disponibili confermano la portata del fenomeno. Secondo il World Inequality Report 2026 e il rapporto Oxfam 2026 “Nel baratro della disuguaglianza”, in molti paesi l’1% più ricco della popolazione possiede più ricchezza del 50% più povero, mentre la metà più povera dispone spesso di meno del 5% della ricchezza nazionale. Nel solo 2025, la ricchezza detenuta dagli individui con patrimoni miliardari è cresciuta del 16% in termini reali e dell’81% rispetto al 2020, mentre la riduzione della povertà globale risulta sostanzialmente ferma da diversi anni (Oxfam, 2026). La tesi condivisa è che le disuguaglianze non rappresentano più soltanto un problema sociale, ma costituiscono un fattore di fragilità democratica e di instabilità sistemica, come emerso anche nel recente dibattito internazionale ospitato dal World Economic Forum di Davos (2026). Questi dati non descrivono una fase congiunturale, ma riflettono una tendenza strutturale che si consolida dagli anni Ottanta in poi, come evidenziato da economisti quali Piketty (2014) e Atkinson (2015).

Anche il caso italiano conferma questa lettura. Come evidenziato da Oxfam (2026), nel nostro paese la povertà assoluta rimane stabilmente elevata, mentre il disagio abitativo è in crescita. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro continua a essere caratterizzato dalla diffusione dei cd. working poors, lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a raggiungere livelli di reddito adeguati. A queste dinamiche si aggiungono le persistenti disuguaglianze territoriali, in particolare il divario economico tra Nord e Sud.

Le disuguaglianze di reddito e ricchezza non producono effetti soltanto sul piano sociale o distributivo ma, sempre più spesso, si riflettono anche nella dimensione ambientale. A livello globale, infatti, la distribuzione delle responsabilità climatiche appare profondamente diseguale. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di oltre il 50% delle emissioni globali di CO₂, mentre l’1% più ricco emette più del 50% più povero della popolazione mondiale. La crisi climatica appare quindi anche come una crisi distributiva, sia in termini di responsabilità per le emissioni, sia nella distribuzione dei costi e dei danni ambientali. Come sottolinea il rapporto Oxfam 2026, cambiamento climatico e disuguaglianze economiche tendono a rafforzarsi reciprocamente. I costi dei danni ambientali e climatici ricadono infatti in modo sproporzionato sui redditi più bassi e sui territori più fragili, alimentando nuove forme di disuguaglianza.

Anche in Italia questa dinamica assume caratteristiche particolarmente evidenti. I costi ambientali e climatici tendono a concentrarsi nei territori socialmente più fragili, dove si registrano livelli più elevati di esposizione a rischio idrogeologico e ondate di calore. Le situazioni di maggiore vulnerabilità riguardano soprattutto il Mezzogiorno, le aree interne e molte periferie urbane. Quando disuguaglianze economiche e disuguaglianze ambientali si intrecciano, la gestione del territorio tende a diventare più fragile e il rispetto delle regole può indebolirsi. In tali contesti, alcune forme di illegalità ambientale possono rappresentare una risposta (distorta) a vulnerabilità strutturali di natura economica e territoriale.

In questa direzione si colloca il lavoro empirico di Germani et al. (2024), che analizza direttamente il rapporto tra disuguaglianza economica e criminalità ambientale. Nello specifico, lo studio esamina se e in che misura l’illegalità ambientale sia correlata alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito, controllando per un insieme di variabili socio-economiche e istituzionali comunemente utilizzate negli studi empirici sulla criminalità in generale (Cook e Zarkin, 1985; Marselli e Vannini, 1997; Buonanno, 2006; Buonanno e Leonida, 2006; Almer e Goeschl, 2010; De Blasio et al., 2016; Germani et al., 2020). I risultati mostrano un robusto effetto positivo e statisticamente significativo della disuguaglianza di reddito sulla criminalità ambientale, misurata attraverso l’indice di Gini, anche controllando per variabili come disoccupazione, salari e altre caratteristiche socio-economiche delle regioni. Pertanto, nelle regioni italiane con livelli più elevati di disuguaglianza economica, si osserva una maggiore incidenza di reati ambientali. Tale evidenza suggerisce alcune implicazioni rilevanti per le politiche pubbliche. In particolare, il legame tra disuguaglianza economica e criminalità ambientale indica che queste forme di illegalità sono spesso radicate in condizioni di vulnerabilità economica e territoriale. Ne deriva che la loro prevenzione non può basarsi esclusivamente su strumenti repressivi, ma richiede politiche capaci di affrontarne anche le determinanti strutturali. In questo senso, il persistente divario economico tra le regioni italiane evidenzia l’importanza di strategie di sviluppo territoriale orientate a una crescita più equilibrata e inclusiva. Interventi volti a ridurre le disuguaglianze di reddito e ad ampliare le opportunità economiche nei territori più fragili possono contribuire non solo a ridurre le disparità sociali, ma anche a diminuire l’incidenza delle attività illegali che danneggiano l’ambiente. Nel complesso, il caso italiano suggerisce che il contrasto alla criminalità ambientale richiede un approccio integrato, in cui le politiche di tutela ambientale si affianchino a strategie più ampie di riduzione delle disuguaglianze economiche e territoriali.

Anna Rita Germani[1]

 

Bibliografia

Almer C., T. Goeschl (2010). Environmental Crime and Punishment: Empirical Evidence from the German Penal Code, Land Economics, 86(4): 707-726.

Atkinson A. B. (2015). Inequality: What Can Be Done? Cambridge, MA: Harvard University Press.

Buonanno P. (2006). Crime and labour market opportunities in Italy (1993-2002), Labour, 20 (4): 601-624.

Buonanno P., L. Leonida (2006). Education and Crime, Applied Economics Letters, 13; 709-713.

Chancel L., R. Gómez-Carrera, R. Moshrif, T. Piketty, et al. (2026). World Inequality Report 2026, World Inequality Lab, https://wir2026.wid.world

Cook P.J., G.A. Zarkin (1985). Crime and the business cycle, Journal of Legal Studies, 14(1): 115-128.

De Blasio G., G. Maggio, C. Menon (2016). Down and out in Italian towns: Measuring the impact of economic downturns on crime, Economic Letters, 146: 99-102.

Germani A.R., A. Castaldo, A. Ker (2024). Does Income Inequality Lead to More Environmental Crime in Italy? in Ecomafie: Crimine Organizzato, Business e Ambiente, M. Cancio Meliá, L. Cornacchia (eds.), Franco Angeli: Milano – ISBN: 9788835160915.

Germani A.R., A. Ker, A. Castaldo (2020). On the existence and shape of an environmental crime Kuznets Curve: A case study of Italian provinces, Ecological Indicators, https://doi.org/10.1016/j.ecolind.2019.105685.

Marselli R., M. Vannini (1997). Estimating a crime equation in the presence of organized crime: Evidence from Italy, International Review of Law and Economics, 17 (1): 89-113.

Oxfam Italia (2026). Nel baratro della disuguaglianza – Report Davos 2026, https://www.oxfamitalia.org/disuguaglianza-report/

Piketty T. (2014). Capital in the Twenty-First Century, Cambridge, MA: Harvard University Press.

[1] Dipartimento di Studi Giuridici ed Economici, “Sapienza” Università di Roma – annarita.germani@uniroma1.it