Un Presidente alla ricerca della grazia: la politica nello sguardo di Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino è – forse – il più grande regista italiano di questi tempi difficili.
Il suo modo di guardare il mondo è unico: restituisce la folgorante bellezza ed il lato grottesco dell’esistenza umana sempre con leggerezza ed ironia; a volte anche con sensualità.
Il suo ultimo film La grazia è diverso dagli altri ; si cimenta con temi che interessano la vita dei giuristi, dipinti peraltro, al pari dei militari ai quali vengono equiparati (il Presidente, grande giurista, in una scena canta con commozione con gli alpini ai quali si sente accomunato dalla dedizione alla Patria, al servizio), come persone grige, senza fantasia, senza grazia, spesso prevedibili e prive di leggerezza, in definitiva comunque costrette a mettere da parte la sensibilità in ragione del dovere istituzionale.
Il film affronta temi importanti: il fine vita, il senso della vita, la ricerca della verità, lo spazio dell’umano nel potere.
Paolo Sorrentino è un mago dello sguardo. Reso con movimenti della macchina da presa di tipo virtuosistico, con un gusto pittorico delle immagini, con momenti che alternano frenesia e lentezze, con dettagli rivelatori del senso metafisico profondo della visione.
Il film è lento, quieto, meditativo, filosofico.
Un Presidente della Repubblica cattolico, grande giurista, vedovo malinconico, aiutato nei suoi compiti dalla figlia, anche lei giurista, deve decidere su tre cose: due domande di grazia (una donna ed un uomo responsabili di omicidio, rispettivamente, del marito maltrattante e della moglie malata di Alzheimer) e la promulgazione di una legge sull’eutanasia approvata dal Parlamento.
Il film si apre con lo scorrere, in sovraimpressione, dei diversi commi dell’art. 87 della Carta Costituzionale che definisce il ruolo del Presidente della Repubblica e ne elenca le disparate e delicate funzioni.
Le scene si svolgono nel Palazzo del Quirinale, trasfigurato e reso – quale talvolta è o può diventare– una gabbia dorata.
Campeggia un uomo solo al potere, in questo quadro, con le sue fragilità (celate in ossequio alla funzione istituzionale) e la sua forza (viene chiamato “cemento armato” ; lo sanno tutti ma lui lo ignora fino a quando qualcuno non glielo rivela).
Molte cose colpiscono : la rappresentazione della pesantezza, financo nei riti del potere (la scena dell’arrivo a Palazzo dell’anziano Presidente del Portogallo che, investito dalla pioggia, cade e si rialza senza che nessuno lo possa sostenere per non rompere la solennità del rito) ; l’inespressa fragilità del Presidente – che si rifugia sulla terrazza sottostante il torrino – per fumare e ricordare malinconicamente il passato; il dramma della decisione sotteso alla difficoltà o all’impossibilità di conoscere la verità (per le grazie) o alla insolubilità di alcuni dilemmi morali (se non firmo la legge sull’eutanasia sono un torturatore, se la firmo sono un assassino) legati alla domanda delle domande (di chi sono i nostri giorni ?).
Su tutto la necessità in ogni caso di decidere.
La forza insita non nella mera esecuzione di un compito ma nella natura istituente di esso.
La ricerca di un filo di coerenza in una sottile trama di sentimenti, inusuali per la vita del diritto, anzi spesso banditi da essa.
Qui l’artista (Sorrentino) impartisce una lezione ai giuristi (lezione che da modesti cultori del rapporto fa Legge ed Arte vogliamo cogliere) : non si abbia mai paura dei sentimenti nel lavoro del giudizio e della decisione, i sentimenti umanizzano la vita del diritto che senza di essi diviene puramente automatica (alla fine compare un cane-robot a vigilare sulla sicurezza del Presidente, forse un fosco presagio di mondi distopici futuri).
Poi c’è la questione dei tempi della decisione.
Il film – visionario ma sempre condotto sul filo mimetico del verosimile non certo del vero – dimenticando volutamente gli articoli 73 e 74 della Costituzione, rappresenta una decisione presidenziale senza vincoli di tempo (il tempo di promulgazione della legge approvata dal Parlamento è un mese nella Repubblica Parlamentare cfr. art. 73 Cost.) e definitiva (come se il Presidente fosse un decisore di ultima istanza che detta al Parlamento i contenuti delle leggi, mentre quello del Presidente ai sensi dell’art. 74 Cost è solo un veto sospensivo con evidenziazione nel messaggio alle Camere dei problemi sollevati da un testo).
L’attuale struttura del potere del Presidente ne fa un organo costituzionale di garanzia, supremo, con tutte le consapevolezze e senza poteri decisori di ultima istanza (una magistratura d’influenza dice la Corte Costituzionale).
Il dettaglio non conforme al giuridicamente esatto ma non inverosimile colpisce il giurista ma non per eccesso di pignoleria (si tratta di un’opera d’arte!) ma perché stimola la ricerca di significati ulteriori.
Una prima lettura potrebbe essere quella della connessione allo spirito del Tempo (Zeitgeist) : il film si proietta già in un mondo politico che non conosce più centralità del Parlamento e narra di un Presidente che è dotato di una sorta di potere di sanzione regia che nemmeno la più spinta delle riforme presidenzialiste ha finora ipotizzato.
Stentiamo ad accettare questa prospettiva, apertamente politica a fronte di un regista metafisico come Paolo Sorrentino.
La lettura più calzante è quella visionaria: il film immagina – a dispetto delle regole vigenti – un tempo dilatato della politica, della vita, della decisione, come il tempo della meditazione e della responsabilità.
Lo fa occasionalmente ritraendo un Presidente, ma pensando ad una politica diversa, lo fa in fondo con intento gnomico, per far giganteggiare la solitudine (nobile) del potere ed il senso di sospensione del tempo che precede (e presiede a) ogni decisione.
Una politica che si prende il tempo per pensare, perché è equilibrata, seria, alla ricerca del meglio.
Persino la burocrazia è lodata in questa chiave: serve a rallentare (purché il frenare abbia un senso e non sia un arbitrio).
Nel tempo della velocità e degli automatismi (informatici) a tutti i costi un messaggio importante.
Mi viene in mente il pensiero meridiano dell’indimenticabile amico Franco Cassano (il sociologo e parlamentare barese) : un pensiero della lentezza di cui avremmo tanto bisogno.
In questo quadro campeggiano i riti ed i dubbi, come in un labirinto dal quale si sente il bisogno di uscire per andare verso il reale per non agonizzare nell’incertezza (e qui il film mostra l’immagine potente di un povero cavallo agonizzante dei corazzieri, quasi a metafora della lenta consumazione del Paese quando le decisioni tardano a venire, come poi mostra il Presidente che fa un gesto non protocollare andando a parlare con una delle persone che attendono la grazia, andando quindi verso l’Aperto, verso il mondo con curiosità , intelligenza delle cose, voglia di capire, determinazione a decidere).
L’artista invita il giurista a non accantonare la sensibilità, nel mondo assediato da numeri e macchine.
La sensibilità peraltro è cosa umana che è presente in chiunque non si sia trasformato in un ingranaggio indifferente della macchina istituzionale ma senta che ne fa parte e la costruisce, istituendola, ogni giorno.
Il film sogna un altrove istituzionale (un viaggio verso l’umano) perché le istituzioni possano vivere.
E sogna anche la leggerezza come liberazione dal peso della decisione, come condizione proibita al decisore pubblico, ma desiderata, e coltivata alla fine del mandato (la passeggiata per strada esaurita la missione pubblica, come conquista della normalità artificialmente negata).
Il tempo non sappiamo di chi sia, non sappiamo cosa sia (San Tommaso attribuiva a Dio l’eterno ma si guardava bene dall’estendere tale qualità al mondo finito che esiste nel tempo che nasce con la nascita della creatura).
Eppure la nostra radicale contingenza ci sfida da sempre ad assumere una decisione che per essere (tragicamente) infondata non è altro che espressione dei nostri sogni, dei nostri sentimenti, dei nostri limiti, della nostra storia, delle nostre umane fragilità.
