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Sergio Fabbrini, Un commento al volume di Francesco Capriglione, Il declino delle democrazie liberali. Diritto, economia, geopolitica, Utet, 2025.

di - 22 Dicembre 2025
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Introduzione

Questo libro è un film, non una fotografia. È l’analisi puntuale e preoccupata del processo in corso di declino della democrazia liberale, un processo il cui esito è imprevedibile. Il suo oggetto di studio non è costituito da uno specifico fenomeno di deterioramento della democrazia, bensì da una concatenazione di fenomeni (giuridici, economici, geopolitici) che rendono complessa la trasformazione in corso. Tale complessità connota, in particolare, la trasformazione in corso della democrazia liberale americana, il modello o comunque il punto di riferimento del liberalismo democratico occidentale per quasi due secoli. Francesco Capriglione investiga tale processo con l’intelligenza dello studioso, ma anche con il cuore del cittadino. Il libro è una combinazione di analisi scientifica e di tensione civile, di distacco intellettuale e di partecipazione sentimentale, un esempio non comune nella letteratura delle scienze giuridiche e sociali. Seguendo Francesco Capriglione, avanzerò alcuni commenti sull’America di Trump.

Il mio presupposto metodologico è che in pochi Paesi, come in America, vi è una correlazione tra cambiamenti interni del sistema politico e logiche perseguite dai suoi leader all’esterno, nelle relazioni internazionali. Non solo per le sue dimensioni economiche, tecnologiche, demografiche e militari, la politica interna americana ha un’inevitabile proiezione all’esterno, nel sistema internazionale. Ma, soprattutto, tale correlazione vale per il sistema istituzionale, le cui strutture interne (separazione dei poteri, checks and balances, processi decisionali multilaterali, soluzione giudiziarie delle contese politiche) hanno favorito, con l’ascesa del potere globale dell’America nel Secondo dopo guerra, la formazione di istituzioni e logiche analoghe all’esterno (multilateralismo, diffusione del potere, promozione di un sistema di corti per la soluzione delle dispute tra gli stati). E’ sul nesso tra cambiamenti interni e politiche esterne che va cercata la possibile chiave di lettura per comprendere il declino della democrazia liberale americana.

 

Trasformazioni interne

La presidenza Trump inaugurata il 20 gennaio 2025 rappresenta un vero e proprio cambiamento di paradigma nella politica americana, una rivoluzione in nome di un ”nazionalismo nativista” che ha le sue origini nella cultura e nell’esperienza della “supremazia bianca”. Contrariamente a Trump I (2017-2020), Trump II si afferma sulla base di un preciso programma ideologico (elaborato da tempo dalla Heritage Foundation), è sostenuto da una maggioranza coerente (seppure risicata) nelle due camere del Congresso (la Camera dei rappresentanti e il Senato), beneficia di una Corte suprema con una maggioranza conservatrice simpatetica (grazie alle nomine fatte da Trump I). Le elezioni del novembre 2024 hanno fornito una finestra delle opportunità senza precedenti per Trump e il suo movimento MAGA (Make America Great Again). Si è trattato di una occasione che non poteva essere sprecata, per i leader di quel movimento, come fu invece sprecata durante la presidenza di Trump I. Allora, infatti, essi fecero entrare nel cabinet presidenziale esponenti del tradizionale establishment repubblicano, oltre che alti ufficiali e militari espressione di quello che verrà poi chiamato il “deep state”. Questo gruppo di politici e public officials esercitarono un condizionamento significativo su Trump e i suoi istinti, al punto da essere definiti come “gli adulti nella stanza”. Trump II ha scelto solamente persone a lui personalmente leali per ricoprire i ruoli dipartimentali della presidenza, persone spesso prive di competenza e di esperienza.

Trump II ha potuto fare a meno di coinvolgere altri “adulti”, anche perché il Partito repubblicano è stato largamente catturato dai leader MAGA, con l’effetto di epurarlo dei tradizionali leader conservatori (emblematizzati dalla famiglia Bush). Il controllo del governo separato da parte dei trumpiani ha così consentito al presidente di avviare immediatamente la sua rivoluzione, anche perché “coperto” dall’immunità che gli era stata concessa dalla Corte suprema (con la sentenza Trump vs United States del 2024). Come documenta Francesco Capriglione nel libro, Trump II avvia un vero e processo di trasformazione autocratica del sistema di governo. Dove, per autocrazia, occorre intendere un processo di trasformazione interna alla democrazia, in virtù del quale il capo dell’esecutivo monopolizza (nella sua persona e nel suo office) poteri decisionali che dovrebbero essere invece condivisi con i legislatori ed esercitati sotto la supervisione delle corti. Tra i due idealtipi di “regime democratico” e “regime autoritario”, su cui si basa l’analisi comparativa dei sistemi politici, l’autocrazia rinvia ad una prassi che si svolge all’interno del primo, attraverso lo svuotamento dei vincoli all’esercizio del potere che dovrebbero caratterizzare un regime democratico e distinguerlo da un regime autoritario.

Naturalmente, per consolidarsi, l’autocrazia deve poi creare istituzioni che la proteggono, indebolendo stabilmente lo stato di diritto e modificando stabilmente le regole del processo elettorale. Trump e il suo MAGA stanno lavorando con grande determinazione per accentrare il potere decisionale nel presidente e per delegittimare tutte le agenzie e istituzioni di controllo, nella società e nello stato. Sono sotto attacco presidenziale cruciali istituzioni dell’autonomia della società civile (come le grandi università di prestigio internazionale, gli studi legali dotati di sofisticate competenze giuridiche, i grandi quotidiani editorialmente indipendenti dallo stato, i media televisivi, le associazioni non-governative, i sindacati), ma anche gli attori politici che agiscono all’interno delle istituzioni separate (membri democratici del Congresso che criticano il presidente sono stati dichiarati “traditori”, esponenti delle forze armate che difendono la loro neutralità sono stati licenziati o rimossi o declassati a ruoli secondari). Nello stesso tempo, Trump sta conducendo una politica di criminalizzazione di tutti coloro che non si riconoscono nel suo nazionalismo nativista, come buona parte delle minoranze etniche, religiose, sessuali. Di qui, la federalizzazione della Guardia nazionale, che la logica autorizza solamente nelle condizioni di emergenza sociale o di invasione militare del Paese. Essa è stata invece usata (insieme ai Marines) con la giustificazione di contrastare disordini all’interno di città (peraltro, governate da esponenti del Partito democratico). Disordini che non corrispondevano alla realtà, la cui esistenza è stata negata dalle autorità pubbliche delle città in questione.  Trump II ha inviato un processo di militarizzazione della società civile americana che non si era mai verificato nel passato, anche nei suoi periodi più difficili (come dopo la Guerra Civile del 1861-1865 o durante il Maccartismo degli anni Cinquanta del secolo scorso). Ha dunque ragione Francesco Capriglione ad argomentare che la democrazia americana è sottoposta ad una torsione autocratica che non può che generare preoccupazione e sgomento.

 

Trasformazioni esterne

La centralizzazione del potere decisionale nel presidente non poteva non avere, come corrispettivo, una trasformazione in senso unilaterale della politica estera del Paese. L’autocrazia interna è incompatibile con il multilateralismo esterno. Di qui, la spinta formidabile di Trump a trasformare il sistema internazionale in un’arena per poche grandi potenze. Se l’America liberale del lungo Secondo dopo guerra aveva operato per creare un sistema internazionale congruente con il suo sistema interno, l’America trumpiana fa la stessa cosa ma in una direzione diversa. Se il pluralismo dell’America liberale aveva favorito la nascita di un sistema internazionale caratterizzato da istituzioni e procedure multilaterali, in cui la pluralità degli attori coinvolti avrebbe potuto influenzare l’esito del processo deliberativo, l’anti-pluralismo dell’America trumpiana vuole favorire solamente le grandi potenze, le cui relazioni debbono potersi svolgere al di fuori delle procedure istituzionalizzate, attraverso il rapporto tra i loro leader.

Se l’America liberale perseguiva i suoi interessi attraverso l’egemonia da esercitare all’interno del sistema multilaterale (egemonia che ha implicato, gramscianamente, il riconoscimento degli interessi legittimi dei partecipanti a quel sistema), l’America trumpiana ritiene che l’egemonia abbia penalizzato il Paese, addossandogli costi che ne hanno ridotto le risorse per usi interni. Trump ha sostituito la politica dell’egemonia con la politica della grande potenza, sostenendo che il consenso degli altri Paesi (alla politica del Paese) deve essere ottenuto con la forza e non con la generosità, tanto meno con l’esempio. Trump II non crede alla teoria dell’eccezionalismo americano, in base alla quale il Paese deve impegnarsi “a rendere il mondo sicuro per la democrazia” (come disse al Congresso il presidente democratico Woodrow Wilson nel 1917), oppure essere la “city upon the hill”, la luce che illumina i popoli del mondo (come affermò il pastore puritano John Winthrop nel 1630). L’America non è diversa dagli altri Paesi, dice Trump, anzi è peggiore degli altri Paesi. Essa non avverte (e non deve avvertire obblighi) verso gli altri. Di qui, la decisione di Trump II di chiudere tutti i programmi di aiuto ai Paesi poveri o in via di Sviluppo, di tagliare i finanziamenti ai programmi internazionali finalizzati a combattere le pandemie, la diffusione degli stupefacenti, i disastri ambientali.

L’America trumpiana sta conducendo il più formidabile attacco alle istituzioni internazionali multilaterali e alla loro legittimazione politica e giuridica. L’America è uscita dalle iniziative dell’ONU relative all’ambiente, è uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità, sta boicottando l’Organizzazione mondiale del commercio rifiutando di nominare i giudici, ha messo in discussione il suo sistema di alleanze. Probabilmente, il più grande sistema di alleanze mai costruito nella storia. In particolare, l’America di Trump ha messo in discussione l’alleanza atlantica della NATO, l’alleanza che ha garantito la pace tra grandi potenze negli ultimi ottant’anni. Una messa in discussione che sta avendo implicazioni drammatiche nella guerra che i russi hanno iniziato contro gli ucraini. Per Trump non ci sono democrazie o autoritarismi, ma solamente grandi potenze le cui volontà e decisioni sono alla base del sistema internazionale. Un sistema internazionale piramidale dove i grandi fanno e disfanno a danno dei piccoli. Come scrisse Tucidide, nella sua opera sulla Guerra del Peloponneso del V secolo avanti Cristo, “i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono”. L’esercizio della forza, da parte di Trump II, è finalizzato non solamente a perseguire America First, ma anche i suoi interessi e quelli della sua famiglia. Non si era mai registrato, nella storia americana, una tale privatizzazione della politica estera come con Trump II. Il suo anti-istituzionalismo lo ha condotto a diffidare della diplomazia ufficiale (peraltro, massacrata da tagli economici e attacchi politici) per affidare le trattative sui conflitti in corso ad amici personali o membri della sua famiglia, persone con interessi finanziari in gioco in quelle trattative.

Il passaggio dall’America liberale all’America trumpiana è stato drammatico. L’internazionalismo liberale che ha caratterizzato la prima è stato sostituito dal nazionalismo nativista della seconda. L’America trumpiana non è divenuta isolazionista, ma è divenuta unilateralista. Decide sulla base delle convenienze del momento, convenienze che sono spesso quelle del presidente. La potenza ha sostituito il diritto, la legalità è stata sostituita dalla forza. Una trasformazione che sta destrutturando l’Europa integrata, oltre che incrementando le tensioni a livello globale.

 

Conclusione

Il libro di Francesco Capriglione costituisce un tentativo per dare un ordine al disordine creato dalla presidenza Trump. Investigando un processo in corso, deve muoversi in campi di analisi che si sovrappongono, come il diritto, l’economia e la geopolitica. Si tratta di un contributo rilevante alla comprensione delle ragioni che stanno conducendo al declino delle democrazie liberali.


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