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Pierluigi Ciocca: Commento a F. Capriglione, Il declino delle democrazie liberali. Diritto-Economia-Geopolitica, UTET, Torino, 2025.

di - 22 Dicembre 2025
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Da questo appassionato libro-denuncia estraggo il punto che l’Autore da sempre coltiva e che emerge sin dal sottotitolo: il legame fra diritto ed economia.

Lo semplifico così: se l’economia soffre, soffrono le istituzioni, soffre la democrazia.

E’, questo, il caso degli Stati Uniti. L’economia e la democrazia americane sono scosse dalla diseguaglianza dei redditi. La diseguaglianza è da paese sottosviluppato, con l’indice di Gini oltre 0,40 e 37 milioni di poveri, più del 10% della popolazione. Su 170 milioni con diritto di voto si considerano economicamente perdenti bianchi non laureati (80 milioni di cittadini), operai (13 milioni) di una industria scemata al 10% del Pil, i tanti milioni che odiano gli immigrati. Alla base dell’assalto al Parlamento e del sostegno a Trump vi è lo scontento diffuso di fasce sociali estese alla piccola e media borghesia. Molti patiscono la inadeguatezza dell’assistenza e il costo folle della sanità come della istruzione superiore. E l’aspettativa di vita degli americani non arriva a 80 anni, 4 anni meno degli altri paesi sviluppati.

Sul piano macro la economia degli USA è stata a lungo forzata da inflazionistici eccessi di domanda, come quelli dell’improvvido Biden nel 2021, sfociati nella vittoria di Trump. Nonostante le forzature inflattive la crescita non ha tenuto il passo con la Cina. Alla fine del secolo scorso gli Stati Uniti esprimevano più del 20% del Pil (PPP) del Mondo. Oggi ne producono il 15%. La Cina sempre più li distacca, il suo Pil essendo balzato in soli cinquant’anni dal 5 al 20% del totale mondiale.

Nonostante la decantata tecnologia della informazione, dei socials, dell’intelligenza artificiale, nell’intera economia americana l’innovazione ha rallentato: dal 2% l’anno di un glorioso passato (Gordon) allo 0,3% dell’ultimo ventennio. La competitività di prezzo delle merci USA è nettamente calata. L’accumulazione di capitale è rimasta sul 21% del Pil, eccedendo un risparmio che arriva a stento al 17% del Pil. La spesa federale monta e il disavanzo è pari al 7% del prodotto, cosicché il debito pubblico veleggia verso il 143% previsto già per il 2030.

Che gli americani – famiglie, imprese, Stato – non risparmino abbastanza, che il Paese viva da decenni al disopra delle proprie risorse, è clamorosamente confermato dai rapporti con l’estero.

La bilancia commerciale è senza soluzione di continuità passiva dal 1971, l’anno della inconvertibilità del dollaro. Il deficit annuale di parte corrente è arrivato a superare il trilione di dollari (4% del Pil). Gli strutturali disavanzi di parte corrente hanno fatto sì che l’economia leader sia dal 1986 debitrice del Resto del Mondo, dopo esserne stata creditrice dal 1914 al 1985. La posizione debitoria netta del Paese verso l’estero – concentrata nei confronti di Cina, Germania e Giappone – già travalica i 26 trilioni di dollari, sfiora il Pil. Non consente più al paese leader di finanziare il Mondo.

Ne risulta minato il dollaro quale valuta di riserva, a favore del renminbi cinese e dei BRICS. Se il ruolo del dollaro scemasse e il Resto del Mondo, Cina in testa, lesinasse i finanziamenti, gli Stati Uniti andrebbero incontro a un disastro inflazionistico e recessivo. Intanto l’incertezza domina e il prezzo dell’oro è esploso del 50% nell’ultimo anno.

I dazi e il deprezzamento del dollaro non possono, da soli, correggere lo squilibrio esterno e renderlo compatibile con piena occupazione e prezzi stabili. Trump non attua la restrizione fiscale necessaria a impedire che la produzione resti orientata ai servizi non esportabili, i cui prezzi salgono più di quelli delle merci esportabili. Più in generale la restrizione della domanda si impone contro l’inflazione. L’inflazione è sospinta dall’eccesso di domanda e dalla carenza di forza-lavoro, acuita dall’assurdo blocco agli immigrati. Ma l’inflazione viene accentuata dai dazi. Oltre alle quotazioni dei beni importati i dazi innalzano quelle dei prodotti nazionali perché comprimono una concorrenza già in calo da anni che consente a monopolisti come Musk di accumulare miliardi di dollari a centinaia. Se non verranno riabassati, i dazi si risolveranno in importazioni pagate dagli americani a prezzi più alti: una imposta, non suscettibile di traslazione.

Mentre non affronta gli squilibri di fondo dell’economia, Trump ha moltiplicato su scala mondiale l’incertezza (secondo il FMI di otto volte). Ha compromesso la cooperazione economica ma, ciò che è ancor più grave, la cooperazione per l’ambiente. All’assemblea dell’ONU è arrivato a definire la minaccia climatica “a hoax”, una bufala diffusa da pseudo scienziati, compresi illustri economisti come il Nobel Nordhaus, o Musu e Carraro in Italia.

Il libro puntualmente registra come le scelte di Trump collidano con le istituzioni erette dalla Costituzione a contrappesi dell’Esecutivo: gli Stati federati e le città, le magistrature, branche dell’amministrazione, le autorità indipendenti, le università. L’autonomia della banca centrale viene attaccata con una virulenza che non ha precedenti nei paesi civili. Trump – ancora una volta sbagliando – pensa che i tassi d’interesse bassi sostengano il debito pubblico e una Borsa sempre più sopravvalutata.

Questo bel libro conferma che giuristi americani hanno denunciato il rischio di una democrazia ridotta a un potere senza limiti. Lo anticipò Schumpeter: un potere ceduto a chi viene indicato a maggioranza da una minoranza di votanti sempre meno individualmente orientati, fosse pure dalle ideologie.

Dai sondaggi è emerso che anche un numero crescente di cittadini americani è conscio del rischio. Ma il libro non poteva essere ottimista per gli Stati Uniti, finchè c’è Trump. Anche i paesi europei, condizionati da sovranismi e rigurgiti di destra, sono irresoluti di fronte ai comportamenti dell’alleato.

Resta il fatto storico, occorso anche in Europa: quando cade in difficoltà l’economia di mercato capitalistica può convivere a lungo con i più famigerati regimi totalitari. In Italia il ventennio fascista venne inaugurato dall’inflazione, in Germania fu la disoccupazione a preludere a dodici anni di nazismo.

 


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