Giancarlo Montedoro, La crisi delle democrazie liberali: a partire da un libro di Francesco Capriglione
La crisi delle democrazie liberali è il tema di riflessione affrontato nell’ultimo lavoro di Francesco Capriglione (Francesco Capriglione, Il declino delle democrazie liberali – Diritto- economia-geopolitica, Torino, 2025).
È un libro animato da forte impegno e passione civile, da indefesso amore – così intenso fino al rischio di apparire ingenuo (perché sempre ingenuo appare ai cinici l’amore per i valori) ma sempre genuino – per la libertà e la giustizia.
È un libro scientifico che affronta un tema politicamente caldo, o un libro politico che non deflette dall’uso del metodo scientifico.
È un libro che si muove intrecciando analisi politologica economica e giuridica.
L’oggetto essendo la crisi o il declino delle democrazie liberali il libro si muove in materia affidata di norma agli studiosi di diritto costituzionale, mentre l’autore è uno dei Maestri del diritto dell’economia nel nostro paese e non solo.
Così l’autore “scopre” il piano costituzionale della crisi e dei problemi che stiamo vivendo nell’attuale fase storica a partire dalla situazione economica.
Possiamo quindi affermare che il libro dimostra che il diritto dell’economia è una delle chiavi di lettura indispensabili per comprendere la concreta evoluzione del costituzionalismo contemporaneo.
Ciò sul piano del contenuto, dell’oggetto dello studio.
Ma v’è di più nel lavoro.
Una lezione di rigore analitico.
Le fonti sono reperite da una letteratura vasta, economica e politica, financo diplomatica, talvolta giornalistica, ma sono “cucite” insieme con il rigore del metodo scientifico che è proprio della vera giurisprudenza come scienza del diritto.
Scienza di raccolta, studio, verifica, valutazione e sistemazione delle fonti in un affresco unitario.
Ciò sul piano del metodo.
Crisi, declino o crollo dell’Occidente?
Il libro fa una scelta usando la parola “declino”: sembra dirci siamo oltre la crisi ; forse non siamo al crollo di cui talvolta parla Lucio Caracciolo sempre attento esegeta dell’Occidente come impero geo-politico di cui segnala da tempo gli indizi di sfaldamento, ma sicuramente il declino.
L’alternativa è democrazia liberale vs. logica totalitaria o neo-totalitaria in movimento.
La democrazia liberale è guardata dall’autore con riferimento al classico principio di separazione dei poteri messo in crisi da fenomeni di accentramento dello stesso che fanno pensare che stiamo andando nel mondo verso una generalizzata affermazione di regimi autocratici.
L’autore guarda all’UE come spazio di fioritura e conservazione della democrazia liberale (Cap. I, pag. 38 e ss)[1].
La democrazia è liberale (e costituzionale) per la presenza di pesi e contrappesi che si contrappongono a regimi democratici (per la sola presenza dei procedimenti elettorali) connotati da una più forte concentrazione del potere a tutto vantaggio degli Esecutivi.
Il libro coglie ed analizza un elemento importante di questo processo : Trump come “catalizzatore” di questa trasformazione verso un modello di democrazia che perde i tratti liberali considerati velleitari, inefficienti, esangui.
Naturalmente la chiave di lettura del declino del liberalismo, concentrata sulla personalità del leader americano, di cui si ripercorre analiticamente l’azione in termini apertamente critici porta alla mente il noto problema del valore delle personalità individuali nelle dinamiche storiche.
Non v’è dubbio alcuno che la storia non è fatta dagli intellettuali ma dagli uomini di azione.
Per il Nietzsche delle Considerazioni inattuali la malattia storica di cui soffre la cultura europea è il risultato di un eccessivo attaccamento al passato.
Si tratta di un segno di decadenza, che costringe gli uomini a vivere nel passato, privi di stimoli che li portino a creare una nuova storia.
Diventati spettatori passivi degli eventi, gli uomini non hanno più interesse nel futuro e a costruire cose destinate a dissolversi.
Gli studi storici del XIX secolo – questo il messaggio delle considerazioni inattuali – hanno riempito gli uomini di nozioni, rendendoli simili a enciclopedie. Da tutto ciò, la personalità dell’uomo subisce un indebolimento perché incapace di entrare in contatto con la propria interiorità.
La soluzione indicata da Nietzsche è l’oblio. L’uomo deve imparare a dimenticare, per poter vivere con la giusta dose di incoscienza. Solo così può essere felice e ambire alla grandezza. L’arte inoltre è una potenza sovrastorica ed è l’unica in grado di guarire la civiltà dalla decadenza. La storia d’altra parte, se non considerata come scienza in sé e repertorio di fatti, si rivela estremamente utile per la vita (fornendo esempi di grandezza).
Non so se sia questa la soluzione giusta, l’oblio o la storia monumentale che costruisce un uomo sovrastorico (nella seconda delle considerazioni inattuali si affiancano e due ipotesi) ma si può certamente dire che il mondo della cultura estenuata e raffinata di solito produce decadenza non nuova storia (e ciò fa meditare sulla essenza tragica della storia medesima).
Per non seguire solo la traccia della personalità catalizzatrice tuttavia si può percorrere un altro cammino che pure il libro accenna (al cap. II pag. 66) ove analizza l’oligarchia tecno-plutocratica statunitense.
Ma su questo diremo più diffusamente avanti.
Ora conviene illustrare ancora i contenuti di diritto dell’economia.
Il libro – dopo l’introduzione – contiene un primo capitolo di analisi del rapporto regole/mercato (cap.I).
Ivi si parla del ruolo (declinante) dei pubblici poteri e del ruolo delle imprese multinazionali (pag. 33).
Ciò fa emergere il tema del lato oscuro della globalizzazione (che è per tanti versi un fenomeno positivo mal regolato) ossia il bilanciamento sempre più complesso e squilibrato fra libertà economiche e valori sociali.
Si tratta del dispiegato mondo senza limes (lo schmittiano Impero del mare) che non conosce altra legge che il contratto, il good deal, la lex mercatoria diceva Francesco Galgano, antesignano interprete di queste dinamiche che ormai hanno assunto aspetti titanici.
Nel mondo senza limes si afferma la centralità della tecnica (tecnica che si traduce in una sorta di nuova oggettivazione dei fenomeni sociali e nella messa in crisi del Soggetto moderno, come soggetto di diritto, capace di autodeterminarsi individualmente e collettivamente).
E così all’affermazione della tecnica si accompagnano squilibri crescenti (che incidono anche sul mondo del lavoro e sulle conseguenti politiche sociali).
I capitoli II e III seguono le vicende legate all’avvento di Trump ed al filo delle politiche che si stanno ponendo in essere e che trasformano nel profondo la democrazia americana.
La posizione dell’UE è analizzata nei capitoli IV e V. Preconizzando, con amarezza, un divorzio Usa UE.
Putin parla ormai apertamente di due Occidenti, con riferimento ad USA e UE.
Ma forse la situazione è più complessa ancora.
Non solo v’è il cleavage territoriale fra le due sponde dell’Atlantico, ma vi è anche la divisione fra globalismo e sovranismo che attraversa sia gli USA che l’UE dal loro interno accelerando la crisi del mondo occidentale unitariamente inteso.
Quanto all’ideologia della attuale destra americana essa è complessa da definire ed a sua volta è animata da spinte contrastanti che cercano una composizione: abbiamo un ritorno a valori tradizionali, un messaggio conservatore tradizionale di tipo nazionalista e protezionista (che è visibile nelle politiche daziarie e potrebbe far pensare ad una sorta di ritorno allo Stato), un messaggio religioso molto forte e nuovo che ha caratteri messianici ed una spinta verso un nuovo modello di liberismo che potremmo definire liberismo deregolato o anarchico o ultraliberismo.
In UE la tendenza di fondo è a presentare il nostro mondo come il dominio del diritto e dello Stato di diritto (per fortuna capace di resistere finora alle spinte disgregatrici).
Dove stiamo andando? Quali sono le ragioni profonde?
Il libro accenna alle ragioni profonde menzionando due parole chiave: secolarizzazione e nichilismo (pagina 59).
Esse sono le cause di una dismisura dell’Occidente, di una sorta di ubris che produce una grande regressione.
La regressione è visibile nell’orizzonte del messianismo politico che conduce a inedite e paradossali guerre di religione, nel manicheismo che crea divisioni incomponibili nel gioco democratico che richiede il dialogo come essenza della democrazia (secondo la lectio di G. Calogero nell’Abc della democrazia).
In ultimo la rete che sta tradendo le promesse di inclusione universale nella cittadinanza digitale e sta svelando inedite possibilità di manipolazione a vantaggio di pochi soggetti.
Questo il libro definisce totalitarismo avvertendone il pericolo sulla scorta dei caratteri attribuiti a questa nozione da Hanna Arendt e da Simona Forti.
Ma che tipo di totalitarismo si rischia?
Possiamo leggere G. Anders per capirlo:
“Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini. L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate. In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi. Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo. Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare. Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio. In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà. Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità. L’ uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, tutto ciò che metterebbe a repentaglio il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto. Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali” (L’uomo è antiquato; 1956).
Totalitarismo soft “costante apologia della leggerezza”; sostanziale coincidenza di comunismo e capitalismo in una gabbia d’acciaio ossia la società della massima sorveglianza; sarà questo l’esito del processo che stiamo vivendo?
Qualcuno parla di società posthitleriana.
- Heritier ha osservato con grande acume:
“Sulla base dell’individuazione di una ambiguità implicita nel dibattito pubblico sul liberalismo degli ultimi venti anni – ove la teoria liberale, universalmente accettata, sembra aver perduto confini chiari e una precisa delimitazione teorica – si afferma una figura paradossale della pratica del liberalismo.
È l’individuo ministato, ibrido mostruoso posto tra individualismo e statalismo; soggetto-re che «non ha più bisogno di pensare»; individuo che si dice liberale ma mutua le proprie pratiche di azione dalla tradizione assolutistica e non liberale; ritenendosi dunque privo di limite e di legge, sovrano paradossale di «uno stato composto da un solo individuo» che nega l’esistenza di altro oltre a sé.
Narcisismo individualistico del soggetto privo di limite e totalitarismo potrebbero dunque apparire come le due facce di uno stesso problema analizzato su piani diversi: quello della costruzione immaginaria dell’individuo e quello della costruzione simbolica delle istituzioni sociali, caratterizzati oggi entrambi dalla mancanza di limite, vale a dire da una mancanza di terzietà.
Da Heritier viene pertanto messa in luce la sempre possibile deriva del discorso liberale in discorso totalitario, nel tentativo di mostrare la centralità, per la teoria liberale, delle nozioni di limite e di legge, correlando inoltre il dibattito sulla libertà politica e giuridica con il dibattito sul free will, alla luce di una concezione della libertà intesa come libero e spontaneo accordo con la propria unicità, con il proprio irripetibile stile di azione”.
Il narcisismo è il fondamento del nuovo totalitarismo.
Ma esso cammina anche sulla restaurazione dei valori come reazione ad una concezione solo proceduralistica e formale della democrazia, e si accompagna anche allo stimolo dato agli individui ed alle imprese con l’utralibertarianismo ed all’appello securitario a fronte degli squilibri della globalizzazione non governata (ma è governabile?) che si traduce nel ritorno dello Stato in una sorta di nuova concentrazione dei poteri.
Si potrebbe ipotizzare quindi che il costituzionalismo sia entrato in una nuova fase: la prima fase è la fase della centralità dei Parlamenti (1789-1945) con nel mezzo la deriva totalitaria, la seconda fase quella della centralità del Giudiziario (1945-2025) ora stiamo entrando nella fase del dominio degli Esecutivi e dei mercati deregolati.
Vediamo di cercare conferme (sempre provvisorie) nell’analisi leggendo gli ideologi del trumpismo Hoppe e Thiel ossia due testi fondanti del pensiero politico dominante in nordamerica in questa fase.
Hoppe in “Democrazia: un dio che ha fallito” sostiene la superiorità dei regimi monarchici sotto il profilo della gestione del patrimonio pubblico analizzando serie storiche relative all’indebitamento ed ai processi di depauperamento dello Stato (la democrazia è spendacciona e malamente spendacciona questa è la sintesi della tesi).
Thiel nel libretto “ll momento straussiano” si fa interprete del pensiero di Leo Strauss per tracciare nuove strade.
Per Thiel Strauss – ebreo emigrato, grande studioso conservatore della politica, fautore della restaurazione del pensiero politico classico, toccato nell’intimo dall’esperienza del nazismo – è un grande maestro della cautela.
Non reagisce come Schmitt alla depoliticizzazione mediante la politica di potenza.
Sulla scorta delle riflessioni greche sul rapporto fra filosofia e potere Strauss ritiene che i filosofi debbano cercare la verità ed il bene comune (la cui importanza va restaurata nelle società moderne secolarizzate che hanno sposato l’utilitarismo) ma che i risultati della ricerca (la democrazia è essenzialmente continua autointerrogazione sul bene) non possano essere sempre comunicati a tutti.
Quindi una cerca mancanza di trasparenza è connaturata ai meccanismi che reggono il potere, da sempre.
La logica che Strauss segue è quella della creazione di una cerchia di illuminati che guidino le istituzioni pubbliche, gli Stati moderni restaurando l’interrogazione su ciò che è bene.
Naturalmente la filosofia riguarda pochi consapevoli capaci di guardare ai destini generali, mentre alle masse, per la coesione sociale, viene riservata una narrazione più semplice (non certo manipolativa nel pensiero sraussiano), incentrata su miti (come ad esempio l’orgoglio nazionale).
Si tratta dell’epistocrazia. Il governo di chi sa che è la sostanza della democrazia conservatrice.
Con la conseguente distinzione fra un livello esoterico ed un livello essoterico del potere.
Il potere si articola in due discorsi.
Il filosofo sa – per Strauss – che quando si capisce il vero bisogna astenersi dal dirlo.
Il vero democratico sa – qui chiosiamo noi – che quando si intuisce il vero si ha il dovere intellettuale di dirlo (e la democrazia decade quando inizia ad avere paura del dialogo sul bene e sul vero e cerca di imporre per legge limiti alla libera manifestazione del pensiero).
Il vero Katéchon (o potere che frena secondo la lettura che Cacciari fa della seconda lettera di San Paolo ai tessalonicesi) risiede nell’incistare i filosofi nella dimensione pubblica.
I rischi insiti nella democrazia per questa visione sono evidenti (non a caso Thiel definisce Strauss un filosofo della cautela) : sono i rischi di paralisi derivante da un eccesso di autoconsapevolezza trasparente (la democrazia con i suoi pesi e contrappesi induce paralisi; continue discussioni; è democrazia “discutidora”).
Non i dibattiti parlamentari ma piuttosto i servizi segreti aiutano a conseguire il pubblico bene (semplificando all’estremo questa logica della cautela si arriva a queste inquietanti conclusioni).
Il quadro è complicato dal fatto che questo doppio livello del discorso pubblico tende a creare posizioni manichee da una parte e neo-gnostiche dall’altra (i manichei sulla rete ad alimentarsi di mitologie le élite dietro le quinte a coltivare consapevolezze gnostiche).
Siamo lontanissimi dalle pagine bobbiane sul rapporto fra democrazia e segreto; per il filosofo torinese – che pure aveva dubbi sul futuro della democrazia e sulle sue promesse non mantenute – la democrazia si caratterizza per limitare il segreto.
Per Strauss è il contrario: occorre fare qualcosa; non lo si può fare apertamente in democrazia.
Non soddisfatto di un esito così apertamente elitario, ma senza abbandonare questo terreno Thiel poi fa i conti con il pensiero del suo diretto maestro René Girard.
Si tratta del filosofo il quale è convinto che l’essenza delle relazioni umane e sociali sia nel desiderio mimetico (l’uomo è un animale che si educa imitando) e che il mondo sia fondamentalmente un teatro shakespeariano dell’invidia e che sia caratterizzato per questo da una dialettica intrinsecamente violenta (fra uomini, comunità, Stati).
Che la violenza sia risolta all’interno dalla tremenda logica dello “scarico” sul capro espiatorio (il processo a Socrate ed a Gesù come momenti fondativi della comunità).
Che la violenza del consorzio umano sia fra le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
Con ciò cosa ci dice uno dei più influenti pensatori americani (non per il valore accademico si badi ma per la sua collocazione nella geografia del potere) : ci dice che esiste una violenza sacra fondativa di ogni società e delle società liberali che tuttavia hanno dimenticato questa dimensione dell’agere sociale per irenismo e autoinganno.
La violenza quindi – bloccata dal sistema dei pesi e dei contrappesi dell’ordinamento costituzionale – cerca luoghi di scarico.
Il sistema penale è oggetto di contesa perché si presta a far riemergere la logica del capro espiatorio.
La eterna – stucchevole – lotta fra garantisti e non garantisti in questo paese ed in Occidente esprime esattamente questa logica profonda (e si tratta qui di considerazioni dell’autore di questo articolo sulla scorta della lettura d Thiel, sempre ci si deve confrontare con l’oscurità per capire fino in fondo le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo).
La magistratura come potere indipendente (potere che frena o dovrebbe frenare; che impedisce la ubris sociale o degli altri poteri o dovrebbe limitarla o impedirla; che dovrebbe arginare la logica del capro espiatorio) è vissuta con insofferenza dalle masse che esigono i loro sacrifici e quindi il suo destino è segnato, attraversato come è dal caos mass-mediatico e da spinte populistiche che svolgono processi in piazza e diffondono nel contempo un senso di insicurezza diffuso che finisce con il reclamare soluzioni più semplici della dialettica processuale.
Ma v’è di più: Thiel è un sostenitore (ad avviso di chi scrive autentico, come autentico è questo intento del trumpismo anche quando la pace è intesa come pace quasi “coloniale”, ma pace e giustizia sono cose diverse insegna Rawls) della pace.
Infatti le democrazie liberali vedono il conflitto per la giustizia come doveroso a tutta oltranza.
Basti considerare la posizione UE (o Nato) sull’Ucraina (e la Nato non appare sempre allineata al governo americano), a volte non solo volta a un riequilibrio legittimo ed opportuno delle ragioni del paese aggredito ma anche ad una logica che accetta apertamente il rischio di un conflitto generalizzato.
Qui il libro di Capriglione sconta una posizione incondizionatamente favorevole alla politica UE.
Alcune pagine del citato libro di Thiel “Il momento straussiano” possono però darci spunti di riflessione.
Thiel osserva che sottovalutando fino alla rimozione la violenza sacra fondativa (sempre sottostante ogni comunità umana) giungiamo alla paradossale sottovalutazione della violenza apocalittica (legata all’uso dell’atomica ed ai rischi della fine del mondo).
La rimozione dei rischi dell’atomica si accompagna al bando di ogni posizione pacifista che invece alla luce della guerra atomica e dei suoi pericoli appare unica soluzione razionale.
In un libro di prossima uscita sulla pace chi scrive affronta il tema – antropologico e quindi girardiano – della tabuizzazione della guerra, unica soluzione per la sopravvivenza della specie a fronte dei rischi di guerra atomica innestabili anche da sofisticate tecnologie che potrebbero – con i loro automatismi – sfuggire al controllo umano.
Si aggiunga a ciò – sempre sul piano dell’esistenza di una violenza apocalittica che altro non è che il male nel mondo – l’esistenza, nel caos geopolitico, di un rischio terroristico elevato.
Da ciò visioni che in Thiel sono sfiorate: la fine apocalittica della politica, la fine della città dell’uomo (che Strauss vuole preservare).
Impossibile la restaurazione – nella società secolarizzata – della teologia politica (il messianismo appare formulato per le masse): Carl Scmitt viene accantonato e si apre il problema di cosa ci attende nel post-illuminismo.
Thiel è chiaro:
- Impossibile l’illuminismo (esso ha fallito).
- Occorre schierarsi sempre per la pace.
Il ruolo della pace nel pensiero di Trump appare così forte da risultare incomprensibile alle élite europee.
Certo occorre evitare che vi siano paci ingiuste (Gaza deve aprire un processo per avere due popoli due Stati) o paci indecenti (l’Ucraina deve trovare un equilibrio non penalizzante ma realistico).
La pace da perseguire è quella decente che non è necessariamente quella più giusta.
Il dibattito fra pace e giustizia è destinato a continuare (ma esso richiede forti consapevolezze rileggere il Rawls del Diritto dei popoli ha un profondo senso; in quel lavoro l’autore di un Teoria della giustizia, basata sugli argomenti razionalistici del maximin arriva a sganciare la logica del giusto nei rapporti internazionali dal giusto nei rapporti sociali interni agli Stati o agli Imperi).
Strauss quindi come regge questa dottrina che stiamo analizzando (una dottrina che è destinata a durare perché condivisa profondamente dall’oligarchia tecnocratica americana)?
Strauss è la pietra angolare di una visione esoterica ed elitaria del potere autenticamente orientata alla ricerca del bene che nell’attuale fase storica è fondante l’ideologia del nuovo partito repubblicano americano con alcune inevitabili torsioni o (criticabili) dis-torsioni dovute al passaggio dal piano teorico alla prassi politica.
Ma vediamo con calma lo Strauss pensiero riepilogandolo, prima di esaminare le torsioni alle quali è sottoposto:
- Nel discorso pubblico (essoterico) non ci si interroga più sul bene e sulla giustizia ma in quello esoterico sì;
- L’uomo contemporaneo è improbabile che torni a credere alla ricerca del bene e del giusto, amante come è dei meccanismi di servitù volontaria legati a benessere ed alla logica dell’arricchimento (qui va rilevato che il mercato è la realtà ordinaria riservata mitologicamente a consumatori ed imprese mentre l’imprenditore di successo crea il mercato con la lex mercatoria e si pensi ancora al pensiero di Thiel espresso nel saggio From Zero to One in cui consiglia alle start up di trovare la soluzione innovativa che li sottragga al mercato grazie al regime proprietario degli entitlements brevettuali);
- La filosofia antica e la logica delle virtù sono da restaurare.
- La filosofia politica deve correggere Machiavelli riportando in auge il bene e non la forza.
- I filosofi devono sempre essere prudenti perché la filosofia politica è destinata ad entrare in conflitto (anche inconsapevolmente) con il potere.
- Il liberalismo va criticato perché è utilitaristico e rischia di degenerare in totalitarismo in assenza di una ricerca del bene.
- La morte del diritto naturale e l’onnipervasività del diritto positivo è la tragedia del nostro tempo per Strauss.
- Il diritto costituzionale ha una radice giusnaturalistica sul piano dei valori (radice sempre in rapporto complesso con lo ius positum che ne fa da indefettibile cornice contro ogni creazionismo giudiziario).
- Strauss critica Kelsen ed il positivismo giuridico;
- Assegna allo Stato il compito di creare cittadini virtuosi ed alla filosofia il compito di guidare dalle retrovie la società.
Vuole che lo Stato tolleri la filosofia come spazio esoterico di ricerca del vero e protegga virtù ed opinioni in grado di tenere insieme la società.
La filosofia è ricerca delle cose eterne.
La politica è il campo in cui questa ricerca diviene prudente.
Fin qui Leo Strauss.
Poi vi è il piano della fenomenologia politica.
La prassi politica si presenta in modo tale che il Bene viene assolutizzato per giustificare il potere politico dando vita ad un nuovo messianismo.
Qui si ha la prima torsione ossia la torsione nella concezione del Bene che per Strauss era sempre un obiettivo di ricerca (quasi socratico) e qui diviene un mondo certo.
Passando al secondo punto di torsione l’esoterismo che comporta un doppio standard fra discorso pubblico politico e riflessione filosofica diviene aperta manipolazione.
Il compito del filosofo è assunto da una tecnocrazia – composta da leader di imprese multinazionali che di fatto esercitano i pubblici servizi e le infrastrutture fondamentali del mondo digitale (dando vita al nuovo potere digitale) – assumendo il ruolo di tecnocrazia morale ed interrogandosi ad es. sui limiti morali dell’AI (nel mentre si sviluppa una libera ricerca nel tentativo di raggiungere la c.d. singolarità ossia un livello di sviluppo che sfuggirà alla nostra comprensione) o modellando le strutture sociali ed educative del futuro.
Qui la prudenza filosofica rischia di divenire dominio disinvolto del mondo della doxa ed i tecnocrati si presentano come nuovi filosofi morali con uno slittamento singolare.
Il terzo punto di torsione riguarda l’assetto del potere capitalistico dell’Occidente (per quanto leggibile negli scritti di Thiel) che assume su di sé – ignorando la necessità della liberale divisione fra economia e politica – una missione salvifica (non solo nel promuovere la pace) ma anche nell’ibridare l’ebraismo dell’Alleanza (non quello della diaspora) e l’evangelismo protestante (del Secondo Avvento), definendo l’orizzonte di un nuovo messianismo politico .
Qui la difesa dell’Occidente diviene progetto politico messianico, innescando squilibri perché non si depone l’idea di dominio pur in presenza di segnali di declino che dovrebbero condurre ad atteggiamenti più dialoganti (visibili, tuttavia, nei negoziati di pace i cui contenuti potrebbero però essere diversi da mere regolazioni economiche).
La restaurazione dei valori della classicità diviene (ultima torsione del pensiero di Strauss) – con uno slittamento analogo a quelli già descritti – ritorno alla tradizione e messaggio di ordine e disciplina, imposto anche al costo di una riduzione dei pesi e dei contrappesi del liberalismo.
Il mercato quindi è il luogo di confronto degli sconfitti nella competizione economica.
Il drammatico fallimento dell’antitrust in Occidente ci consegna una realtà complessa nella quale – in qualche modo – i grandi poteri economici che si sono formati, pur assumendo un aperto carattere politico, sembrano pensare ai destini generali sul tema della pace mentre sullo sfondo permangono squilibri che daranno luogo presto – è facile ipotizzarlo- ad un conflitto redistributivo (questa concentrazione della ricchezza – e del potere – inaridisce il mercato e induce a ritenere superata la logica della trickle down theory a favore della necessità di introdurre forme di reddito garantito; sul tema U. Mattei nel suo recente lavoro La fine del diritto).
L’Ue permane come spazio dello Stato di diritto.
Ma è una costruzione politica incompiuta, stretta fra Imperi in formazione.
Potrà sussistere un Impero europeo democratico o la prospettiva appare un ossimoro?
L’antitrust va ripreso da una parte e dall’altra dell’Atlantico introducendo – sul piano delle politiche del diritto – misure strutturali poiché le sanzioni pecuniarie non sono più sufficienti a garantire la competitività e la neutralità dei meccanismi istituzionali che costituiscono il mercato, ma conoscono vistose eccezioni ed obiettive immunità dovute alla natura delle infrastrutture tecnologiche (e si pensi alla famosa regola del Buon Samaritano ed all’irresponsabilità- inevitabile – delle piattaforme per i contenuti veicolati a milioni nel mondo della contemporanea iper-produzione di informazioni).
L’Ue rischia la dissoluzione o l’irrilevanza.
Per il suo carattere depoliticizzato.
Ma a depoliticizzazione dell’Ue non si supera con i sovranismi che suppongono di poter costruire un riparo nel chiuso degli Stati nazionali.
Difficile un ritorno alla forma di Stato che ha dominato il mondo dal Seicento ad oggi.
Il network State è davanti a noi (uno stato deterritorializzato, solo basato su patti di cittadinanza digitale con territori diffusi ed occasionali).
In ultimo qualche ricetta per il futuro.
Guardiamo il lato oscuro dello sviluppo; i nostri limiti.
Evitiamo ogni forma di ubris ad iniziare da quella ambientale.
Conserviamo identità e paesaggi.
Promuoviamo unità europea nella diversità.
Liberiamoci dagli eccessi della regolazione europea (il mondo del mercato deregolato impone più controlli antitrust sulle grandi dimensioni e meno regole per gli operatori di mercato).
Rafforziamo l’Antitrust che non può vivere solo di tutela – a valle – del consumatore (fra l’altro manipolabile come ha ammesso anche la Corte Ue) ma deve essere dotato di poteri capaci di incidere sui monopoli e gli oligopoli mediante la loro conformazione pubblicistica (da riservarsi alla decisione politica nei limiti della legge) o poteri strutturali (di tipo regolatorio).
Ricomponiamo l’unità dell’Occidente salvandone i valori in un orizzonte di pace.
Questo è ancora possibile ed è più che mai urgente.
Se poi le élite europee non dovessero abbandonare certe posture belliciste (la cui conformità all’art. 11 della Carta Costituzionale è tutta da discutere) non resterà che ricordare le parole già espresse nella lettera di Paul Valéry a Victoria Ocampo il 2 settembre del 1939 (il 1 settembre 1939 la Germania aveva invaso la Polonia).
Valéry diceva allora: “la Morte entra in scena. L’Europa vuole perire. Lei raccoglierà le macerie della civiltà che cede ai barbari e ad un pazzo” così delineando il compito che spetta a chi vive una civiltà che muore.
Valéry parlava ad una amica colta del Nuovo Mondo (il Sudamerica) ed evocava la traditio, la trasmissione dei valori, il passaggio del testimone perché nulla fosse dimenticato ed il costituzionalismo – allora come ora in declino in Occidente – potesse risorgere altrove.
Auguriamoci che questo messaggio nella bottiglia non debba essere spedito ad amici di paesi lontani.
[1][1] L’Ue è vista come un luogo nel quale sono rispettati i valori universali dei diritti inviolabili ed inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto, espressamente richiamato nel preambolo del TUE.
