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Gli esiti del trumpismo e la nuova realtà geopolitica

di - 19 Dicembre 2025
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Sommario: 1. La nuova presidenza USA: Donald Trump… – 2. Segue: …l’approccio critico nei confronti dell’UE… – 3. Segue: … coinvolgimento nel medio oriente e nella guerra russo-ucraina. – 4. La nuova National Security Strategy. – 5. La fine della  storica amicizia tra America ed Europa.

 

  1. Analizzando l’attuale realtà geopolitica riscontrabile a seguito della scalata di Donald Trump alla presidenza degli USA, in un mio recente libro (v. Il declino delle democrazie liberali, Utet, 2025) ho esaminato le cause del “trumpismo”, la logica isolazionista in cui esso si colloca e la sua riconducibilità ad un’autocrazia tecno-plutocratica. Gli esiti di questa indagine evidenziano una situazione nella quale la democrazia americana appare orientata verso una metamorfosi che si caratterizza per la perdita del suo carattere liberale che da sempre ne ha qualificato l’essenza.

Gli Stati Uniti di America, infatti, sono oggi governati da un esecutivo che sta progressivamente eliminando ogni riferibilità al meccanismo costituzionale di ‘pesi’ e ‘contrappesi’ (Checks and Balances) che connota i sistemi democratici e, negli USA, si estrinseca nella divisione dei ‘poteri’ in tre rami legislativo, esecutivo, giudiziario, ognuno munito della facoltà di controllo sull’altro per prevenire abusi, e garantire un equilibrio nell’ordinamento federale.

In tale contesto spicca la figura di Donald Trump, con le specificità caratteriali (imprevedibilità, esibizionismo, narcisismo, arroganza, ecc.) che tutto il mondo ha tristemente conosciuto, e la sua politica improntata ad una logica affaristica. Obiettivo primario della sua azione è il riequilibrio delle finanze statunitensi, le quali – come è stato autorevolmente dimostrato – attualmente risultano rallentate in quanto “la competitività di prezzo delle merci USA è nettamente calata” e “la bilancia commerciale è senza soluzione di continuità passiva dal 1971” (v. CIOCCA, Commento a F. Capriglione, Il declino delle democrazie liberali. Diritto-Economia-Geopolitica, in  corso di stampa su Suppl. al n. 2, di Riv. Trim. Dir. Econ., 2025).

Trump si dichiara portatore di interventi destinati a rendere nuovamente grande l’America affermando il motto “Make America Great Again” (MAGA) che assurge a principio fondante di un agere che promuove una politica nazionalista di protezionismo economico. Ciò lo induce ad assumere un atteggiamento riconducibile ad un mix tra populismo e sovranismo, che ravvisa nella investitura conferita dalla vittoria elettorale il titolo di legittimazione per l’esercizio di un potere assoluto. Viene dato così il via all’affermazione di una logica totalitaria che, in nome della difesa della identità americana, diviene presupposto – a livello di governo interno – per l’adozione di una politica di opposizione ad eventuali nemici, aprendo spazi crescenti all’autoritarismo, assumendo carattere vendicativo nei confronti degli oppositori (dai membri dell’FBI, agli esponenti del Dipartimento di Giustizia, ai funzionari scomodi che vengono prontamente rimossi).

Alle misure straordinarie praticate nei confronti dei suoi avversari (che ritiene responsabili di complotti volti a impedirgli di governare) fa riscontro il contestuale depotenziamento del Congresso e delle agenzie federali. Si delinea uno scenario nel quale le intemperie dell’esecutivo – che spesso agisce in modalità aggressive e non rispettose dei diritti umani – non possono essere ascritte solo ai fattori caratteriali di Donald Trump, ma devono essere ricondotte ad un piano fondato su una interpretazione

espansiva dei suoi poteri. Mi riferisco, in particolare, all’intento del tycoon di applicare la teoria del “unitary executive” che da tempo ha trovato accoglimento negli USA sulla base di riferimenti alla Costituzione, per cui essa è stata confermata da alcune sentenze della Corte Suprema, la quale ha rafforzato una lettura espansiva del Vesting Clause, consentendo al presidente un pregnante controllo sulla burocrazia esecutiva (v. l’editoriale intitolato The 2024 Executive Power Survey – Unitary Executive, in The New York Times, 15 settembre 2023).

Emerge, poi, in ogni situazione l’apertura al compromesso, alla transazione affaristica, modalità comportamentale cui è sotteso l’intento di voler trarre comunque un utile personale sul piano economico dall’attività svolta (significativo, al riguardo è l’interesse che Trump nutre per la finanza digitale e, in particolare, per le criptovalute, v. GABANELLI e GATTI, Trump, il vero successo dei suoi primi 100 giorni: l’arricchimento personale, visionabile su https://www.corriere.it/dataroommi lena-gabanelli/trump-il-vero-successo-dei-suoi-primi-100-giorni-l-arricchimento per-sonale).

Di fondo si individua una realtà –  descritta nel programma televisivo Report del 14/12/ 2015) – nella quale sembrano destinate a  trovare affermazione le tesi di Guy Yarvin assertore di una “utopia libertaria radicale con la massima libertà in tutte le cose tranne che in politica” (v. TAIT, Key thinkers of the radical right: behind the new threat to liberal democracy, Oxford University Press, 2019). Da qui la propensione a sostituire la democrazia con sistemi tecno-monocratici, di certo apprezzati dal ‘cerchio magico’ di Trump: dallo  stratega politico Steve Bannon (v. MATTHEWS, Neo-monarchist blogger denies he’s chatting with Steve Bannon, su Vox, 7 febbraio 2017) a J.D. Vance il quale, in linea con le indicazioni di Yarvin, ha sostenuto «penso che ciò che Trump dovrebbe fare… è licenziare ogni singolo burocrate di medio livello, ogni funzionario dell’amministrazione statale, e sostituirli con i nostri” (v. MAHLER, How Tech Billionaires Became the G.O.P.’s New Donor Class, in New York Times, 18 ottobre 2024).

 

  1. In linea con tale impianto sistemico la politica estera evidenzia la «miscela di consumismo ed ipercapitalismo, transumanismo e tecno-anarchismo», che identifica la nuova ‘frontiera’ socio economica, supportata dal presidente USA (v. l’editoriale intitolato Ci incontreremo ancora, in Limes, n, 12, 2024, p. 33). Egli è convinto che la forza derivante dalla vittoria elettorale gli consente di vincere tutto e tutti; ciò, con la conseguenza di sottoporre le democrazie liberali del cd. occidente ad un duro banco

di prova, ad uno stress test che rischia di incidere negativamente sulla loro originaria configurazione.

Si è in presenza di una realtà nella quale il diritto non si relaziona con la forza incorporandola e rendendola un aspetto di sé; la forza non è più regolata dal diritto e limitata da questo (v. MONTEDORO, Il diritto della forza e le forze della storia. Libere meditazioni sullo stato nascente di nuove Sovranità, visionabile su www. giustizia-amministrativa.it.). Essa si separa dal diritto, incanalandosi in una visione che la inquadra come elemento primario, disancorato dal riferimento a rapporti sociali raccordati alla logica giuridica; sicché procede in via autonoma, facendo venir meno gli equilibri e le certezze che necessitano in un cammino di civiltà e di progresso.

Ed invero, l’agere di Trump esprime una logica d’imperio e, dunque, la forza di un potere che, valutato con riguardo alle determinazioni di politica estera, impone  alle principali potenze politiche ed economiche del pianeta i suoi diktat. Significativo al riguardo è l’innalzamento dei dazi, prima minacciati e poi praticati, donde le  giustificate reazioni da parte dei paesi destinatari delle sue intemperie (v. l’editoriale intitolato Mattarella boccia i dazi di Trump: “un rischio per l’economia globale”, visionabile su https://lavocedinewyork.com/news/2025/04/30/mattarella-bocciai-dazi -di-trump-un-rischio-per-leconomia-globale). Ciò senza tener conto dei danni che ne sarebbero derivati all’intero pianeta (v. Considerazioni finali della Banca d’Italia del  31 maggio 2025, p. 5, nelle quali si puntualizza “l’inasprimento  delle barriere doganali potrebbe sottrarre quasi un punto percentuale alla crescita mondiale nell’arco di un biennio”).

Sotto altro profilo, Trump trascura decenni di alleanza con l’Europa e assume un forte approccio critico nei confronti di quest’ultima su numerose questioni (contestazioni delle politiche migratorie, condanna delle barriere commerciali UE, delle imposte sull’Iva, delle sanzioni aziendali e dell’eccessivo sostegno all’Ucraina, ecc.). A ciò si aggiunga l’intromissione del vice presidente americano J.D. Vance negli affari di politica interna della Germania (allorché durante la campagna elettorale di questa ultima incontrò la leader di AFD, Alice Weidel, condividendone le tesi), nonché l’indebita ‘lezione di democrazia’ che quest’ultimo ha creduto di poter impartire ai rappresentanti dei paesi UE nella conferenza sulla sicurezza, tenuta a Monaco di Baviera nel febbraio del 2025, dichiarandosi preoccupato per l’allontanamento dei paesi europei dai principi che sono a base dell’ordine democratico; all’uopo ricordando che tutto quello che gli americani finanziano e sostengono è in nome di valori condivisi con altri popoli (v. l’editoriale Vance dà lezioni di democrazia all’Europa: “La libertà di parola è in ritirata. Preoccupa l’allontanamento dell’Ue dai valori comuni”, visionabile su www. affari-taliani.it/esteri/vance-monaco-conferenza-sicurezzamona

co -migranti-afd-europa-956550).

Si comprende con chiarezza che la nuova strategia della Casa Bianca è volta a sovvertire la tradizionale collaborazione tra USA ed Unione europea; essa infatti, a tacer d’altro, fa percepire in maniera inequivoca il disconoscimento, da parte della amministrazione Trump, del legame che dalla fine della seconda guerra mondiale è intercorso tra gli Stati Uniti e l’UE; legame che dava una sicurezza condivisa sul piano militare, garantiva rapporti economico-commerciali trasparenti e corretti, escludeva forme di ingerenze esterne da parte americana nei processi decisionali europei. A ciò si aggiunga la serie continua di soprusi con cui Trump cerca di imporre il suo volere ai paesi dell’Unione: dalla richiesta di uno smisurato ampliamento delle spese militari da destinare alla difesa in vista di un disimpegno USA dalla Nato (cui è sotteso, altresì, l’intento di vendere armi per centinaia di miliardi) alla ingiustificata intromissione nella definizione dei regimi politici degli Stati UE, cui si è fatto cenno, dei quali si incoraggia la transizione in contesti di estremo conservatorismo.

Appare evidente la volontà di depotenziare il ruolo dell’Unione, attivando al suo interno forme di divisività destinate a causare la sostanziale fine della prospettiva federalista che dal lontano ‘manifesto di Ventotene’ ha animato le aspettative di tanti cittadini del ‘vecchio continente’. Si comprende, quindi, che questi ultimi ove seguano l’input statunitense finiranno inevitabilmente in un ambito di subalternità, che riporta alla mente i ricordi di un vituperato colonialismo che si è riscontra più volte nei corsi e ricorsi della storia.

E’ la vecchia tattica del divide et impera sperimentata con successo dall’impero romano; essa si caratterizza, in questo caso, per le modalità applicative della stessa che vedono il Sovrano disimpegnato da responsabilità e da oneri di qualsiasi genere nella gestione dei poteri che gli conferiscono la possibilità di essere il dominus assoluto della citata realtà.

 

  1. Considerazioni a parte vanno formulate con riguardo all’atteggiamento assunto dal tycoon nel dichiarato intento di porre fine ai due maggiori conflitti bellici che da alcuni anni sconvolgono la ‘Striscia di Gaza’ e l’Ucraina.

In linea con la sua logica narcisista Donal Trump si dichiara ‘portatore di pace’, puntualizzando di aver posto fine a ben otto conflitti; donde la sua aspirazione a conseguire il premio “Nobel per la pace”, alimentata dalla candidatura formulata dall’amico Netanyahu, grato per l’intervento armato degli USA contro l’Iran e per aver

ottenuto da Trump un sostanziale assenso sul “piano di ricollocazione dei palestinesi”, vale a dire sulla programmata diaspora di questi ultimi nei paesi disposti ad accoglierli (v. l’editoriale Netanyahu a cena da Trump, ‘ho candidato il presidente Usa al Nobel per la pace’, visionabile su www.ansa.it/sito/notizie/ mondo/mediooriente/2025/07/08

/netanyahu-a-cena-da-trump-ho-candidato-il-presidente-usaal- nobel-per-la-pace).

Sono di certo apprezzabili gli accordi di Sharm El-Sheikh che hanno azionato, grazie alla mediazione statunitense una tregua che dovrebbe trasformarsi in una pace duratura, per cui a livello internazionale vi fu un sospiro di sollievo. Tale tregua, tuttavia, si è rivelata molto fragile, come dimostra la circostanza che oggi – a distanza di alcuni mesi dalla sua definizione – continuano le uccisioni di palestinesi ed il premier israeliano non tralascia occasione per negare la possibilità che in futuro possa esistere uno Stato palestinese. Sembra, quindi, convincente l’assunto: “L’amara verità è che la sospensione delle azioni militari israeliane serviva anche a soddisfare il desiderio del presidente Usa Trump di apparire come il risolutore dei conflitti internazionali” (così REDAELLI, A Gaza una tregua che non disarma, visionabile in Avvenire del 6 dicembre 2025).

Significativamente diversa è la storia riguardante la ipotizzabile fine del conflitto russo-ucraino, sia per le motivazioni che sono alla base di esso, sia per il ruolo svolto da Donald Trump, nel conseguimento di detto obiettivo. Com’è noto, l’invasione della Russia ha causato una dolorosa storia di distruzione e di morte che ha comportato il coinvolgimento dell’UE e degli USA intervenuti a sostegno dell’Ucraina per proteggere i suoi cittadini ed i valori delle democrazie (v. l’editoriale intitolato Draghi al vertice Ue di Versailles: “Non siamo in economia di guerra, ma è bene prepararsi”,  visionabile su https://www.rainews.it/articoli/2022/03/draghi-al-vertice-ue-di-versail-les-non-siamo-in-economia-di-guerra-ma–beneprepararsi). L’UE manterrà nel tempo questo impegno, ben diverso è il comportamento degli Stati Uniti, i quali all’inizio del 2025, con l’avvento della nuova presidenza, assumono una linea comportamentale opposta a quella tenuta da Joe Biden che aveva elargito ingenti somme all’Ucraina.

Nel corso della sua campagna elettorale Donald Trump aveva sostenuto che  in caso di successo, egli sarebbe stato in grado di risolvere la guerra in ‘sole 24 ore’ e persino prima di entrare formalmente in carica. La sua ambizione lo induce a forme di autoesaltazione poco attente ai contenuti di tale impegno che oggi, a distanza di un anno dalla sua nomina, non è ancora riuscito a realizzare, anzi ritiene di adempiere inducendo Zelensky ad accettare i piani predisposti dall’America (su input della Russia) per porre fin alla guerra. Nel contempo, animato da una innata logica affaristica, non tralascia di chiedere la restituzione delle somme concesse dal suo predecessore maggiorate da interessi che si possono definire usurai, addivenendo ad un accordo con Kiev, col quale l’Ucraina ha ceduto agli USA non solo le terre rare, come merce di scambio per recuperare i finanziamenti disposti dall’America a favore dell’Ucraina, ma anche altre risorse minerarie ed energetiche di quest’ultima.

Per comprendere le ragioni della linea comportamentale del tycoon nella guerra russo-ucraina, necessita far riferimento ai tentativi posti in essere da Trump per avvicinarsi al dittatore russo, ipotizzando che tale condotta avrebbe allontanato la Federazione Russa dalla Cina (il vero nemico ai suoi occhi). Al riguardo si fa presente che già nel G7 del 2018 (tenutosi in Canada) Trump propose il reintegro della Russia nel gruppo, suggerendo un ritorno alla formula del G8; argomento sul quale è di recente tornato in occasione del G7 del 2025 (svoltosi anch’esso in Canada) denunciando   come «grosso errore» l’esclusione della Russia da tale consesso internazionale. L’atteggiamento accomodante del tycoon verso Putin, che aveva segnato la sua precedente presidenza proseguito in quella attuale, desta perplessità che si chiariscono avendo presenti le interferenze russe a favore di Trump, nella campagna presidenziale del 2016, evidenziate in un rapporto del procuratore speciale Robert Mueller. Ed invero, tale rapporto – pur concludendo che, nella fattispecie, non erano ravvisabili gli estremi di una cospirazione criminale (v. Mueller report: President Trump ‘did not conspire with Russia’, in BBC news, 25 marzo 2019) – sottolinea che vi furono numerosi contatti tra membri della campagna di Trump e individui legati al governo russo, all’uopo documentando i tentativi di interferenza sistematica da parte di quel governo attraverso hackeraggi e diffusione di disinformazione (v. Report on the Investigation into Russian Interference in the 2016 Presidential Election, Volume I, Dipartimento di Giustizia USA, pubblicato il 22 marzo

2019 e reso pubblico il 18 aprile 2019).

In tale rapporto, presentato al Procuratore Generale William Barr, si legge testualmente “l’indagine dell’Ufficio ha portato alla luce prove di numerosi collegamenti (ovvero contatti) tra funzionari della campagna elettorale di Trump e individui che hanno o affermano di avere legami con il governo russo” (v. vol. I, p. 180), affermazione ribadita anche nel rapporto della Commissione intelligence del Senato (a maggioranza repubblicana), la quale ha dato una conferma ‘bipartisan’ ai sospetti sulle interferenze del Cremlino nella campagna per le presidenziali del 2016.

Alla luce di quanto precede trova una logica spiegazione l’ambiguità emersa nei rapporti fra Trump e Zelensky: dall’incontro nello ‘studio ovale’ della Casa Bianca, trasmesso in mondovisione, alla incredibile rivelazione, fatta da Zalensky nel giugno 2025, nella quale comunicò che gli Stati Uniti gli avevano fatto la richiesta di non prendere di mira le infrastrutture petrolifere russe, sulle quali stava indirizzando con successo i suoi attacchi (v. l’editoriale intitolato Zelensky Rivela: richiesta USA di proteggere il petrolio russo, visionabile su https://www.msn.com/it-it/notizie/other/ zelensky-rivela-richiesta-usa-di-proteggere-il-petrolio-russo). Si è in presenza di una realtà, nella quale lo stupore prende il sopravvento sulle parole, lasciando facilmente desumere – come evidenziavo nel mio libro citato in apertura – che il presidente USA avrebbe posto fine ai suoi interventi a favore dell’Ucraina, cercando di assecondare Putin nel conseguire una sostanziale resa; esito che si sta riscontrando in questi giorni, con conseguenze che – come cercherò di chiarire qui di seguito – sembrano destinate a ripercuotersi pesantemente sugli equilibri compressivi dell’Unione europea.

 

  1. Siamo giunti all’epilogo di questa narrazione che desta timori ed innegabili preoccupazioni. Questi sono riconducibili soprattutto all’attuale contesto geopolitico e, in particolare, alla situazione di incertezze e fragilità che connota l’Unione Europea a seguito della recente pubblicazione da parte di Donald Trump della nuova National Security Strategy, documento che riscrive le modalità con cui gli USA intendono proporsi al pianeta nella loro veste di potenza sovrana.

In tale documento dopo una premessa autoesaltante del presidente americano (“nei passati nove mesi, abbiamo risollevato la nostra nazione – e il mondo intero – dall’orlo della catastrofe”) ed aver ribadito accuse nei confronti delle élite che, negli anni passati, hanno guidato il Paese, si rappresenta la volontà di “ripristinare la potenza statunitense sia in patria che all’estero”. Ciò attuando una strategia che mira a prevenire azioni ostili dando corso a risposte di gravissima entità, logica fondata quindi sul principio della deterrenza al quale fanno seguito le «correzioni necessarie» che l’esecutivo si propone di apportare. Queste ultime sono espressione dei principi fondanti della National Defense Strategy, tra i quali, ai fini di una compiuta valutazione dei rapporti tra USA e paesi terzi, assumono peculiare centralità quelli relativi alla ‘pace attraverso la forza’ ed alla ‘predisposizione al non interventismo’.

Il documento in parola è dichiaratamente ispirato alla dottrina che prende il nome del presidente James Monroe il quale la proclamò nel 1823. Rispetto ad essa viene rivendicata l’applicazione di un “Trump Corollary” (v. paragr. II, punto 2 What Do We Want In and From the World?), destinato ad integrarne la portata per riaffermare l’influenza statunitense nelle Americhe (v. l’editoriale intitolato Il “Corollario Trump” per le Americhe, la centralità indo-pacifica e il disentanglement europeo: Tre volti del nuovo paradigma della strategia nazionale statunitense su https://www.geopolitica. info/corollario-trump-per-le-americhe). Com’è noto, secondo tale dottrina, le potenze europee non dovevano più intervenire negli affari del continente americano, né tentare nuove colonizzazioni, a fronte dell’impegno statunitense di non interferire nelle questioni interne europee. E’ evidente l’obiettivo di proteggere gli Stati sud-americani da ipotizzabili forme di colonialismo e di consolidare, nel contempo, l’influenza statunitense nell’emisfero occidentale (v. GUALTIERI, Storia degli Stati Uniti, Roma-Bari, 2016, pp. 67-70); nella National Security Strategy il riferimento ad essa è indicativo della volontà di dare nuovo spazio alla logica isolazionistica imposta da Trump, riservando peraltro agli USA il diritto di “opporsi alle derive tecnocratiche e alle restrizioni sulle libertà fondamentali imposte da élite politiche in Europa e nel mondo anglosassone”, come è stato correttamente ipotizzato (v. BENTIVOGLIO La nuova National security strategy Usa tra sovranità, deterrenza e ristrutturazione delle alleanze, visionabile su strategy https://formiche.net/2025/12/nuova-national-security-                 strategy – usa-sovranita-deterrenza-ristrutturazione-alleanze).

Ciò posto, destano ampie perplessità le pagine della National Security Strategy dedicate all’Europa, nelle quali vengono confermate le critiche mosse ripetutamente agli Stati ed alle istituzioni europee, fin dalla prima riunione di Gabinetto del nuovo esecutivo con toni arroganti ed ostentazione di forza che si vuol far percepire come tale. Si è in presenza di affermazioni che denotano una coloritura ideologia riconducibile al conservatorismo sovranista che propone la centralità assoluta della nazione e della tradizione, rifiutando i vincoli sovranazionali e affidando la coesione sociale ad un’autorità forte, a scapito del pluralismo liberale (v. AA.VV, La sostenibilità della democrazia nel XXI secolo, a cura di Cartabia e Simoncini, Bologna, 2009). Da qui il carattere ascrivibile alle critiche in parola di reazione identitaria alla globalizzazione e all’integrazione europea, che sul piano delle concretezze persegue un’erosione delle garanzie del costituzionalismo liberale, valorizzando per converso una concezione decisionista della sovranità, la quale crea una tensione nell’equilibrio tra diritto, politica e mercati.

Le dure parole utilizzate dall’esecutivo americano sono volte a rappresentare

l’esistenza nell’UE di una “stagnazione economica…(dovuta)… a regolamentazioni nazionali e sovranazionali che minano creatività e operosità…  declino economico oscurato da una prospettiva ancor più radicale: quella di una cancellazione della civiltà europea”, come testualmente viene affermato nella National Security Strategy. Da qui il suggerimento di affrontare alcune problematiche (migrazioni, censura della libertà di espressione, perdita delle identità nazionali) che “indeboliscono la libertà politica e la sovranità”. E’ questa una narrativa che tende a minare alla base la costruzione di uno Stato federale europeo in quanto sottende la riferibilità al nominato principio del divide et impera, presupposto di una comunità di Stati nazionali facilmente disposti ad attivare  rapporti bilaterali con gli USA, ponendo in essere negoziazioni ogni volta che se ne presenta l’opportunità.

Le affermazioni critiche di Trump sulla politica “autodistruttiva” dell’Europa dianzi riportate vengono da lui prontamente confermate in una lunga intervista a Politico nella quale attacca nuovamente l’Unione europea e Volodymyr Zelensky, accusando la prima di debolezza ed il secondo di “usare la guerra per non fare le elezioni”. Ove ce ne fosse stato ancora bisogno, lascia intendere le sue reali intenzioni di desiderare un’Europa completamente sottomessa e di “guardare all’Ucraina con assai maggiore ostilità di quanta ne susciti in lui la Russia di Vladimir Putin” (v. l’editoriale intitolato Fine delle illusioni. È ora di considerare l’ipotesi che Trump dica quel che pensa, visionabile su www.linkiesta.it/2025/12/e-ora-di-considerare-lipotesi-che-trump-dica-quel-che-pensa). Il presidente USA mostra in modalità inequivoche l’intervenuta fine di un rapporto tra America ed Europa fondato sul reciproco rispetto e su una intesa a base della quale la protezione militare (offerta dalla prima) ha trovato sempre pronto riscontro nell’apertura del mercato europeo agli USA ed in una collaborazione economica che di certo ha giovato a questi ultimi.

Si deve prendere atto che Donald Trump sta tentando di attuare un         cambio di regime negli Stati Uniti che segna l’abbandono della logica democratica, indispensabile presupposto dei sistemi liberali che ripudiano il totalitarismo, le cui dinamiche fondate sull’autoritarismo recano  tensioni (all’interno dei paesi in cui esso si afferma) destinate a deflagrare a livello geopolitico, turbando il pregresso equilibrio internazionale e producendo incalcolabili danni a livello globale (v. ARENDT, The Origins of Totalitarianism, New York, 1951, nel quale si analizzano i meccanismi dei regimi totalitari, nonché WEIL, Oppression et liberté, Paris, pubblicato postumo nel 1955, opera che offre una visione critica dell’autoritarismo e delle connesse strutture gerarchiche).

Naturalmente la manifesta contrarietà di Trump all’Unione Europea è destinata ad una entusiastica accoglienza da parte degli esponenti tecno-plutocratici che supportano la sua impostazione politica. Di ciò è conferma nel proditorio attacco del suo sodale Elon Musk all’UE, il quale – ab irato, a causa di una multa da 120 milioni inflitta da Bruxelles al suo social X – ha auspicato l’abolizione dell’Unione e il conseguente ritorno della sovranità ‘ai singoli Stati’ (v. l’editoriale intitolato Musk attacca l’Ue: ‘Abolirla e tornare ai singoli Stati’, visionabile su www.ansa.it/sito/ notizie/mondo/2025/12/07/musk-attacca-lue-abolirla-e-tornare-ai-singoli-stati).

Viene alla mente la nota del Quirinale con cui il presidente Mattarella, in occasione di un precedente attacco di Elon Musk al nostro paese (novembre 2024), replicò alle critiche di questi contro i magistrati e la nostra situazione socio politica sottolineando che   “L’Italia è un grande Paese democratico e sa badare a se stessa nel rispetto della sua Costituzione” (v. l’editoriale intitolato Mattarella risponde a Musk: reazioni della politica italiana, su https://www.zazoom.it/news-notizia/post/768331/ 2024-11-13–mattarella-risponde-musk-reazioni-della-politica-italiana).  Sono parole che enfatizzano il rispetto dalla sovranità degli Stati europei, per cui non sono accettabili indebite intromissioni, né prescrizioni di sorta dall’estero! Non posso nascondere, tuttavia, la preoccupazione che in un prossino futuro l’Unione possa essere sottoposta a nuove pericolose intimidazioni dagli esponenti di una classe socio-economica statunitense che, uniformandosi ai desiderata di Trump, voglia liberarsi dagli orpelli regolatori di un sistema che crede nei valori dello ‘Stato di diritto’ e della democrazia. E’ questo un timore giustificato dalle vicende presenti che stanno sovvertendo l’ordine costituito che, per decenni, ha contraddistinto il regime politico degli Stati Uniti, paese che per origini, storia, cultura, tradizioni di vita ha sempre intrattenuto un legame speciale con il ‘vecchio continente’.

 

  1. Nel corso dell’indagine riportata nel libro ricordato in apertura ho cercato di mettere a fuoco la realtà cui faccio riferimento nelle pagine che precedono, pervenendo a conclusioni che in questi giorni si stanno dimostrando veritiere. Mi è sembrato chiaro, fin dall’insediamento dell’esecutivo statunitense, che l’intero pianeta sarebbe andato incontro a cambiamenti geopolitici dovuti all’affermazione di una logica conservatrice protesa verso un modello ordinamentale di stampo autocratico, coerente con la tensione affaristica del presidente americano e le mire espansive di quello russo.

I comportamenti che hanno caratterizzato l’avvio della nuova presidenza USA mostravano, infatti, una chiara opzione per una difesa ad oltranza degli interessi nazionali in nome del libero mercato e delle libertà individuali. Da qui la prevedibile assunzione di una linea interventistica che, in vista della realizzazione di nuovi profitti

per gli Stati Uniti, sarebbe stata contraria ai principi della democrazia liberale e del diritto internazionale. Ciò ha comportato conseguenze di vario genere: dalla esasperata avversione ai flussi migratori, ad un progressivo distacco dalle vicende europee ed a un sostanziale disinteresse per l’Ucraina. In tale contesto l’obiettivo di riavvicinare la Russia al fine di limitare l’influenza della Cina su quest’ultima lo induce a convergere verso Putin, cui è legato da rapporti pregressi e da un senso di ammirazione, mostrando disponibilità ad assecondarne le mire facilitando una conclusione a lui favorevole della operazione speciale iniziata con intenti di conquista. Per converso, è sempre più incurante del destino dell’Europa, muovendo critiche ed evidenziando in più occasioni disistima per i leaders dell’Unione.

Valutando le componenti di tale scenario, mi sono posto vari interrogativi: dalle sorte  della democrazia negli USA, alla ipotizzabile conclusione della guerra russo-ucraina e della storica amicizia tra America ed Europa.

Nella consapevolezza di essere in presenza di un futuro pieno di incertezze, mi sono reso conto che  l’elezione di Trump poteva non solo aprire la strada ad un isolazionismo degli Stati Uniti, ma anche favorire le condizioni per l’avvio di un processo che, alla lunga, avrebbe potuto causare la morte della democrazia. Da qui il convincimento che bisogna accettare le intemperie di Trump come un ‘male necessario’ (al quale non ci si può sottrarre) in attesa di tempi migliori, che si spera possano venire a seguito di una sofferta ridefinizione del processo democratico. Valutando le modalità con cui il presidente americano ha svolto il suo ruolo di mediatore nella vicenda ucraina, nonché la diffidenza ed il disprezzo mostrato per Zelesky, mi si è si prospetta una realtà resa particolarmente difficile per l’Ucraina anche dal fatto che il vertice della potenza militare più grande del mondo ha dimostrato col suo comportamento di non voler seguire nei confronti della Russia una linea comportamentale aggressiva.  Ne ho dedotto che la martoriata Ucraina avrebbe dovuto, con molte probabilità, rinunciare al sogno di una pace ‘giusta e duratura’, che le consentisse di conservare la sua integrità territoriale e, con questa, la possibilità di entrare a far parte della Nato in un futuro non lontano; per cui verosimilmente si delinea uno scenario  nel quale il tycoon, pur di vedere realizzata la sua promessa elettorale di far cessare il conflitto e di compiacere Putin, potrebbe costringere Zelensky a concludere una pace che trasformi l’Ucraina in un nuovo Stato vassallo della Russia.

Da ultimo, mi è sembrata particolarmente complesso il destino della storica amicizia tra America ed Europa. Al termine dell’indagine mi sono chiesto, infatti, che ne sarà dell’Europa? Essa oggi presenta un’immagine debole e divisa, mostrando una situazione nella quale si riflette l’intrinseca difficoltà in cui versa l’UE nel trovare un razionale punto di equilibrio e di condivisione che segni la possibilità di addivenire presto alla costruzione di una più coerente integrazione militare.

Gli eventi dell’ultimo mese sono caratterizzati da un flusso di giudizi negativi di Trump sugli alleati e dal riconoscimento della ‘posizione di forza della Russia’, per cui Zelensky dovrà iniziare “ad accettare le cose”, considerazioni cui si aggiungono rinnovate critiche sulle politiche migratorie dell’Unione europea che hanno determinato una ‘crisi di civiltà’. Appare inequivoco il discredito verso i vertici di alcuni Stati europei a fronte dell’apprezzamento per quelli che si qualificano in chiave sovranista ed evidenziano un riferimento ideologico al trumpismo, con i quali egli intende collaborare, anche accettando i negoziati riguardanti i piani americani relativi alle modalità con      cui porre fin alla guerra in Ucraina. Risulta chiaro, altresì, che sono destinate a venir meno le ultime illusorie possibilità di una continuità relazionale tra USA ed Unione europea; per converso il legame tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa emerge nella sua interezza, come è dato riscontrare, tra l’altro, dalle dichiarazioni del portavoce di Putin  Dmitry Peskov che indicano una convergenza tattica tra tali paesi, i quali hanno aree di interesse comune nella ricerca di una soluzione al conflitto in Ucraina (v. l’editoriale L’Europa sotto assedio, visionabile su https://www.ilpost.it/2025/12/08/le-prime-pagine-di-oggi-4411).

L’Unione europea agli occhi di Trump non esiste, perché essa non è un soggetto giuridico (come ha puntualizzato Lucio Caracciolo in un’intervista a 8 e mezzo), inoltre ha avuto un grande calo del suo peso economico dal 25% del PIL mondiale al 14%, stando alle indicazioni della National Security Strategy. Essa è spaccata tra i paesi disposti a eseguire i desiderata del presidente USA ed altri intenzionati a sostenere l’Ucraina con mezzi finanziari ed armi; nel contempo è pressata da una ‘guerra ibrida’, mossa dalla Russia, da un lato, e dall’irrecuperabile distacco dell’America, dall’altro, la quale ha chiuso l’ombrello di protezione finora offerto e dichiara che la Nato non si deve espandere. Diventa sempre più difficile credere alla prospettiva di una vera unione politica e assicurare all’Ucraina il sostegno     per una pace giusta, senza disconoscere la vocazione atlantista! Sicché sorprende il sussulto identitario sotteso all’affermazione   del portavoce della Commissione europea le “regole le decidiamo noi e per noi”, cui si accompagna l’avvertimento che “l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti” e che “il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana” (v. l’editoriale intitolato Ue risponde a Trump: “Regole le decidiamo noi e per noi”, visionabile su www.rotonotizie.it/ue-risponde-a-trump-regole-le-decidiamo-noi-e-per-noi).

Ci si rende conto che è giunto il momento delle grandi decisioni, riguardanti non solo l’opzione tra l’adesione allo schieramento di stretta marca europeista che sembra essersi costituito con la partecipazione al gruppo dei cd. volenterosi, bensì anche la identificazione delle modalità più congrue    per definire un unitario sistema di difesa. E’ evidente che l’Europa deve decidere sulla propria sopravvivenza e sulla rinuncia ad una qualche rilevanza nella compagine geopolitica del pianeta, nella quale a fronte del gruppo delle grandi potente mondiali (USA, Cina, Russia, India e Giappone) segnate da Trump non c’è posto per gli Stati dell’Unione, politicamente divisi e senza una forza militare comune e unitaria, anche se nel loro insieme essi hanno una popolazione di oltre 400 milioni di abitanti.

Si comprende che l’Europa è ad in bivio: è in gioco il suo futuro destino in quanto appare verosimile un cambio di regime che, sul piano delle concretezze, non solo segnerà il declino delle ‘democrazie liberali’ ma anche l’apertura a forme di autarchia, le cui implicazioni negative sono state sperimentate più volte nella storia dei popoli. E’ venuto il momento in cui necessita uscire dalle ambiguità, abbandonare le posizioni prudenziali mirate alla conservazione di un atlantismo cessato nei fatti, sostituendolo con una posizione di fermezza in vista di quella libertà ed autonomia cui legittimamente aspirano i popoli, specie quelli che, come insegna la storia europea, hanno lottato a lungo per conquistarle.

E’ altresì necessario guardare la realtà, valutando oggettivamente gli esiti delle scelte che i paesi UE sono costretti a fare, se del caso accantonando le aspettative maturate quando non si aveva ancora piena contezza – diversamente da quanto avviene  oggi – del fatto che è in gioco la sicurezza nazionale, la quale si identifica con quella europea. Non è possibile, di fronte agli accadimenti odierni, agli strali continui con cui l’esecutivo americano bersaglia la gran parte degli Stati del ‘Vecchio continente’, un tempo suoi alleati, continuare a credere ancora nell’atlantismo. Quest’ultimo, non rientra più nel quadro geopolitico che, dopo la fine della seconda guerra mondiale gli USA avevano costruito; oggi essi guardano a nuove amicizie ritenute migliori di quelle sperimentate in passato, come dimostra il legame che intercorre tra il tycoon e Putin. Pertanto, può dirsi che si è affermata la volontà di dissolvere l’Unione europea, che – nella logica trumpista – è di certo considerata una forza economica da non sottovalutare e, quindi, da colonizzare, potendo rappresentare un ostacolo al progetto MAGA.

Da qui l’esigenza di fortificare l’aggregazione dei paesi che intendono assumersi la responsabilità di difendere l’Ucraina, sottoposta a pressanti minacce dalla Federazione russa ed a continue ingiunzioni da parte di Trump, che vuole chiudere questa annosa partita ed iscrivere nel suo curriculum un’altra medaglia da ‘paciere’. Si avverte un generalizzato clima di preoccupazioni, ma preferisco unirmi a coloro che confidano nella speranza che, alla fine, l’intelligenza ed il buon senso prevarranno su ogni altra cosa.

 


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