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di - 24 Novembre 2025
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L’economia italiana continua a ristagnare.

Dalla crisi della lira del 1992 il Pil reale è cresciuto a malapena dello 0,7% l’anno, il peggior risultato dal tempo di Cavour. È prevedibile che l’intera legislatura – affidata ai partiti conservatori – si concluda nel 2027 con un esito simile, deludente. Nell’arco di un trentennio politici e imprese non hanno provveduto, e non provvedono. Dal 2014 l’occupazione è aumentata e la disoccupazione è scesa, non per merito del governo attuale e dei suoi predecessori, ma solo perché i salari sono diminuiti e il lavoro ha sostituito capitale. Non è buona occupazione: oltre che mal pagata, è spesso a scadenza, precaria, inferiore alle aspirazioni dei giovani, che se possono emigrano.

Una politica per la crescita e per la buona occupazione è necessaria, sebbene non sufficiente qualora le imprese non rispondano. Le linee di un programma – della opposizione, dato che l’Esecutivo definisce florida (!?) l’economia e vara l’ennesima legge di bilancio irrilevante per dimensione e contenuti – sono agevolmente riassumibili, anche perché proposte invano, reiteratamente, dai migliori economisti.

  • Pubbliche finanze: Risparmi nei contratti di appalto e fornitura più esosi per lo Stato, nei trasferimenti della PA alle imprese, nelle spese militari, nel costo del debito uniti a maggiori entrate da concessioni non più smaccatamente favorevoli ai concessionari e da lotta a una evasione oscena aprono ampi spazi di risanamento del bilancio della Repubblica, indebitata per il 140% del Pil. Queste misure potrebbero altresì consentire sgravi ai contribuenti fedeli meno doviziosi, pagamento delle pensioni senza più peggiorarle, sostegni ai bisognosi.
  • Investimenti pubblici: Sono drammaticamente diminuiti dal 2009, con scadimento delle infrastrutture. Messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, istruzione, ricerca li richiedono con priorità assoluta anche perché il PNRR è stato disperso in mille rivoli con moltiplicatore della attività economica inferiore all’unità ed è prossimo a scadere. Oltre alla utilità immediata questa spesa nel medio periodo può non gravare sui conti. Si autofinanzia, se ha un moltiplicatore sufficientemente alto, con conseguenti aumenti di gettito e minori uscite per altre voci.
  • Distribuzione del reddito: Il contrasto alla sperequazione dei redditi si impone per ragioni di equità. Quasi sei milioni di italiani sono poveri e 13 milioni rischiano di diventarlo a fronte di 60 miliardari e di oltre 400mila milionari, meno dell’1% della popolazione. La progressività distributiva diffonde altresì professionalità, potenzia il capitale umano, favorisce la crescita.
  • Concorrenza: Negli ultimi decenni profitti e rendite sono stati cospicui, a scapito dei salari, sebbene le imprese abbiano investito e innovato meno del passato. Se gli utili resteranno “facili” le imprese continueranno a investire poco, innovare poco, sostituire lavoro a capitale, con scarsa dinamica della produttività. Extra-profitti, quasi-rendite, oligopoli vanno contrastati. Lo stimolo della competizione è presupposto essenziale dello sviluppo economico. Una volta assicurato il pieno utilizzo delle risorse non è compito dello Stato garantire il profitto, spacciando l’intento per una fantomatica “politica industriale” che regala soldi dei contribuenti a privati, come torna a chiedere la Confindustria.
  • Mezzogiorno: Il reddito pro capite del Meridione resta sul 55% rispetto a quello del Nord, che pure vorrebbe una autonomia regionale “differenziata”. Il Sud progredirà solo se l’intera economia tornerà a crescere. E tuttavia una specifica azione ne promuova lo sviluppo è indispensabile. Oltre ai migliori servizi, vanno concentrati al Sud gli investimenti pubblici in infrastrutture e un nuovo “IRI”, gestito in autonomia da chi lo dirige, dovrebbe effettuarvi gli investimenti produttivi che i privati non realizzassero.
  • Diritto dell’economia: Nonostante alcuni progressi la “macchina giuridica”, del diritto positivo e processuale, nelle norme e nella loro applicazione, tuttora frena la crescita. Pesa in particolare sulle imprese medio-piccole, nei loro rapporti sia privati sia con la Pubblica Amministrazione.
  • Europa: A Bruxelles l’Italia deve opporsi, anche esercitando il diritto di veto, a misure che siano volute dal neomercantilismo tedesco, responsabile della stasi della domanda interna e quindi del mediocre sviluppo dell’intera Euroarea nell’ultimo quarto di secolo.

              È fondamentale che questi indirizzi siano rivolti in modo chiaro alla tutela delle categorie sociali che hanno soprattutto sofferto e soffrono per il ristagno dell’economia. In una o più vesti si tratta di decine di milioni di cittadini: i salariati, i pensionati, i poveri, i contribuenti, i risparmiatori, i malati, gli anziani. A una tale, potenziale maggioranza va proposto un programma in cui essa si riconosca e la induca a partecipare attivamente al voto nell’interesse proprio e per il progresso generale del Paese, obiettivi coincidenti.


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