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Sette idee economiche

di - 11 Novembre 2025
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Dalla settecentesca Rivoluzione Industriale d’Inghilterra il funzionamento del capitalismo è stato illuminato da sette grandi economisti: Adam Smith (1723-1790); David Ricardo (1772-1823); Karl Marx (1818-1883); Léon Walras (1834-1910): Joseph Alois Schumpeter (1883-1950); John Maynard Keynes (1883-1946); Piero Sraffa (1898-1983).

Vagliati da stuoli di studiosi, variamente interpretati, i loro contributi  sono scolpiti nella storiografia di sintesi[1]. Pure, gli economisti di oggi non sono sempre consapevoli dell’eredità ricevuta. L’analisi economica del passato non è più molto coltivata. In uno scritto come questo – breve, soggettivo, divulgativo, integrabile, smentibile – le parole di ciascuno dei sette giganti consentono di evocare la loro idea ispiratrice.

In Smith[2] l’idea fondante è la divisione del lavoro: “La causa principale del progresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggior parte dell’arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro” (p. 66). Il maggior prodotto consentito dalla specializzazione nelle mansioni è dovuto “a tre diverse circostanze: primo, all’aumento di destrezza di ogni singolo operaio; secondo, al risparmio del tempo che di solito si perde per passare da una specie di lavoro all’altra; e infine all’invenzione di un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro e permettono a un uomo solo di fare il lavoro di molti” (pp. 68-69). A propria volta condizione necessaria, o causa, della divisione del lavoro è “una particolare inclinazione della natura umana: l’inclinazione a trafficare, a barattare e a scambiare una cosa con un’altra” (p. 72). Solo “la certezza di avere la possibilità di scambiare tutto il sovrappiù del prodotto del proprio lavoro che supera il consumo, col sovrappiù del prodotto degli altri uomini di cui si ha bisogno, incoraggia ogni uomo a dedicarsi a una occupazione particolare, coltivando e portando alla perfezione il talento o l’inclinazione che si trova ad avere per un tipo particolare di attività” (pp. 73-74). ”Poiché la possibilità di scambiare è la causa originaria della divisione del lavoro, la misura in cui la divisione del lavoro si realizza non può che essere limitata dalla misura di tale possibilità o, in altre parole, dall’ampiezza del mercato” (pp. 74-75). Sulla divisione del lavoro influiscono secondo Smith anche altri fattori: il settore in cui il lavoro è impiegato, con l’industria che spiazza l’agricoltura perché nell’industria la divisione del lavoro è maggiore; i mezzi di trasporto delle merci prodotte; l’accettazione diffusa di uno strumento di pagamento negli scambi (la “moneta”); l’ammontare dei “fondi”, del capitale, con cui anticipare a chi lavora il sostentamento per il tempo necessario affinchè egli esprima il prodotto del suo lavoro. “Il valore di una merce, per la persona che la possiede (…), è uguale alla quantità di lavoro che essa la mette in grado di comprare o di comandare. Il lavoro è dunque la misura reale del valore di scambio di tutte le merci” (p. 82).  Ma, “oltre a quanto basti a pagare il prezzo dei materiali e il salario degli operai, qualcosa dev’essere dato per i profitti di chi rischia i suoi fondi nell’impresa” (p. 96). Inoltre, “non appena la terra di un paese diventa tutta proprietà privata (…) la rendita della terra dà luogo a una terza componente il prezzo della maggior parte delle merci” (97). La distribuzione del reddito fra salario e profitto è, per Smith, di natura conflittuale. E’una “contesa”, tendenzialmente vinta dal profitto: “I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente” (p. 108). Il limite alla compressione del salario è dato dalla sussistenza: “Un uomo deve sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario deve essere sufficiente a mantenerlo” (pp. 109-110). Il rapporto fra produzione e distribuzione è così tracciato da Smith per il capitalismo industriale ai suoi tempi nascente. Il nuovo modo di produzione è foriero di crescita ma sfavorisce i lavoratori rispetto a capitalisti e rentier. Da insigne illuminista scozzese – filosofo, storico, giurista, maestro di retorica e belle lettere – Smith arricchisce la sua analisi economica come forse solo Marx dopo di lui avrebbe cercato di fare.

In Ricardo[3] l’idea fondante è che “la determinazione delle leggi che regolano la distribuzione è il principale problema dell’Economia politica” (p. 165). Alla lunga la ripartizione del prodotto tra salari, rendite e profitti dipende dalla crescita, ma a propria volta condiziona la crescita fino a negarla. La “contesa“ è tra profitto e rendita, più che tra profitto e salario. Il salario può essere temporaneamente innalzato dalla domanda di lavoro legata alla accumulazione di capitale, ma è tendenzialmente inchiodato alla sussistenza: “Il lavoro, come tutte le cose acquistate e vendute e delle quali si può aumentare o diminuire la quantità, ha un prezzo naturale e uno di mercato. Il prezzo naturale del lavoro è il prezzo che mette in grado i lavoratori, nel complesso, di sussistere e di perpetuarsi senza aumenti né diminuzioni” (p. 246). “Quando il prezzo di mercato del lavoro supera il suo prezzo naturale, le condizioni del lavoratore sono floride e felici: egli può procurarsi una maggiore quantità di sussistenze e di piaceri della vita, e quindi mantenere una famiglia sana e numerosa. Quando tuttavia, per lo stimolo che gli elevati salari danno all’aumento della popolazione, il numero dei lavoratori aumenta, i salari ritornano al loro prezzo naturale” (p. 247). Al tempo stesso l’accumulazione di capitale, l’aumento degli occupati, la crescita dell’attività produttiva richiedono per nutrire i lavoratori la messa a coltura anche dei terreni meno fertili. La estensione delle coltivazioni è accentuata dai dazi alla importazione di prodotti primari, quali quelli imposti in Inghilterra dalle Corn Laws del 1815. Nasce allora, e tende ad aumentare con lo sviluppo dell’economia, la rendita:”E’soltanto perché la quantità della terra non è illimitata e la sua qualità non è uniforme, e perché man mano che la popolazione aumenta viene coltivata terra di qualità inferiore o in posizione meno vantaggiosa, che si paga una rendita per il suo uso” (p. 225). Il salario reale essendo tendenzialmente fisso al livello della sussistenza, la rendita crescente grava in ultima analisi sul profitto:”La tendenza naturale dei profitti è quindi di diminuire; perché col progresso della società e della ricchezza, la maggior quantità di alimenti necessaria viene ottenuta a costo di una quantità sempre maggiore di lavoro” (p. 271). “L’agricoltore e il manifattore non possono fare a meno dei profitti più di quanto il lavoratore possa fare a meno dei salari. La loro spinta all’accumulazione diminuisce a ogni diminuzione dei profitti e cesserà completamente quando i loro profitti sono così bassi da non consentire loro un adeguato compenso per la fatica e il rischio cui vengono necessariamente incontro per impiegare produttivamente il loro capitale” (p. 272). Con la fine dell’accumulazione la crescita si arresta. L’economia cade in uno stato stazionario. Ricardo non è un intellettuale come Smith. E’agente di Borsa e politico. La sua prosa è arida, ma si deve a lui il rigore logico nell’analisi economica. Il suo ragionare su crescita e distribuzione, non a caso, è stato riformulato in linguaggio matematico[4].

In Marx[5] l’idea fondante è che anche nel capitalismo il lavoro è sfruttato: venduto di necessità dai proletari, comprato dai capitalisti, viene “non pagato” per una quota cospicua di quanto produce: “L’operaio durante una sezione del processo lavorativo produce solo il valore della propria forza-lavoro, cioè il valore dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari (…). All’operaio, il secondo periodo del processo lavorativo, nel quale egli sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, costa certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino di una creazione dal nulla. Chiamo tempo di lavoro soverchio questa parte della giornata lavorativa e pluslavoro (surplus labour) il lavoro speso in esso. Per conoscere il plusvalore, è altrettanto decisivo intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro superfluo (…). Solo la forma in cui viene spremuto al produttore immediato, al lavoratore, questo pluslavoro, distingue le formazioni economiche della società; per es., la società della schiavitù da quella del lavoro salariato (…). Il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto in cui il pluslavoro sta al lavoro necessario (…). Quindi, il saggio del plusvalore è l’espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale, cioè dell’operaio da parte del capitalista” (pp. 249-251). A questo modus operandi e a una forma siffatta di sfruttamento il sistema capitalistico è storicamente pervenuto, nei secoli, attraverso quella che Marx, guardando al passato, chiama “accumulazione originaria”:”Il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione (…), ‘originario’ perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente”. Più estesamente, secondo Marx “debbono trovarsi di fronte e mettersi in contatto due specie diversissime di possessori di merce, da una parte proprietari di mezzi di produzione e di sussistenza, ai quali importa di valorizzare mediante l’acquisto di forza-lavoro altrui la somma di valori posseduta; dall’altra parte operai liberi venditori della propria forza-lavoro e quindi venditori di lavoro (…). Con questa polarizzazione del mercato delle merci si hanno le condizioni fondamentali della produzione capitalistica” (pp. 778-779). Il salario dei lavoratori proletari viene per Marx compresso sui livelli di sussistenza non in ragione della dinamica demografica come nei classici inglesi, bensì a causa del ricorrere della disoccupazione: “I movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi del ciclo industriale” (p. 697). Guardando avanti Marx, hegelianamente, preconizza la fine del capitalismo, minato dalle sue contraddizioni. I cicli periodici dell’economia sfocerebbero con crescente frequenza nelle crisi, da sottoconsumo, sproporzioni e da caduta del saggio di profitto provocata dal fatto che i capitalisti tendono a liberarsi dei lavoratori con cui sono in conflitto sostituendoli con capitale mentre è solo dai lavoratori che si estrare profitto[6] . Le crisi culminerebbero nella fine del sistema, anche perché non avendo “altro da perdere in essa che le loro catene” i proletari ingaggeranno e vinceranno la lotta di classe contro la borghesia. Che ciò non sia finora accaduto non sminuisce il rilievo delle questioni sollevate dal Marx economista…[7]

In Walras[8] l’idea fondante è che in una economia di mercato capitalistica (come pure in un campo di prigionia dove i reclusi si scambiano gallette con scatolame, la razione giornaliera ricevuta essendo eguale per tutti mentre le preferenze individuali non lo sono) i segnali espressi dal sistema dei prezzi assicurano l’equilibrio. Statico e autoperpetuantesi invariato, nell’allocare risorse date l’equilibrio rende compatibili le scelte di moltitudini di soggetti: “Immaginiamo un mercato in cui siano comprati e venduti, cioè scambiati, solo beni di consumo e servizi, con la vendita di ogni servizio che si realizza attraverso l’affitto di un bene capitale. Una volta che i prezzi ovvero le ragioni di scambio di tutti questi beni e servizi siano stati gridati a caso nei termini di uno di essi scelto come numerario, ogni scambista offrirà a questi prezzi i beni o i servizi che pensa di avere in eccesso, e domanderà gli articoli o i servizi che pensa scarseggino per il consumo nell’arco di un dato periodo di tempo. Le quantità di ciascuna cosa effettivamente domandate e offerte essendosi determinate in questo modo, saliranno i prezzi delle cose la cui domanda eccede l’offerta e scenderanno i prezzi delle cose la cui offerta eccede la domanda. All’annuncio dei nuovi prezzi ciascun partecipante allo scambio offrirà e domanderà nuove quantità. I prezzi saliranno e scenderanno finchè la domanda e l’offerta di ciascun bene e di ciascun servizio non saranno uguali. Allora, i prezzi saranno i prezzi dell’equilibrio corrente e gli scambi avranno effettivamente luogo”. In base allo stesso meccanismo la produzione di nuovi beni e servizi chiamerà in causa “proprietari terrieri”, “lavoratori”, “capitalisti”, “imprenditori”, tutti guidati dal sistema dei prezzi (pp. 40-41). Queste categorie coesisteranno, il reddito di ciascuno corrispondendo al suo contributo alla produzione. Non vi sarà conflitto e il sistema vivrà, sebbene lo stesso Walras sottolinei sin dai suoi primi scritti come la questione della giustizia sociale sia per l’economista ineludibile[9]. Dopo Walras – e Jevons, Menger, Pareto, Marshall, Pantaleoni – l’alta teoria consisterà ampiamente di sviluppi, approfondimenti, rilievi critici rivolti alla visione neoclassica dell’equilibrio. Secondo Schumpeter essere riuscito a descrivere il funzionamento di mercati interrelati – esistenza, efficienza, stabilità dell’equilibrio saranno poi confermate con matematiche più potenti[10] – “is the claim to immortality” di Walras.

In Schumpeter[11] l’dea fondante tuttavia è che il capitalismo non può essere statico. E’per sua natura dinamico. E’una formidabile macchina di “sviluppo economico”, sebbene destinata a una crisi finale come per ragioni diverse avevano ipotizzato Ricardo e Marx. Per Schumpeter l’equilibrio ripetitivo privo di profitto teorizzato da Walras viene rotto dalla innovazione consistente in nuove, profittevoli, “combinazioni” produttive: “(1) Un nuovo bene; (2) un nuovo metodo di produrre; (3) un nuovo mercato; (4) una nuova fonte di beni primari; (5) la nuova organizzazione di una industria” con nascita o fine di monopoli (p. 66). Artefice della innovazione è la funzione imprenditoriale. La interpretano nelle grandi imprese “imprenditori” che sono diversi dai “capitalisti”, i quali rischiano il danaro proprio o altrui (pp. 74-75). “L’essenza dello sviluppo economico consiste in un diverso impiego dei servizi esistenti (…) e la realizzazione delle combinazioni nuove avviene con la sottrazione di quei servizi dai precedenti utilizzi” (p. 95). Werner Sombart, fra altri, l’aveva chiamata distruzione creatrice. L’attuazione della innovazione richiede risorse e la “regola, il caso più interessante, è che si debba ricorrere al credito” creato dalla banca (p. 69). “Il banchiere si situa fra chi intende formare nuove combinazioni e i possessori dei mezzi di produzione (…). E’lui l’eforo della economia di scambio” (p. 74). Con la sua esperienza e con l’informazione riservata di cui dispone è il banchiere, e non l’impersonale sistema dei prezzi, che seleziona la coppia impresa/progetto meritevole di credito, quindi di “comando” delle risorse. La ricerca storica ed econometrica ha confermato l’intuizione di Schumpeter: per oltre metà la crescita del prodotto negli ultimi due secoli è attribuibile al progresso tecnico[12]. Le innovazioni, tuttavia, sono discontinue, e lo sviluppo economico è segnato da fluttuazioni, dal ciclo degli affari[13]. “Può il capitalismo sopravvivere?” Secondo Schumpeter, no. Lo sviluppo terminerà e il capitalismo cederà ad altri sistemi: “Di fronte alla crescente ostilità dell’ambiente esterno (…) imprenditori e capitalisti – tutto lo strato, in realtà, che accetta lo schema di vita borghese – cesseranno un giorno di operare (…). La minaccia al movente ideale borghese non viene solo da forze esterne alla mentalità della borghesia; esso tende a morire anche per cause interne” (p. 151)[14]. Decisivi saranno lo scemare della concorrenza e della funzione imprenditoriale, il burocratismo esteso agli stessi produttori. I valori borghesi si spegneranno.

In Keynes l’idea fondante[15] è che il capitalismo, oltre a moltiplicarle, spreca le risorse. In particolare, non è in grado di assicurare che tutti coloro i quali vogliono lavorare trovino occupazione: “E’ raro che la popolazione lavori quanto vorrebbe sulla base del salario corrente” (p. 7). La piaga, economica e sociale, della disoccupazione involontaria è attribuita da Keynes al fatto che, diversamente da quanto ritiene la teoria neoclassica, due prezzi fondamentali, il prezzo del lavoro (salario) e il prezzo del capitale (tasso dell’interesse), possono fallire nell’avvicinare domanda aggregata e offerta aggregata. Quando questo si verifica l’economia si attesta su un equilibrio di sottoccupazione, “una condizione cronica di attività sub-normale che può persistere a lungo senza alcuna netta tendenza né alla ripresa né al completo collasso” (p. 249). Alla riduzione del salario non consegue una maggior domanda di lavoro se le imprese non si attendono maggiore domanda di prodotto – per consumi, investimenti, spesa pubblica, esportazioni – alla cui offerta rivolgere i nuovi occupati. Keynes considera almeno sette motivi per cui ciò può non accadere (pp. 262-264). Segnatamente, in una economia chiusa la riduzione dei salari, in particolare se graduale, implicherà attese di deflazione di prezzi e profitti così mancando di stimolare la spesa per investimenti. Inoltre, lo stesso aumento della quantità reale di moneta dovuto alla deflazione dei prezzi non ridurrà il tasso dell’interesse se la preferenza per la liquidità è alta e la nuova moneta non è spesa, è domandata. Infine, anche qualora l’interesse si riducesse lo stimolo all’investimento potrebbe essere insufficiente a compensare mediocri aspettative di profitto, ovvero bassa efficienza marginale del capitale (pp. 264-269). Il sistema dei prezzi provvederà, come i neoclassici avevano teorizzato, alla allocazione delle risorse tra gli usi alternativi preferiti dalle persone riunite in una società: “Se supponiamo che il volume del prodotto sia dato (…) allora non v’è obiezione da muovere all’analisi classica circa il modo in cui l’interesse privato dei singoli determina ciò che in particolare si produce, in quali proporzioni si combineranno i fattori produttivi e come il valore del prodotto finale verrà tra loro distribuito” (pp. 378-379). Ma là dove la flessibilità di prezzi, salari e tassi d’interesse non evita la disoccupazione, solo lo Stato può supplire. Deve effettuare investimenti che siano a un tempo utili ai cittadini, forieri di produttività e capaci di imprimere alla domanda globale con effetto moltiplicativo l’impulso necessario: “Una alquanto estesa socializzazione dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per avvicinare il pieno impiego” in una economia di mercato capitalistica (p. 378). Secondo Keynes, il sistema nell’arco di decenni potrà essere superato dal suo stesso successo produttivo, sostenuto dalla socializzazione degli investimenti. Nonostante gli sprechi il benessere materiale si innalzerà. Guarirà il genere umano dalla fatica e dall’amore per il denaro – “a disgusting morbidity” – orientandolo a scoprire e coltivare “l’arte del vivere” secondo le naturali inclinazioni di ciascuno[16].

Infine, l’idea fondante di Piero Sraffa, a differenza di Schumpeter e di Keynes, è che si respinga in toto l’economia neoclassica.  Le sue proposizioni, “per quanto non si addentrino nell’esame della teoria marginale del valore e della distribuzione, sono state tuttavia concepite così da poter servire di base per una critica di quella teoria”[17]. Egli si richiama a Smith e a Ricardo, nel convincimento che quella della distribuzione sia la questione centrale del capitalismo e nel sostenere che la ripartizione del prodotto fra profitto e salario sia intrinsecamente conflittuale, contrariamente a quanto desumibile dalla armonia sociale implicita nella teoria del valore walrasiana. Sraffa muove dall’assunto di circolarità della produzione di merci a mezzo di merci in alternativa alla neoclassica “strada a senso unico” che va dalle risorse al loro consumo. Mostra che il cosiddetto ritorno delle tecniche fa sì che a un più basso salario può non corrispondere un maggiore utilizzo del lavoro (Capitolo dodicesimo). Quando il salario eccede la sussistenza prezzi relativi, profitto e salario sono determinati assieme, data la tecnologia e dato, in modo esogeno, uno dei due tra salario e profitto: “Il saggio del profitto, essendo un rapporto, ha un contenuto che è indipendente dalla conoscenza dei prezzi e può ben essere ‘dato’ prima che i prezzi siano fissati. Esso è quindi suscettibile di essere determinato da influenze estranee al sistema della produzione, e particolarmente dal livello dei tassi dell’interesse monetario” (p. 43). Dopodichè, più alto è il profitto, più basso il salario…

Nella economia politica vi è molto altro, ma quelle evocate sono le idee cardine lungo le quali lo sviluppo storico della disciplina si è svolto.

Vale ricordarlo.

 

Pierluigi Ciocca

 

 

[1] Cfr. ad esempio, con diversa impostazione, M. Blaug, Economic Theory in Retrospect, Second Edition, Heinemann, London, 1968 e A. Roncaglia, La ricchezza delle idee. Storia del pensiero economico, Laterza, Roma-Bari, 2001.

[2] A. Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, Strahan and Cadell, London, 1776. Le citazioni sono tratte da A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Traduzione di Francesco Bartoli, Cristiano Camporesi e Sergio Caruso, Newton Compton, Roma, 1995.

[3] D. Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation, Third Edition, John Murray, London, 1821. La traduzione di Anna Bagiotti da cui sono tratte le citazioni è D. Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, UTET, Torino, 1986.

[4] L.L. Pasinetti, A Mathematical Formulation of the Ricardian System, in Id., Growth and Income Distribution. Essays in Economic Theory, Cambridge University Press, Cambridge, 1974, tratto da “The Review of Economic Studies”, XXVII, no. 2, February 1960, pp. 78-98.

[5] K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Oekonomie, Verlag von Otto Meissner, Hamburg, 1867. Le citazioni sono riprese da K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Traduzione di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma, 1980.

[6] K. Marx, Il capitalismo e la crisi, scritti scelti a cura di Vladimiro Giacchè, DeriveApprodi, Roma, 2010.

[7] Marx era pienamente conscio del rilievo ma anche dei limiti delle dimostrazioni scientifiche. Estendeva la consapevolezza alla sua stessa teoria del valore: “Ogni bambino sa che la società in cui il lavoro cessasse finirebbe col perire”. Si veda in tal senso la lettera di Marx al medico socialista Ludwig Kugelmann dell’11 luglio 1868.

[8] L. Walras, Eléments d’économie politique pure ou théorie de la richesse sociale, Corbaz, Lausanne (1874). Le citazioni sono desunte da L. Walras, Elements of Pure Economics or the Theory of Social Wealth, (1926 ed.), Translated by William Jaffé, Allen and Unwin, London, 1954.

[9] L. Walras, Studi di economia sociale (Teoria della distribuzione della ricchezza sociale), (1896), Traduzione e cura di Alfredo Salsano, Archivio Guido Izzi, Roma, Vol. I, 1990, e Vol. II, 1993.

[10] T. Duppe-E.R. Weintraub, Finding Equilibrium. Arrow, Debreu, McKenzie and the Problem of Scientific Credit, Princeton University Press, Princeton, 2014.

[11] J.A. Schumpeter, Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung: Eine Untersuchung uber Unternehmergewinn, Kapital, Kredit, Zins und den Konjunkturzyclus, (1911), (2nd. ed.), Duncker&Humblot, Leipzig, 1926. Le citazioni sono tratte da J.A. Schumpeter, The Theory of Economic Development. An Inquiry into Profits, Capital, Credit, Interest, and the Business Cycle, Translated by Redvers Opie, (1934), Oxford University Press, Oxford, 1961.

[12] Una sterminata letteratura, empirica oltre che teorica, è sfociata nei manuali. Cfr. D.N. Weil, Crescita economica. Problemi, dati e metodi di analisi, (2005), Hoepli, Milano, 2007 e P. Aghion-P. Howitt, The Economics of Growth, MIT Press, Cambridge, 2024.

[13] J.A. Schumpeter, Business Cycles. A Theoretical, Historical, and Statistical Analysis of the Capitalist Process, McGraw-Hill, New York, 1939.

[14] J.A. Schumpeter, Capitalismo Socialismo Democrazia, (1954), Traduzione di Emilio Zuffi, Edizioni di Comunità, Milano, 1954.

[15] J.M. Keynes, The General Theory of Employment Interest and Money, Macmillan, London, 1936.

[16] J.M. Keynes, Economic Possibilities for Our Grandchildren, (1930), in Id., Essays in Persuasion, Rupert Hart-Davis, London, 1952.

[17] P. Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, Einaudi, Torino, 1960, p. VII.


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