Prefazione a Risparmio e ricchezza Come cambia la finanza delle famiglie, di R. De Bonis, L. Infante, E. Saltari, Carocci editore, Roma, 2025
Il risparmio costituisce un elemento fondamentale per lo sviluppo equilibrato di un paese. Pur essendo il risultato di scelte individuali, dalla sua dimensione “macroeconomica” dipende la possibilità di rendere un’economia meno vulnerabile alle congiunture sfavorevoli, di consentire alle famiglie di guardare con fiducia al futuro, in particolare in situazioni di elevata incertezza.
A livello individuale, il risparmio si traduce in un trasferimento di risorse nel tempo; con queste risorse si possono quindi anche soddisfare bisogni futuri: l’acquisto di una casa, le spese per l’istruzione dei figli, la partecipazione a un fondo pensione, la sottoscrizione di una polizza sanitaria. Queste ultime due destinazioni del risparmio di una famiglia rappresentano già di per sé un investimento finanziario. Per far fronte a spese future in beni di consumo durevole, in un’abitazione o nel capitale umano dei membri di una famiglia (istruzione e formazione) il risparmio viene invece a essere mantenuto nella forma di un investimento monetario e finanziario: in depositi bancari, titoli di stato, obbligazioni di imprese, partecipazioni azionarie.
In parte queste spese possono anche essere finanziate contraendo prestiti con le banche o con altri intermediari finanziari. Ma di fatto presso questi intermediari si trova proprio il risparmio dell’insieme delle famiglie. Essi svolgono quindi una funzione cruciale che consiste nel trasferimento delle risorse nello spazio. Con il risparmio si possono finanziare la produzione e gli investimenti delle imprese, attraverso l’attività di prestito effettuata dagli intermediari o con l’acquisto sul mercato di titoli obbligazionari e azionari da esse emessi. Questo può anche aver luogo per il tramite del cosiddetto “risparmio gestito”, come con la sottoscrizione di quote di fondi comuni di investimento.
In ogni periodo il risparmio è dato dalla quota di reddito non consumata. Poiché il reddito di una nazione consiste nella somma di consumi e investimenti (la domanda “finale”), nell’aggregato la differenza tra reddito e consumi è pari tanto al risparmio quanto all’investimento di famiglie e imprese. In effetti, il mondo reale è oggi piuttosto complicato; se anche le famiglie investono in beni capitali (fisici o umani), a loro volta le imprese risparmiano per finanziare con capitale proprio parte degli investimenti (e per assicurarsi contro imprevisti di vario tipo, quali un calo improvviso della domanda dei loro prodotti o il manifestarsi di eventi naturali che ne ostacolino la produzione).
Inoltre, poiché viviamo in economie aperte, gli investimenti che hanno luogo in una nazione possono essere finanziati anche con capitale proveniente da altri paesi; a sua volta, il risparmio dei residenti può essere destinato all’acquisizione di attività, finanziarie e reali, al di fuori dei propri confini. Nel tempo, le attività, nazionali ed estere, acquisite con i flussi di risparmio accumulati nei diversi periodi, costituiscono quindi, al netto dei loro debiti (varie forme, cioè, di passività finanziarie), la ricchezza dei risparmiatori. Si tratta perciò di uno stock il cui valore varia nel tempo per l’accumulazione di nuovo risparmio e gli aumenti o le diminuzioni di prezzo delle attività reali e finanziarie nette acquisite con il risparmio passato.
All’analisi delle dinamiche del risparmio e della ricchezza delle famiglie italiane, e soprattutto alla luce dell’evoluzione del sistema finanziario negli ultimi trent’anni, è dedicata la trattazione, sintetica ed esauriente, di questo libro di De Bonis, Infante e Saltari. In esso si mostra come la propensione al risparmio delle famiglie si sia ridotta in questi decenni, alla luce di una sostanziale stagnazione del reddito e di un’accresciuta finanziarizzazione dell’economia. La composizione del risparmio accumulato dalle famiglie si è inoltre notevolmente modificata, con una crescita sostanziale delle loro attività finanziarie al netto delle passività, anch’esse accresciutesi ma a tassi più ridotti, con un livello di debito complessivo ancora notevolmente inferiore a quelli prevalenti nella maggior parte degli altri paesi avanzati, non solo europei.
Se la riduzione del tasso di crescita del reddito, dovuta tanto alla componente demografica quanto a quella della produttività, spiega buona parte della riduzione della propensione al risparmio, la maggiore efficienza dei servizi finanziari rivolti alle famiglie e l’offerta di nuovi strumenti per i loro investimenti hanno senza dubbio svolto un ruolo di rilievo. Gli autori esaminano con cura questi andamenti, sia con riferimento alle tendenze di fondo, sia con attenzione alle dinamiche di più breve periodo, connesse con la crisi finanziaria globale, con quella dei debiti sovrani nell’area dell’euro e con la pandemia da Covid-19.
L’analisi è approfondita e condivisibile; originali e di particolare rilievo sono le pagine dedicate all’esame della concentrazione della ricchezza, notevolmente aumentata, in Italia come nella maggior parte dei paesi avanzati, negli ultimi trent’anni. I benefici dei grandi cambiamenti degli ultimi decenni, connessi con l’apertura e la crescita dei mercati globali e con le impetuose innovazioni tecnologiche non si sono quindi distribuiti in modo uniforme, né di questo si è sufficientemente tenuto conto nelle risposte di politica economica. Nel nostro paese, però, anche due altri fenomeni hanno avuto un notevole ruolo.
Da un lato, come si è detto, l’economia è cresciuta assai poco e, diversamente dagli altri principali paesi, questo ha riflesso la modestia dello sviluppo della produttività, in conseguenza di investimenti, privati e pubblici, largamente insufficienti e di tassi di innovazione tecnologica e organizzativa ben inferiori a quelli registrati negli altri paesi avanzati. Ma gli investimenti e l’innovazione non hanno trovato un limite nella sola riduzione del risparmio delle famiglie conseguente al sostanziale ristagno dei loro redditi.
In un’economia aperta buoni progetti d’investimento possono essere infatti finanziati anche con il risparmio accumulato in altri paesi. Soprattutto, se guardiamo al risparmio dell’intera nazione (famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche) rileviamo che in Italia, dopo essere passato – a seguito dell’abbassamento strutturale della propensione al risparmio delle famiglie – dal 22 per cento del PIL di metà anni Novanta del secolo scorso al 18 per cento circa degli anni delle crisi finanziarie (2009 13), esso si è riportato al di sopra del 21 per cento dagli anni precedenti il 2020. La flessione del risparmio delle famiglie, sostanzialmente dimezzatasi rispetto al 16 per cento del PIL della metà degli anni Novanta (oltre il 20 in rapporto al loro reddito disponibile) è stata infatti compensata dall’aumento del risparmio delle società non finanziarie e, in misura minore, di quello delle amministrazioni pubbliche. Ciò che sembra avere soprattutto pesato è stata quindi la dinamica insufficiente delle prospettive di domanda, sulle quali si sono riflessi un ambiente poco favorevole alla crescita di imprese dinamiche e innovative, dimensioni in generale straordinariamente contenute delle nostre imprese, e l’insufficienza del capitale umano, riflesso dell’insufficienza degli investimenti in conoscenza.
Connesso con questa insufficienza è il secondo fenomeno su cui puntano con forza l’attenzione gli autori di questo libro. Alla luce dello sviluppo del sistema finanziario, i nostri risparmiatori hanno visto crescere notevolmente le relative opportunità di investimento e, con esse, sono di pari passo aumentati i rischi da cui difendersi. In entrambe le direzioni il ritardo delle famiglie italiane nel confronto internazionale è però evidente. Come viene messo con chiarezza in evidenza, le cause principali della bassa alfabetizzazione finanziaria non consistono solo nella maggiore anzianità degli italiani ma soprattutto nel minore livello di istruzione rispetto agli altri principali paesi.
È quindi sempre più improcrastinabile una risposta di politica economica (e di politica tout court) volta a innalzare decisamente il livello del capitale umano, non solo con sempre più necessari investimenti pubblici in istruzione e ricerca, ma anche perseguendo con forza l’obiettivo di innalzare il basso livello di consapevolezza esistente al riguardo, anche nell’ambito delle famiglie, nel nostro paese.
Dal canto loro, non mancano alle imprese le possibilità di finanziare progetti di investimento innovativi e redditizi. La tenuta e l’aumento del risparmio che resta, dopo la distribuzione degli utili, accantonato nei loro bilanci consentono non solo di far fronte ai possibili rischi, ma anche di affiancare il finanziamento esterno dei loro progetti. Ma non si può prescindere dal contributo che le famiglie risparmiatrici offrono a imprenditori e ad aziende, un contributo che va certamente protetto con un’adeguata regolamentazione e supervisione del sistema finanziario nel suo complesso, a livello nazionale e sovranazionale, e con un impegno costante sul fronte dell’educazione finanziaria.
Il sistema finanziario – intermediari e mercati – svolge infatti un ruolo centrale di raccordo tra formazione e impiego del risparmio, nel trasferire dall’oggi al domani e da un luogo all’altro i fondi accumulati dai risparmiatori, nell’assicurare che se ne faccia un buon uso e nel rimuovere vincoli di liquidità conseguenti a informazioni imperfette. La protezione del risparmio va però oltre la regolamentazione e la stessa educazione finanziaria: richiede che chi opera nella finanza lo faccia non per conseguire spesso effimeri, a volte particolarmente rischiosi, risultati di breve periodo, ma abbia consapevolezza, e sia per questo giudicato e remunerato, della necessità che nel periodo più lungo la ricchezza finanziaria delle famiglie sia utilizzata nel modo più efficiente possibile.
Ne consegue che il risparmio delle famiglie non solo dipende dallo sviluppo dell’economia ma vi contribuisce in modo cruciale, in un circolo virtuoso che finisce per proteggere, con il rafforzamento dell’attività economica, la maggiore occupazione e il benessere degli stessi risparmiatori. La migliore tutela del risparmio risiede quindi in una crescita economica sostenuta, ma anche equilibrata. Occorre esserne sempre più consapevoli in un mondo dove i rischi di maggiori squilibri, di natura geopolitica ma anche connessi con lo sviluppo impetuoso di nuove tecnologie, non vanno trascurati.
Questo stesso sviluppo va infatti finanziato con il risparmio accumulato; deve quindi generare più alti, diffusi e sostenibili, livelli di reddito, cui corrispondano più elevati consumi e la possibilità stessa di nuovi risparmi.
Luglio 2024

