Scomparsa dei cristiani d’Oriente?
CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI LETTERA DIPLOMATICA
Piazzale della Farnesina, 1 n. 1405 – Anno MMXXV
00135 Roma Roma, 28 luglio 2025
Scomparsa dei cristiani d’Oriente?
Il XXI secolo segnerà la scomparsa dei cristiani d’Oriente, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, intendendo non solo quelli della Palestina, ma del Levante? Se la tendenza è questa, cosa dovrebbe fare la comunità internazionale? Quello che dall’inizio del corrente secolo sembra un declino inesorabile è cominciato con il genocidio degli armeni ad opera dei turchi, il “Metz Yeghérn”, il “Grande Male”, durante la Prima guerra mondiale. A dire il vero c’erano state delle avvisaglie, con i massacri avvenuti tra il 1894 ed il 1896 nell’Impero ottomano. Nel 1909 i massacri ripresero in Cilicia, nell’odierna Turchia sudorientale. Poi si verificarono altri episodi come l’incendio del bazar di Diyarbakir (18- 19 agosto 1914), ma la vera e propria strage, nelle proporzioni che conosciamo, è avvenuta durante la Grande Guerra. Per quello che valgono le date convenzionali, quella alla quale si attribuisce l’inizio del genocidio degli armeni è il 24 aprile 1915, quando l‘esercito ottomano cominciò con l’arrestare ed uccidere intellettuali, liberi professionisti, banchieri, artisti, in altri termini l’élite armena. Un massacro che ha finito per coinvolgere non solo gli armeni, ma tutti i cristiani. Con i cristiani dell’Impero ottomano muore, per mano del nazionalismo turco, un sistema di convivenza interetnica e religiosa, certamente non perfetto, ma che aveva funzionato. Nel caso della Turchia, che sarebbe nata sulle ceneri dell’Impero ottomano, identità nazionale e religiosa tendono ad identificarsi, come del resto era avvenuto, sia pure a ruoli invertiti, circa un secolo prima durante la lotta della Grecia per l’indipendenza. Le origini del genocidio sono complesse. I Giovani turchi, al potere all’inizio del novecento, si oppongono al cosmopolitismo dell’Impero ed ambiscono ad uno Stato nazionale, seguendo il modello degli europei. In questa prospettiva gli armeni sono visti come un ostacolo. L’Impero ottomano, in guerra a fianco degli Imperi centrali (cristiani), vede negli armeni una quinta colonna dell’Intesa. Con il prosieguo della guerra cresce il timore del separatismo armeno. Con lo sterminio si sceglie la via più rapida per attuare la “pulizia etnica”. La storia è nota: dopo aver eliminato gli uomini ed in particolare le classi dirigenti, si passa al resto della popolazione. Donne, bambini, anziani, vengono avviati verso la Mesopotamia, con lunghe marce forzate in regioni inospitali durante le quali muoiono di stenti o vengono uccisi da bande curde che collaborano con i turchi. Prima della Grande Guerra circa il 20% della popolazione dell’Anatolia, l’attuale Turchia, era cristiana: non c’erano solo armeni, cattolici ed ortodossi, ma anche caldei, assiri, siriaci (di questi i siro – ortodossi erano forse quelli considerati più leali e meglio integrati nell’Impero, il che non è però servito a salvarli). Nella nuova Turchia che nasce in seguito alla sconfitta nella Prima guerra mondiale non c’è più posto per le comunità cristiane, compresi italiani e greci (questi ultimi sono oggetto di scambi di popolazione con i turchi di Grecia). Molti di quelli che riescono a salvarsi sono emigrati. Altri si salveranno convertendosi all’islam. Chiusa la parentesi turca, da allora c’è stata – sia pure ad andamento alterno – una costante emorragia di cristiani dal Levante (Siria, Iraq, Giordania, Libano, Israele). Ci sono stati dei picchi, come durante la guerra civile libanese (1975 -1990); le guerre contro l’Iraq ed in particolare la seconda (2003) con la dissoluzione dello Stato iracheno, una guerra civile, una precaria stabilizzazione e nel decennio successivo l’emergere dell’ISIS; e la guerra civile in Siria (2011-2024) terminata con la caduta di Assad. Un’emorragia costante, poco conosciuta persino all’interno di alcuni ambienti cattolici. Si tratta di eventi diversi tra di loro. Il genocidio degli armeni è stato sistematico ed è avvenuto in piena guerra mondiale, quando gli occhi del mondo erano puntati sugli esiti del conflitto e le comunicazioni erano complicate (anche se c’era il telegrafo). Successivamente l’emorragia dei cristiani è avvenuta a causa di guerre, come quella civile libanese o quella delle potenze occidentali contro l’Iraq di Saddam Hussein; in seguito a persecuzioni, in particolare da parte di gruppi fondamentalisti islamici, come in Iraq e Siria; a causa di un perdurante senso di instabilità, come in Israele. L’emergere del fondamentalismo islamico in Iraq e Siria è un fenomeno di questo secolo. Si vuole eliminare tutto ciò che è preislamico, anche i monumenti, considerati pericolosi perché rappresentano la memoria, ci ricordano quelli che vogliamo eliminare. In Medio Oriente, quando ci sono situazioni di violenza o di conflitto, i primi a partire sono i cristiani, sia perché come minoranza si sentono minacciati e deboli, sia perché sono quelli che si integrano più facilmente nei Paesi di accoglienza (Europa, Stati Uniti, Canada). Una volta che si sono stabiliti in Europa difficilmente torneranno indietro. A maggior ragione se vanno in Paesi lontani, come il Canada o l’Australia. Violenza e conflitti non sono però le uniche cause della fuga dei cristiani. Ci sono ragioni economiche, come la ricerca di migliori condizioni di vita ed opportunità di lavoro, e politiche. Per quanto riguarda queste ultime il tramonto degli Stati arabi laici ha contribuito al declino dei cristiani, legati come molti di loro erano ad un “spirito arabo” laico e nazionalista, con venature di socialismo (Michel Aflaq, fondatore del partito Baath, era un cristiano ortodosso siriano). Un modello laico e modernizzatore che subì un primo duro colpo con la prematura morte dell’egiziano Nasser (1970), figura carismatica nel mondo arabo dell’epoca. Le successive vicende siriane (il logoramento del regime degli Assad) e irachene (le guerre del 1990-1991 e del 2003) è cosa nota. Il paradosso è che l’unico modello di Stato nazionale laico che è sopravvissuto non è arabo, ma riguarda la Turchia. Modello che peraltro la politica di Erdogan, con il lento scivolare verso una pronunciata religiosità islamica, sta mettendo in discussione. Disporre di dati attendibili sulla presenza attuale dei cristiani nel Levante è praticamente impossibile, il che rende il loro dramma ancora più acuto. In Libano l’ultimo censimento è del 1932. Da allora non se ne è fatto un altro perché avrebbe messo in luce il cambiamento della composizione confessionale della popolazione ponendo le basi per una contestazione del delicato equilibrio dei poteri che salvaguardava e salvaguarda i cristiani. Questi ultimi non sono più il 52% della popolazione libanese, come nel 1932, ma si sarebbero ridotti a circa il 30% (c’è chi sostiene al di sotto di questa cifra), dietro gli sciiti, che sarebbero diventati il gruppo più numeroso, ed i sunniti. Fino agli accordi di Taef (1989) che posero fine alla guerra civile libanese, i cristiani detenevano sei posti su dieci tra quelli apicali dell’Amministrazione statale (parlamentari, ambasciatori, generali, direttori generali, giudici, ecc.). Con Taef il rapporto è diventato cinque a cinque ed il Primo Ministro, incarico che nella citata ripartizione spettava ai sunniti, ha acquisito maggiori poteri a scapito del Presidente della Repubblica, cristiano maronita. In Siria ed Iraq la situazione è di gran lunga peggiore. La guerra civile siriana (2011-2024) con la miope, ma sarebbe più corretto dire scellerata, distruzione dello Stato iracheno (2003) in seguito all’invasione americana ed alla politica di fare tabula rasa del precedente regime (nemmeno la Germania nel 1945 ha subito una sorte analoga), hanno spinto i cristiani a fuggire. Una fuga che l’emergere prepotente dell’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) non ha fatto altro che amplificare. Come ebbe a notare Andrea Riccardi, guerra civile ed ISIS, oltre a causare immense distruzioni materiali, hanno distrutto un sistema di convivenza tra diverse confessioni religiose che durava da secoli (si pensi solo alla città di Aleppo). Una “convivialità” questa sì molto più difficile da ricostruire. Le dittature laiche degli Assad (padre e figlio) e di Saddam Hussein di fatto proteggevano i cristiani. Per questo motivo i cristiani sono stati accusati, in maniera quantomeno affrettata e superficiale, di essere legati ai regimi siriano ed iracheno. In realtà in Stati laici dove il controllo del Governo e della polizia segreta era ferreo, i cristiani non correvano alcun pericolo o almeno lo correvano come tutti gli altri cittadini e non certo in quanto cristiani. Regimi nei quali non c’era ovviamente spazio per il radicalismo islamico, quantomeno nelle sue forme violente. Sul fenomeno del fondamentalismo islamico andrebbe fatta una riflessione a parte, ma non è questa la sede. Mi limito a tre osservazioni. La prima è che non si tratta di un fenomeno recente, ma che è riemerso verso la fine del secolo scorso. Un fenomeno che non riguarda solo Iraq e Siria, bensì gran parte del mondo arabo. Uno dei primi a parlare di questa rinascita del fondamentalismo è stato uno studioso francese, Gilles Kepel, con il suo libro “La revanche de Dieu” (1991). In realtà Kepel vedeva l’emergere dell’integralismo religioso, non solo nel mondo mussulmano (ad esempio nelle periferie delle grandi città dove c’erano frotte di disoccupati, in gran parte intellettuali, che diventavano facile preda dei fondamentalisti), ma anche nel mondo cristiano (i cattolici integralisti) ed ebraico (gli ebrei ultra ortodossi). La seconda è che si tratta di fenomeni che per quanto rilevanti e rumorosi coinvolgono di fatto delle minoranze. La terza è che l’argine al dilagare del fondamentalismo islamico non ha niente a che vedere con la logica della contrapposizione all’Islam (la tesi di Samuel Huntington dello “Scontro delle civiltà”), che anzi rischia di essere controproducente. Al contrario, bisognerebbe puntare sul dialogo ed in particolare su quello interreligioso che negli ultimi anni, grazie in primo luogo all’impegno della Chiesa cattolica, ha fatto grandi passi in avanti. Dialogo interreligioso che va di pari passo con l’ecumenismo che ambisce a ridurre steccati e distanze con le altre confessioni cristiane a cominciare dagli ortodossi. Un dialogo utile alla comprensione reciproca che rafforza le basi della convivenza sociale. A parte il Libano, che fa caso a sé, quanti sono oggi i cristiani d’Oriente? Difficile, come si diceva, se non impossibile calcolarlo. L’implosione in pochissimi anni di società, come quella siriana ed irachena, con una rilevante presenza di cristiani, unita al permanere di situazioni di forte instabilità che comportano continui spostamenti di popolazione, rende estremamente complicato disporre di cifre attendibili. Possiamo solo fare delle stime. Secondo quelle più accreditate, di fonte cattolica, prima della rivolta contro Assad (2011) c’erano in Siria due milioni di cristiani (circa il 10% della popolazione): oggi sarebbero intorno al mezzo milione, un quarto. Prima della caduta di Saddam Hussein, in Iraq i cristiani erano un milione e mezzo: oggi sarebbero circa trecentomila, un quinto. Una emorragia colossale, imprevista, occorsa nel giro di pochi anni. Ci si potrebbe porre la domanda: perché dovremmo arginare la fuga dei cristiani? Per un cristiano la risposta è evidente: Cristo è nato in Palestina, nel Levante. Ma per gli altri? Per gli altri, compresi i mussulmani moderati che sono la stragrande maggioranza, abituati a convivere da secoli con i cristiani, anche se non sempre in pace, la partenza di questi ultimi è vissuta oggi spesso con preoccupazione. “Come faremo noi sunniti a vivere senza i cristiani? Perché li accogliete in Europa?” mi interrogò qualche anno fa il Mufti della Repubblica libanese. La realtà è che in società composite e complesse come quelle del Levante i cristiani, che pure al loro interno sono divisi tra diverse confessioni e riti religiosi, sono tradizionalmente elementi di dialogo e pilastro di una convivenza non facile da raggiungere. E sono elemento di moderazione, come ha detto recentemente il Segretario di Stato vaticano cardinale Parolin. Inoltre i cristiani, ma anche gli alauiti (Siria e Libano), i drusi (Libano, Siria, Israele, Giordania), i curdi (Siria e Iraq), rappresentano “l’altro”, la garanzia di una società pluralista contrapposta ad una totalizzante dove il fondamentalismo islamico o più precisamente l’islam politico – che pure nella versione recente dei “Fratelli mussulmani” ha affascinato tanti governi occidentali o quantomeno ha suscitato speranze poi andate deluse – rischierebbe di non avere più freni. Sia pure con eccezioni i cristiani hanno svolto un ruolo di ponte, non solo con l’Occidente ma tra sunniti e sciiti. Senza più cristiani, ne perderebbe la stessa cultura araba. Cosa fare allora per frenare un’emorragia che sembra inarrestabile e potrebbe raggiungere un punto di non ritorno? La prima cosa da fare è evitare la logica della protezione dei cristiani come minoranza. Banalizzando potremmo dire che i cristiani non sono degli orsi panda da difendere: singolarizzarli come minoranza comporta una loro emarginazione se non conseguenze più tragiche. I cristiani vanno invece difesi come cittadini che hanno gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Esportare la democrazia? Se ne sono viste le conseguenze drammatiche in Iraq. I sunniti, una volta perso il potere nei confronti della maggioranza numerica sciita, come prevedono i canoni consolidati della democrazia occidentale, hanno risposto con gli attentati, avviando una spirale di violenza durata fino a pochi anni fa, in un paese che resta ancora diviso al suo interno. Bisogna invece, in primo luogo, lavorare per un Medio Oriente stabile e pacifico, traguardo che appare terribilmente lontano se si pensa solo alla instabilità della Siria, alla incompiuta democrazia irachena, al Libano dove il problema della presenza di una milizia sciita armata (Hezbollah) è tuttora una spada di Damocle su un paese che con l’elezione del Presidente della Repubblica e la nomina del Primo Ministro sembra finalmente aver riacquistato una agognata stabilità politica. Un traguardo non facile da raggiungere, ma per il quale dobbiamo impegnarci. Con tutte le accortezze e le sottigliezze che la politica – sottolineo la parola politica – sa usare, il dialogo con le dirigenze locali è una strada obbligata, a partire dal dialogo con coloro che oggi comandano a Damasco. Un dialogo rispettoso dell’altro, aperto, senza pretese di velleitarie imposizioni. Un dialogo che tenga conto del fatto che in Medio Oriente nessuno Stato è una monade a sé stante ma è inserito in una realtà dove ciascuno è connesso agli altri. Quando si parla di dialogo, non dobbiamo dimenticare il dialogo interreligioso. San Giovanni Paolo II ebbe l’intuizione di dar vita alla giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi (27 ottobre 1986). Da allora la Comunità di Sant’Egidio organizza gli “Incontri internazionali per la pace” scegliendo sempre città diverse. L’ultimo “Imaginer la paix” si è svolto a Parigi nel 2024, preceduto da Berlino (“L’audacia della pace”) e prima ancora da Roma (“Il grido della pace”). Rispetto e apertura all’altro diverso da noi e pace finiscono con l’essere un tutt’uno. La cooperazione allo sviluppo, a condizione che sia rivolta a tutte le comunità religiose, ha un ruolo fondamentale da svolgere. Lo ha, e questa è la cosa più ovvia, per creare migliori condizioni di vita per tutti e quindi anche per i cristiani, dando loro un’alternativa concreta all’espatrio. Ma lo ha anche quando si pensa, ad esempio, alla cultura, attraverso la quale non solo si contribuisce a conservare la memoria storica, ma si valorizzano le singole componenti della società civile con le loro specifiche identità. In un quadro generale che sarebbe poco definire pieno di incognite, ripartire dal Libano potrebbe essere parte della soluzione. Impedire la deriva di questo paese piccolo ma vivace è un modo per difendere la presenza cristiana e gli ideali di convivenza interreligiosa nella regione. UNIFIL, la missione politico-militare delle Nazioni Unite (si dimentica spesso l’aspetto politico che invece è importante), che dall’inizio dello scorso giugno è di nuovo sotto il comando di un generale italiano, Diodato Abagnara, ha un compito difficile e delicato da svolgere, forse anche più importante che nel passato: quello del disarmo di Hezbollah da attuarsi di concerto con il Governo libanese. Certamente UNIFIL da sola non basta: ci vuole il sostegno di Paesi importanti, anche di quelli 5 che non fanno parte della missione onusiana, come gli Stati Uniti, ed è imprescindibile l’appoggio costante della comunità internazionale. Quest’ultima non deve lasciar solo il Governo libanese, bensì sostenerlo, come deve sostenere le Forze Armate libanesi. Queste ultime necessitano ora più che mai di sistemi di difesa e di formazione (per quanto riguarda in particolare quest’ultima l’Italia si sta impegnando con successo). In conclusione, non bisogna mai smettere di lavorare per la pace nella regione, senza agende nascoste, e avendo come premessa una rinnovata sensibilità internazionale sulla questione dei “cristiani d’Oriente”: senza cristiani il Levante rischia di scivolare in una spirale di instabilità e di violenza dalla quale sarà molto difficile uscire, senza contare che avremo un Medio Oriente sicuramente peggiore dell’attuale. Qualcuno a suo tempo ha ironizzato sull’accreditamento di un nostro Ambasciatore a Damasco, alla vigilia della fuga di Assad. Anche se probabilmente casuale, è stata una decisione saggia. Come è stata saggia e ferma la Santa Sede che non ha mai chiuso le proprie nunziature durante gli anni terribili che hanno sconvolto l’Iraq e la Siria.
Giuseppe Morabito
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