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Politiche, strategie, logistica e sicurezza dei trasporti marittimi. Interessi e azione dell’Italia

di - 29 Dicembre 2022
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Contenuti di una lezione tenuta dall’autore presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione il 21 Settembre 2022

Libertà di navigazione come primario interesse nazionale.
Vorrei innanzi tutto esaminare i motivi per i quali la libertà di navigazione e la logistica collegata sono diventati un interesse strategico nazionale.
L’economia e la sicurezza di un Paese dipendono anzitutto dalla natura del Paese stesso. L’Italia è una penisola, inserita in profondità in Europa a nord, ma esposta al mare a ovest, est e sud. Pur riconoscendo l’importanza dei suoi confini continentali a nord, la sua vocazione marittima è evidente. Tuttavia, la mera dimensione geografica è condizione necessaria, ma non sufficiente a dimostrare l’esistenza di una autentica marittimità, cioè della vera vocazione marittima di una nazione. Sono gli uomini e le donne che, con le loro ambizioni, con le loro scelte e con la loro tecnologia, rendono possibile e alimentano la marittimità di un luogo.
Posso citare sinteticamente alcuni momenti storici che hanno in successione dato impulso nel nostro Paese a questo concetto, partendo dalla fondazione delle colonie della Magna Grecia, passando poi dalla romanità, che ha esercitato una forte proiezione marittima di capacità militari, a partire dalla presa di Cartagine. L’epopea delle quattro repubbliche marinare ha poi, dopo i secoli bui, donato un secondo momento di grandezza all’Italia, esaltando il ruolo strategico del mare per l’economia delle rispettive repubbliche.
Tuttavia tutti questi esempi non sono all’altezza del grande salto di qualità compiuto dalla marittimità del nostro Paese dopo l’unificazione, con l’avvio del processo di industrializzazione. E’ proprio in tale occasione che l’importanza strategica del mare per il nostro sistema economico decuplica.
L’Italia del 1861 nasce infatti con considerevoli ambizioni e desiderosa di darsi una forte industria di produzione nazionale. La mancanza di materie prime la spinge ovunque nel mondo le sia consentito approvvigionarsi. I flussi di materie prime convogliati verso il nostro Paese verranno in parte consumati e in parte trasformati per essere riesportati e commercializzati all’estero come prodotti per lo più finiti. Nasce un “sistema economico”, che prosegue in modo ancor più proficuo ai giorni nostri, in cui il mare acquisisce una importanza fondamentale per l’economia e quindi per la sicurezza del nostro Paese. Certo, l’economia e la sicurezza del Mediterraneo e delle zone limitrofe ci riguarda più da vicino, ma il nostro sistema economico ci spinge a considerare come una priorità anche i luoghi più lontani, ove è possibile acquisire le risorse di cui abbiamo assoluto bisogno.
In questo quadro, dovremo fare una riflessione sull’urgenza degli interessi nazionali dell’Italia, in quanto Paese di trasformazione delle materie prime, che ci spingono a tenere sotto controllo la situazione di sicurezza, in particolare nelle aree marittime a noi vicine.
Il Mediterraneo vuol dire prima di tutto navigazione e flussi commerciali tra Suez e Gibilterra. Ciò si è ampiamente confermato soprattutto dopo le precise indicazioni di gravi difficoltà generali manifestatesi a seguito dell’incidente di navigazione occorso alla grande portacontainer panamense “Ever Given” (400 metri di lunghezza, 224000 t. di stazza), arenatasi il 23 marzo 2021 mentre attraversava il Canale di Suez e bloccandolo per molti giorni nei pressi del “grande lago amaro” (dove, dopo l’otto settembre 1943 furono confinate per anni con bandiera ed equipaggi le nostre due più grandi e più moderne corazzate superstiti dell’epoca: “Italia” e “Vittorio Veneto”) uscendo definitivamente dal Canale soltanto il 20 Agosto.
Da qui nasce la nostra tradizionale predisposizione alla stabilità, proprio per assicurare la continuità dei flussi commerciali. Qualunque interruzione di questi flussi, qualunque serio problema sorga per il canale di Suez, o di Panama o per gli stretti da Malacca a Bab el Mandeb, non causa solo un grave pregiudizio al comparto marittimo italiano, ma mette in crisi il distretto industriale di Milano e con lui tutti gli altri distretti. La centralità del mare per il nostro sistema economico, non sta nel calcolo di quanto valga il comparto marittimo per il nostro PIL, ma nel fatto che, senza libertà e sicurezza della navigazione, il nostro sistema di import export semplicemente si ferma.
Sinergicamente a tale processo di industrializzazione, l’Italia si dota di un apparato diplomatico, in particolare dopo la decolonizzazione, che possa facilitare e rafforzare i risultati della grande avventura nella quale si è gettata. L’azione diplomatica verrà rivolta a facilitare il processo di acquisizione delle risorse necessarie, ma anche a consentire e promuovere con il successivo contributo negli anni dell’ICE, della SACE ecc., la commercializzazione dei prodotti finiti. La rete diplomatico-consolare oltre a garantire il funzionamento del sistema Italia all’estero, mette inoltre in pratica la politica estera decisa dal Governo. In sostanza, una illuminata politica estera e un eccellente lavoro diplomatico costituiscono la migliore garanzia per l’economia e la sicurezza del Paese e la rete diplomatica può essere considerata il primo baluardo di sicurezza esterna dell’Italia.
Ma quali sono le risorse a disposizione della rete per i compiti suaccennati? Scarse, le menzioneremo più tardi, se resta tempo.
[La rete diplomatica italiana comprende a livello mondiale 127 Ambasciate, 9 Rappresentanze presso organizzazioni internazionali, 86 Uffici consolari e 90 Istituti di cultura. Detti così sembrerebbero numeri importanti. In realtà negli ultimi dieci anni è stato compiuto un importante processo di razionalizzazione e riorganizzazione. Alcune Ambasciate sono state chiuse e altre aperte in Paesi con nuove prospettive politiche ed economiche. È stato chiuso circa un terzo della rete consolare, ma sono stati aperti alcuni consolati commerciali nei Paesi più promettenti.]
I dati relativi alla rete diplomatica dei nostri principali partners dell’UE, malgrado si tratti di Paesi in cui il contenimento della spesa pubblica ha raggiunto livelli drastici, sono ciononostante più consistenti dei nostri, sia sotto l’aspetto della quantità, sia sotto l’aspetto della consistenza del personale presente in ogni sede. Tale differenza sta non solo nelle esigenze derivanti da un passato coloniale più importante del nostro, ma soprattutto nell’approccio concettuale che spinge quei Paesi a considerare la rete diplomatica come un investimento politico ed economico, molto prima che un costo, nonché il primo, insostituibile strumento di sicurezza esterna, come dicevamo, dei rispettivi Paesi.
In più, l’Italia svolge a livello mondiale, tramite la sua diplomazia e non solo, un esercizio di soft power, cioè di comunicazione e di sostegno ai valori e alle norme nazionali e internazionali in favore dei diritti umani e di ogni aspetto propulsivo della vita democratica e del perseguimento della pace. Tale esercizio nasce da una autentica vocazione alla pace dettata anche dalla nostra Costituzione, ma altresì dall’interesse del nostro Paese a poter accedere alle materie prime e a commercializzare poi i nostri prodotti finiti con tutti i Paesi del mondo. Possiamo certamente essere inclusi tra quei paesi che sono maggiormente interessati, sotto ogni punto di vista, alla pace nel globo.
Parallelamente al processo di industrializzazione, nasce poi un altro fenomeno non certo positivo all’origine, ma che avrà poi conseguenze benefiche per l’Italia, mi riferisco all’epopea dell’Emigrazione. Anche questo fenomeno è stato strettamente monitorato dal Ministero degli Affari esteri, con un grande progressivo aumento, negli anni, della rete consolare. Oggi gli Italiani all’estero costituiscono ancora una risorsa che dobbiamo ad ogni costo mantenere.
Per comprendere meglio questo punto specifico, e come esso sia entrato a pieno titolo a far parte della marittimità italiana, sarebbe opportuno citare qualche dato, cosa che faremo dopo se avremo tempo [: i connazionali residenti all’estero, con passaporto italiano, secondo fonti ufficiali del Ministero Affari Esteri, sono più di 5 milioni, ai quali si aggiunge circa un altro milione a titolo temporaneo. I cittadini stranieri con cognome italiano all’estero, sono quanti gli italiani in Italia, cioè circa 60 milioni. A questi si devono però aggiungere quelli di origine italiana per part di madre. Si arriva insomma a cifre con sette zeri, cioè a più di cento milioni di individui all’estero di origine, o parziale origine italiana. E’ noto che una buona parte di loro mantiene un rapporto preferenziale con l’Italia, per quanto riguarda ad esempio cibo e moda, influendo anche sui gusti dei loro nuovi conterranei nei Paesi dove si sono stabiliti. Inoltre molti di loro hanno dato vita a imprese che importano dall’Italia macchinari e beni strumentali. Da ciò si evince altresì come gli italiani all’estero contribuiscano a sottolineare la componente marittima del nostro sistema economico, grazie all’ingente traffico marittimo di macchinari, beni strumentali e di merci che acquistano in Italia.]

Forme di supporto e di sicurezza per il nostro interesse nazionale
Per garantire la sicurezza del nostro status economico nel mondo e quindi dei trasporti marittimi, nonché la sicurezza dei nostri connazionali all’estero, la nostra rete diplomatica svolge certamente, come abbiamo visto, un ruolo primario. Gli sforzi della Farnesina non possono però essere giudicati sufficienti, se non accompagnati da un serio sforzo del Ministero della Difesa in favore del mantenimento della pace, laddove necessario, e della lotta anti pirateria, per mantenere agibili le rotte percorse dal nostro traffico marittimo. Nello stesso quadro sono altresì prese in seria considerazione la deterrenza contro minacce militari di qualunque tipo, la lotta contro le minacce cyber, ai cavi sottomarini anche digitali e quelle terroristiche.
A mantenere intatto il predetto meccanismo di flussi da e per l’estero contribuiscono quindi le Forze Armate e in particolare la Marina. Spetta a quest’ultima, in collaborazione con la rete diplomatica la responsabilità del monitoraggio delle condizioni del traffico marittimo da e per l’Italia. Tra i principali strumenti a disposizione della Marina per preservare la libertà di navigazione e il rispetto del Diritto Internazionale rientra la “Diplomazia Navale”.
Vorrei a questo punto ricordare una definizione largamente accettata di diplomazia navale. Secondo questa definizione, la diplomazia navale è un termine che attiene ad una larga serie di attività, in tempo di pace, il cui scopo è quello di influenzare i comportamenti di un’altra nazione.
La marineria eroica e romantica è durata, come è noto, fino alla fine del diciannovesimo secolo, quando il Regio Governo chiedeva ancora nel 1867 al Capitano di Fregata Vittorio Arminjon di firmare a bordo della piro-corvetta Magenta i primi trattati commerciali con Cina e Giappone, o quando il “gruppo navale italiano di osservazione della guerra del Pacifico” apertasi tra il 1879 e il 1883 tra il Cile da una parte e Perù e Bolivia dall’altra, (fregate Giuseppe Garibaldi e Cristoforo Colombo e corvetta a ruote Archimede, proveniente dalla stazione navale permanente italiana di Buenos Aires) provvedeva a mettere al sicuro i nostri numerosi connazionali e a svolgere mediazioni di pace tra i contendenti, insieme alla Royal Navy.

L’evoluzione della diplomazia navale.
Nonostante le successive facilità sopraggiunte sul piano della comunicazione, che hanno permesso a Capi di Stato e di Governo, Ministri e varie autorità, di avere contatti diretti, o tramite il servizio diplomatico, anche con gli interlocutori più lontani, la diplomazia navale non ha perso la sua tradizionale importanza, grazie soprattutto alle nuove tipologie di cui il progresso l’ha via via dotata.
In particolare, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, si è verificata un’impressionante evoluzione della diplomazia navale. Alcuni dei vecchi attori hanno lasciato le scene, mentre alcuni attori nuovi sono entrati sul palcoscenico, comprese alcune autorevoli Organizzazioni Internazionali, come le Nazioni Unite, la Nato e l’Unione Europea. Alcune di queste Organizzazioni, nel tempo e di loro spontanea iniziativa, hanno proposto agli Stati membri di discutere questioni di diplomazia navale.
Per esempio, nel 2014, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’UE, Federica Mogherini, ha introdotto tra i Partners il documento sulla “Strategia per la Sicurezza Marittima Europea”, adottato poi dal Consiglio Europeo nel 2014. La Strategia mirava a salvaguardare la sicurezza marittima dell’UE e a proteggere i suoi interessi strategici, compresa la pace e la sicurezza in generale, lo stato di diritto e la libertà di navigazione, il controllo dei confini esterni e le infrastrutture. Il Consiglio Europeo ha inoltre adottato un piano d’azione, rivisto nel 2018, volto a rafforzare l’efficacia europea in risposta alle predette sfide.
Anche altre Organizzazioni ed Agenzie come la Nato, p. es. hanno proposto ai rispettivi Stati Membri di discutere iniziative che rientrano nel quadro della Sicurezza Marittima, però vorrei restare un momento nel quadro dell’Unione Europea per una buona ragione: negli ultimi anni, a causa delle differenti posizioni dei propri membri, l’UE non è stata in grado di esercitare una reale leadership in vari teatri di crisi del cosiddetto “Mediterraneo Allargato “.
Negli anni più recenti, tuttavia, l’UE ha esercitato in uno specifico settore un ruolo di alto profilo. Questo settore è precisamente quello della Sicurezza Marittima, grazie all’operazione IRINI (contro il contrabbando di armi nell’area costiera libica), la precedente operazione SOPHIA (contro il traffico di migranti), l’operazione Atalanta (contro la pirateria) nel Mar Rosso e l’Oceano Indiano, le tre operazioni FRONTEX (gestione dei flussi di migranti). Il Consiglio ha poi recentemente autorizzato altre due operazioni di polizia (“constabulary”) nel Golfo arabo/persico (anti terrorismo) e nel Golfo di Guinea (anti pirateria).
Si tratta quindi, come tutti possono constatare, di un consistente gruppo di otto operazioni che si svolgono in contemporanea su un’area molto vasta del Mediterraneo Allargato. Tutte e otto rispondono al Consiglio dell’UE attraverso l’Alto Rappresentante e il Comitato Politico e di Sicurezza (COPS). Sono tutte operazioni di diplomazia navale multilaterale. È da notare che nelle operazioni Frontex, gli operatori dei differenti Paesi “partners” vestono un’unica uniforme.

Il caso italiano
È importante, a proposito della Sicurezza Marittima in Mediterraneo, sottolineare come l’Italia abbia negoziato, per ognuna di queste missioni, un differente, specifico ruolo, sempre significativo, che include, a seconda dei casi, la responsabilità dell’operazione, o il comando della forza. L’Italia ha anche contribuito con efficacia al dibattito intellettuale che si è tenuto negli anni precedenti la presentazione della “Strategia” da parte dell’Alto Rappresentante Mogherini. Io stesso ricordo un interessante seminario internazionale, tenuto a bordo della portaerei Cavour nel luglio del 2014, preceduto da un ampio “non paper” predisposto dallo Stato Maggiore Marina destinato alla circolazione tra i “partners”.
Le otto operazioni di sicurezza marittima dell’UE potrebbero quindi essere considerate come un caso “di scuola” di quello che il Governo italiano può fare, sfruttando positivamente la sua “membership”, in questo caso dell’Unione Europea, che agisce come “moltiplicatore” dello sforzo italiano volto a salvaguardare e rafforzare i propri interessi nazionali. Se l’Italia avesse dovuto provvedere da sola alle otto predette missioni, tutte importanti per il nostro Paese, i costi per il Paese sarebbero stati molto più ingenti e dunque il conseguente ridimensionamento di ambizioni ed obiettivi, avrebbe prodotto risultati meno rilevanti.
La morale che si può trarre è che l’esempio che abbiamo descritto dimostra anche per gli altri “partners” quanto sia diventata importante oggi la diplomazia navale multilaterale e quale grande impatto possa avere su differenti situazioni di crisi o anche solo di tensione internazionale.
Si potrebbe aggiungere a questa analisi sulla sicurezza marittima dell’UE nel Mediterraneo allargato, che, nella prospettiva di una futura difesa europea, con lo scopo anche di rinforzare il pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica, questi esercizi di diplomazia navale possono essere considerati un importante tentativo prodromico ad un approccio coordinato in risposta a una sfida esterna di qualsiasi tipo, convenzionale, asimmetrico o cyber.
In ogni modo, la proliferazione delle predette operazioni, dimostra come il mare sia considerato un elemento centrale dell’interesse nazionale di vari “partners”, soprattutto dei più importanti, come l’Italia, la Germania, la Francia e la Spagna.

Il Simposio Navale di Venezia.
C’è un’altra attività che può essere inclusa tra quelle di diplomazia multilaterale: si tratta del SIMPOSIO NAVALE DI VENEZIA, o meglio, del “VENICE TRANS-REGIONAL SEA POWER SYMPOSIUM.”
Lo scopo del Simposio è quello di allestire un “Foro” di dibattito biennale in materia di sicurezza marittima per tutti i Capi di Stato Maggiore delle Marine che vorranno intervenire. In occasione dell’ultimo Simposio del 2019 le delegazioni erano oltre sessanta. L’oggetto del dibattito è quello di discutere le sfide geopolitiche emergenti nei settori navale e marittimo e le opportunità esistenti per rafforzare la cooperazione internazionale. A mio avviso il Simposio Navale e l’iniziativa dei “Dialoghi Mediterranei” (MED), organizzata dal Ministero degli Esteri e dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), che si tengono annualmente a Roma ogni dicembre, sono le due maggiori operazioni italiane di Diplomazia Preventiva concepite e attuate dall’Italia.
Ciò significa che il Simposio di Venezia, ispirato dal “Newport International Sea Power Symposium”, allestito ogni due anni dalla Marina USA a Newport, può certamente essere considerato un nuovo significativo strumento di diplomazia navale. Al Simposio partecipano, insieme alle delegazioni nazionali, i rappresentanti delle Organizzazioni Internazionali e Agenzie del cluster navale e marittimo oltre ai gruppi industriali degli stessi settori.

L’intensificazione della diplomazia navale.
A margine del Simposio, organizzato all’interno dello stesso storico arsenale della gloriosa Repubblica di Venezia, alcuni degli incontri più ristretti sono normalmente organizzati a bordo del nostro Vascello Scuola Amerigo Vespucci, chiamato da molti Italiani e non solo, l’Ambasciatore d’Italia, per le sue straordinarie qualità di rappresentanza del Paese. Infatti, durante le soste nelle sue lunghe navigazioni attorno al mondo, il Governo italiano e la Marina organizzano a bordo, assieme ai nostri diplomatici, ogni sorta di “soft power naval diplomacy”, dalla promozione economica e culturale, alle manifestazioni per il rispetto del traffico marittimo, dell’ambiente marino, agli esperimenti scientifici, alcuni dei quali mentre la nave è in navigazione.
Negli anni più recenti si è verificato un incremento nell’utilizzo della diplomazia navale, come strumento di politica internazionale. Oggi, nella Marina italiana, ogni nuova nave, poco dopo aver raggiunto la flotta, parte per missioni di vario tipo, come assicurare la presenza e la sorveglianza delle aree di interesse strategico, oppure per degli esercizi di addestramento e cooperazione con altre Marine. Molto importante è la funzione di promozione commerciale della nave stessa o del software presente a bordo, che stanno riscuotendo significativi successi in giro per il mondo, in particolare presso le marine più accreditate, a partire dagli Stati Uniti d’America.

Situazione di sicurezza nel “Mediterraneo allargato”
Al di là della guerra in Ucraina e della situazione nell’area del Mediterraneo allargato di cui vi ha parlato il Prof. Lizza, vorrei, per cominciare, fare riferimento a una sfida particolare, perché si svolge sul mare, ove si verificano tensioni tra Stati, dovuti soprattutto al fenomeno della territorializzazione del mare, del quale oggi, come noto, la moderna tecnologia consente lo sfruttamento dei fondali, ricchi di molte risorse. Da qui la corsa degli Stati costieri ad assicurarsi, attraverso la delimitazione di una propria “zona economica esclusiva” (ZEE), la legittimazione internazionale alla valorizzazione dei giacimenti sommersi di petrolio, di gas e quant’altro, che è stata ed è alla base di molte tensioni, ancora in corso, nel Mediterraneo orientale e centrale. Ci sono poi, è vero anche in mare, minacce provenienti da “non state actors”, ben noti a noi Italiani, come le organizzazioni criminali che sovraintendono il traffico di esseri umani, la pirateria e il contrabbando di armi, droga e quant’altro.
A tal proposito è opportuno sottolineare come la “guerra di prossimità” in Libia, finalizzatasi in un primo tempo con l’accordo sul “cessate il fuoco” dell’ottobre 2020, abbia cambiato la situazione strategica in Mediterraneo con la nuova presenza militare sul territorio libico di Turchia e Russia. Situazione particolarmente sensibile per gli Italiani che vedono stabilirsi, subito al di là della “frontiera liquida meridionale” del loro Paese, importanti basi militari, navali ed aeree di una potenza globale come la Russia e di una potenza militare come la Turchia, che, per quanto membro della Nato, ha dato chiari segnali di avere un programma di allargamento delle sue ambizioni strategiche nel Mediterraneo.
Se si pensa che la Libia è un paese di altissimo valore strategico per le capacità di influenza che si possono esercitare dal suo territorio in Mediterraneo nonché, dalle sue frontiere meridionali, sul continente africano e in particolare sul Sahel, ecco che le nuove predette presenze, per di più contrapposte, costituiscono un’inquietante incognita per noi, nonché per l’Unione Europea e molti altri Paesi e Organizzazioni Internazionali dell’area e globali.
Da qui l’urgenza che Russia e Turchia ottemperino alle clausole del “Cessate il fuoco”, da loro stesse a suo tempo firmate, ritirando tutte le forze militari, sotto le rispettive dirette influenze, dalla Libia.
In una mia “Lettera diplomatica” suggerivo anche che l’U.E. si occupasse con maggiori responsabilità del controllo delle frontiere libiche e dell’assistenza sul suolo libico agli emigrati ed al loro eventuale transito verso nord. Dopo un decennio di guerre in tutta la regione del “Mediterraneo allargato” è vitale oggi dare la precedenza alla ricerca della stabilità su ogni tentativo di far prevalere la soddisfazione di interessi di parte, la cui legittimità internazionale e la cui giustificazione si sono spesso dimostrati privi di vero fondamento.
Sarà invece importante mantenere alcune costanti, magari con rinnovata energia, come il contrasto allo Stato islamico e al terrorismo in tutte le sue forme, che si mantiene vivo e aggressivo soprattutto in Africa. Come Circolo di Studi Diplomatici abbiamo più volte raccomandato l’opportunità di una conferenza generale d’area, come metodo, anche di lungo periodo per la risoluzione dei conflitti, ma il formato potrebbe essere anche diverso e informale. Ciò che è mancato finora, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è un’autentica riconsiderazione dei vantaggi della diplomazia e del negoziato, a fronte dell’utilizzo della guerra per la risoluzione dei contenziosi internazionali e nazionali, con i disastri che ne conseguono.
Tornando alla sicurezza del Mediterraneo allargato, in quest’area, qualsiasi tensione corre il rischio di ripercuotersi anche sul nostro Paese. Questa vasta zona, che include il mar Rosso, il Golfo Persico e il Golfo di Guinea e parte dell’Oceano Indiano, non è più la stessa dei tempi della Guerra fredda. La globalizzazione ha portato in questi mari più navi e più grandi, ha allargato (anche se non abbastanza, come abbiamo visto) il Canale di Suez e ha potenziato (in Italia meno che altrove) le infrastrutture portuali. Ma la differenza è sensibile anche per le Marine militari.
La presenza della Marina americana è stata sensibilmente ridotta, già fin dal 1990, a favore di altri teatri, soprattutto l’estremo oriente e assistiamo alla crescita silenziosa, ma molto significativa di alcune Marine mediterranee, in precedenza poco consistenti, come l’algerina, l’egiziana e la turca. Esse sono anche dotate di alcuni “assets” militari, di cui noi ancora non disponiamo, come i sommergibili dotati di sistemi di “deep strike”, cioè la capacità di colpire dal mare bersagli a migliaia di chilometri. Inoltre le tre predette Marine posseggono almeno una, se non due, grandi navi anfibie in grado di esercitare comando e controllo in operazioni complesse, ove siano previsti sbarchi di uomini e mezzi con ampio impiego di elicotteri.
La Turchia si sta anche attrezzando con due nuovissime aeromobili (la prima è stata già varata) del tonnellaggio del nostro Cavour, che potranno in futuro essere trasformate in portaerei. Le navi in questione saranno comunque armate con un gran numero di droni per uso navale. La Marina Israeliana rimane contenuta, però dotata di tecnologie di ultima generazione. Infine, grazie anche alla rinnovata base di Tartous in Siria, le navi da guerra russe hanno aumentato la loro presenza in Mediterraneo e cominciano a mostrarsi anche i Cinesi, i quali hanno aperto una grande e articolata base permanente a Gibuti e frequentano il Pireo, visitando poi occasionalmente l’Italia. La prima visita a Taranto di un gruppo navale cinese fu nel 2012. Dissero che visitavano i Paesi mediterranei di più antica civiltà, cioè l’Egitto, la Grecia e l’Italia. In realtà si trattava della prima “occhiata” militare ai percorsi nautici della “via della seta” in questo mare. Recentemente hanno dato la loro disponibilità per rinforzare la componente navale di UNIFIL in Libano, dove la nostra Marina tornerà ad operare prossimamente.
Nessuna di queste Marine mediterranee, o extra mediterranee può definirsi come appartenente a Paesi ostili, tuttavia l’antichissimo assioma latino che diceva: “ chi vuole la pace deve preparare la guerra”, tradotto ai nostri giorni, significa che solo chi dispone di una adeguata deterrenza può convincere il rivale o semplicemente l’interlocutore, nell’area che ci interessa, a non ricorrere alla guerra come strumento per la risoluzione delle crisi internazionali. In questo senso, la recentissima acquisizione da parte della portaerei Cavour della capacità di imbarcare e utilizzare operativamente gli F35 B, cioè a decollo verticale, ci consente di entrare tra le quattro Marine al mondo (USA, GB, Giappone e Italia) capaci di operare in mare con velivoli di quinta generazione. Il gruppo portaerei italiano, diventa quindi, grazie anche ai cacciatorpediniere del progetto “ORIZZONTE” e alle fregate del progetto FREMM, il più avanzato tecnologicamente tra le Marine dei Paesi Mediterranei.

Evoluzione delle forme di protezione a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.
L’evoluzione delle forme di protezione a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina sono regolate da due importanti documenti: il primo, che si chiama “bussola strategica”, è uscito a giugno scorso, poco prima della riunione del Consiglio Europeo che lo ha approvato e costituisce una road map dell’evoluzione nel cammino verso la difesa europea che copre il periodo dal 1° luglio 2022 al 2030.
Il secondo è costituito dalle conclusioni del vertice NATO di Madrid del 29 Giugno scorso.
Entrambi i documenti rappresentano le misure prese in campo militare dall’Occidente, nel quadro delle esistenti alleanze, in conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina, al di là dell’invio a questo Paese di armi prese dai rispettivi arsenali.
Con la “bussola strategica” ci si propone, come sapete, una valutazione condivisa tra i Partners del nostro contesto strategico e si definiscono nuove azioni e nuovi mezzi incluso uno schema di scadenze precise per conferire all’UE un ruolo di attore politico più importante nel settore della Sicurezza e della Difesa. Un forte accento viene posto sul settore degli investimenti e l’innovazione per sviluppare le tecnologie e le capacità necessarie, potenziando gli strumenti finanziari di cui l’UE si è dotata in anni recenti (Fondo per la Difesa e fondo di pace).
La standardizzazione degli armamenti e le intese fra i grandi gruppi industriali europei sono vivamente raccomandati. Nel settore marittimo, al fine di migliorare la “conoscenza della situazione marittima” (maritime awareness situation) e la capacità di “proiezione” della forza (sea power projection), si sostituiranno le motovedette d’altura e costiere sviluppando piattaforme navali di alta gamma, collegate in rete digitale, comprese piattaforme navali non presidiate. Si svilupperà ulteriormente il meccanismo delle “presenze marittime coordinate” e le esercitazioni con Paesi al di fuori delle alleanze tradizionali per testimoniare la “presenza globale” dell’UE a difesa dei propri interessi.
La dichiarazione finale del vertice della Nato è invece un documento molto “muscolare”, che porta, come ricordate, il contingente di pronto impiego a trecento mila uomini e rinforza in generale ogni aspetto militare e politico della Alleanza. È certamente la dichiarazione più significativa degli ultimi decenni. I compiti fondamentali dell’Organizzazione sono stati conservati, ma l’accento più forte è stato ovviamente posto sulla difesa collettiva. La gestione delle crisi e la sicurezza cooperativa (gli altri due compiti fondamentali) erano stati sostenuti anche dall’Italia in fase di negoziato, ma hanno avuto ovviamente una attenzione minore che in passato. L’importanza della cooperazione Nato-Ue, grazie agli Europei, è stata più volte sottolineata.
Nel settore marittimo, oltre a rinforzare tutte le operazioni navali NATO in corso, si ribadisce l’importanza della “conoscenza della situazione marittima” in ogni area di interesse della Nato e viene chiesto alla Russia di cessare ogni limitazione alla libertà di navigazione nel Mar Nero e nel Mar di Azov.
Per quanto riguarda le nostre Forze Armate e la Marina in particolare, è in pieno corso quanto necessario per seguire le indicazioni della “bussola strategica” dell’UE e quelle risultanti dal vertice Nato di Madrid. La Marina, già da tempo, ha impostato un programma di azione concepito secondo la formula del “tridente”, basato sul rinnovo della flotta secondo tre grandi gruppi operativi. Il Primo, il Gruppo portaerei, si occuperà dell’implementazione dello strumento aeronavale, mentre il secondo, il gruppo anfibio, si occuperà dello sviluppo del gruppo da sbarco, formato da navi di comando e controllo e di trasporto di aeromobili, uomini e mezzi. Questi primi due gruppi costituiscono una totale innovazione nelle forze armate italiane rispetto alle nostre precedenti concezioni della guerra fredda. Il terzo gruppo comprende l’arma subacquea e i mezzi d’assalto, che continuano la grande tradizione italiana del settore. Si sta inoltre attivamente lavorando per aggiungere per le navi di superficie e per i sommergibili quelle potenzialità nell’armamento che una forte, permanente, presenza della sesta flotta Usa in Mediterraneo non aveva finora reso necessarie, compresi i mezzi senza equipaggio. La Marina si conferma quindi quale pilone fondamentale della difesa del paese e del suo commercio marittimo, ma altresì un importante strumento di influenza, nel quadro anche delle Organizzazioni internazionali di appartenenza, in favore degli sforzi italiani volti a restaurare la stabilità nel “Mediterraneo allargato”. Le sue note capacità di diplomazia navale fanno parte di una felice tradizione fin dai tempi dell’unificazione italiana, accompagnata oggi da un eccellente programma di sviluppo, che la Marina si è data nel quadro delle leggi di riferimento e degli ultimi documenti delle alleanze di cui facciamo parte, adatto alle aspirazioni di “pace nella sicurezza” del Paese e anche agli obiettivi specifici di politica estera italiana e di deterrenza, in sostegno dei nostri legittimi interessi nazionali. Tali caratteristiche la rendono un attore protagonista insieme alle altre nostre Forze Armate del futuro delle nostre relazioni internazionali.


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