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La Cina nella geopolitica dell’energia

di - 17 Ottobre 2022
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La Cina nella geopolitica dell’energia: la lotta al cambiamento climatico.
Il ruolo della Cina nella geopolitica dell’energia non riguarda soltanto i combustibili fossili, ma anche il suo impegno nella transizione energetica necessaria per affrontare il problema del cambiamento climatico.
Nonostante la Cina sia il più grande produttore del mondo di energia solare e eolica, ha continuato a aumentare le emissioni annue di CO2, fino a superare, dal 2006, quelle degli Stati Uniti diventando il più importante paese emittente di gas serra.
Nel 2019 le emissioni della Cina hanno superato quelle di tutti i paesi del mondo sviluppato messi assieme.
Un altro vantaggio della Cina nel campo delle energie rinnovabili è costituito dal fatto di essere diventata il più grande produttore al mondo di batterie necessarie per i veicoli elettrici e per affrontare il problema dell’intermittenza dell’energia solare e eolica.
La Cina controlla circa il 90 per cento dell’offerta mondiale di materie rare, come litio, cobalto e nickel, richieste per la produzione delle batterie con lo sfruttamento di miniere soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo e nello Zimbabwe, e anche in Cile, in Argentina e in Australia.
Quando Barack Obama era presidente degli Stati Uniti, il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping si è impegnato con lui per il successo degli accordi di Parigi del 2015.
Xi Jinping ha però poi allentato gli impegni della Cina nella lotta al cambiamento climatico dopo la decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi; ma ha ripreso il suo impegno con la presidenza Biden.
La Cina ha recentemente annunciato che non finanzierà più la costruzione di nuovi impianti a carbone in altri paesi, fatto importante visto che metà degli impianti a carbone nel mondo sono di costruzione cinese.
Nell’autunno del 2020 Xi Jinping ha annunciato un sentiero di neutralità climatica per la Cina caratterizzato dall’obiettivo di arrivare al massimo delle emissioni di CO2 nel 2030 e all’annullamento delle emissioni nette entro il 2060.
Questo obiettivo è più gradualista di quello affermato ad esempio dall’Unione Europea di azzerare le emissioni nette di CO2 nel 2050 come condizione perché si raggiunga l’obiettivo dell’accordo di Parigi di evitare che il riscaldamento globale superi 1,5° C rispetto al livello pre-industriale.
Questo atteggiamento più gradualista dimostrato non solo dalla Cina, ma anche da paesi in via di sviluppo e emergenti, cominciando dall’India, in occasione della riunione della COP 26 a Glasgow, è stato criticato in Occidente; ma, almeno per quanto riguarda la Cina, ritengo si sia piuttosto trattato di realismo.
Recentemente il governo cinese ha richiesto all’International Energy Agency un rapporto che descrive lo scenario secondo il quale la Cina può raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica annunciato da Xi Jinping.
Lo sforzo richiesto dalla Cina per la transizione energetica necessaria per il raggiungimento della neutralità climatica nei tempi indicati è enorme.
La quota delle energie a basso contenuto di carbonio (solare, eolica, bioenergia, nucleare e idroelettrica) dovrebbe salire dall’attuale 15% al 75% nel 2060, con il solare e l’eolico che dovrebbero diventare le più importanti fonti di energia rinnovabile.
Al 2060 la domanda di carbone dovrebbe essere caduta dell’80 per cento, quella di petrolio del 60 per cento e quella di gas naturale del 45 per cento.
La quota combustibili basati su idrogeno verde, ottenuto con elettrolisi a basso contenuto di carbonio, dovrebbe salire al 10% nel 2060.
Investimenti rilevanti dovrebbero andare a strutture per la cattura, l’accumulazione e l’utilizzo del carbonio (CCUS) che dovrebbero entrare in funzione soprattutto tra il 2030 e il 2060.
Per arrivare a questi risultati le esigenze di investimenti per riorganizzare radicalmente l’economia sono enormi: la Cina dovrebbe investire più di $5 trilioni entro il 2060;; ma secondo alcune stime si andrebbe oltre i $10 trilioni; e questo senza tener conto del necessario ridisegno in senso “low carbon” degli investimenti progettati nella Belt and Road Initiative.
Non si può dire se la Cina riuscirà effettivamente ad implementare queste politiche; il 25 ottobre 2021 il Consiglio di Stato della Cina ha comunque rilasciato un suo piano per il raggiungimento della neutralità climatica, che specifica ulteriormente il piano proposto nel rapporto dell’IEA.
Le recenti tensioni tra Stati Uniti e Cina, sia con riferimento alle modalità con cui la Cina si è posta di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, sia con riferimento al problema di Taiwan, hanno già rimesso in discussione precedenti dichiarazioni bilaterali di cooperazione sul tema della lotta al cambiamento climatico.
Le possibilità che le tensioni geopolitiche, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, che vanno ormai al di là di quelle riguardanti l’energia, pur ricomprendendole, non sfocino in uno scontro militare globale stanno nella ripresa di un minimo di realismo necessario a non chiudere le porte a possibili nuovi livelli di fiducia reciproca.
Vedremo cosa uscirà dal vicino prossimo Ventesimo Congresso del Partito Comunista Cinese; quello che comunque possiamo dire è che, data la situazione attuale, più che sulle previsioni si deve contare sulla speranza.

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