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Rosario Romeo e l’economia: una biografia*

di - 20 Dicembre 2021
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Rosario Romeo ha attribuito grande rilievo alla dimensione economica delle strutture e delle vicende del passato. Nella solida biografia che gli ha dedicato Guido Pescosolido sottolinea (p. 49) come l’attenzione alle componenti socio-economiche da parte di Romeo sia andata oltre non solo quella di Federico Chabod, ma anche quella di Gioacchino Volpe, con Nino Valeri suoi maestri.
Da storico dell’economia Pescosolido ripercorre i contenuti economici presenti nei contributi a cui il prestigio di Romeo è soprattutto legato: “Risorgimento in Sicilia”; gli scritti su Cavour; “Risorgimento e capitalismo”.
Dopo un anno a Roma, alle lezioni di Volpe, Romeo si era laureato in scienze politiche a Catania, dove le materie economiche erano insegnate da Frisella Vella, Majorana, Albi. Aveva letto, in tedesco, “Il capitale” di Marx. Liberaldemocratico, Romeo era stato cristallino su questo punto: “Anche a chi non si iscrive ufficialmente alla corrente di pensiero marxista è lecito di utilizzare il pensiero di Marx come quello di tutti i grandi pensatori per il contenuto di verità che in esso si trova” (p. 56). Il chiarimento valse sia di fronte all’accusa di marxismo mossagli da Panfilo Gentile quando il libro sulla Sicilia uscì, sia di fronte all’essere anni dopo benevolmente situato da Walter Maturi “fra Croce e Marx”[1].
Romeo respinse la tesi secondo cui la vicenda siciliana nell’età del Risorgimento era riducibile all’odio degli isolani contro il dominio di Napoli. Prese le mosse da una Sicilia segnata dalla persistenza del latifondo, dall’arretratezza di una economia agricola con poca industria, da una classe dirigente inadeguata, con residui di nobiltà intrecciati alla pseudo-borghesia dei gabelloti. Nel processo unitario e fino al trionfo di Garibaldi costoro, anche quando furono antiborbonici e filo-liberisti, seguirono la scia degli intellettuali, quelli di matrice illuministica e quelli sensibili alla cultura romantica europea e ai valori del liberalismo. Pescosolido opportunamente osserva che in ragione di questo vuoto di grande borghesia “il Risorgimento in Sicilia di Romeo fu un processo di natura eminentemente morale e politica nel quale le forze della conservazione ebbero un ruolo non trascurabile” (p. 78).
Con riguardo agli aspetti economici un passo indietro, al Cinque-Seicento, consente di apprezzare come Romeo faccia risalire l’inizio della crisi del baronaggio alla Rivoluzione dei Prezzi. Nell’analisi dell’inflazione di allora Romeo cita, sì, Earl Hamilton, lo storico monetarista di American Treasure and the Price Revolution in Spain. Ma in linea con quella che sarà poi la migliore interpretazione di quel processo inflazionistico osserva: “Non tutto dovuto all’afflusso di metalli preziosi, questo rialzo; chè su di esso influirono largamente, specie nei primi decenni del ‘500, le svalutazioni monetarie, le esportazioni, specialmente di grano, l’aumento della popolazione”[2]. I prezzi dei prodotti primari aumentarono anche in Sicilia ben più dei prezzi dei manufatti e dei servizi. I nobili investirono quindi ancor più nella produzione di grano ma, carenti di capitale proprio, per avere liquidità ricorsero a concessioni enfiteutiche con canoni in danaro. L’erosione dei canoni provocata dall’inflazione fu enorme, se fra Sei e Settecento la moneta di Sicilia perse metà del suo valore. Lo scemare delle rendite eccedette la erosione dei debiti degli stessi proprietari, tanto che essi dovettero ulteriormente indebitarsi. Emersero allora i gabelloti: non più dei nobili imprenditori, bensì affaristi, speculatori, usurai, i futuri Calogero Sedara del Gattopardo. I baroni cedettero a costoro in affitto interi latifondi, così da incassare i canoni in anticipo rispetto alla vendita dei raccolti, liberarsi dei tanti piccoli affittuari che pagavano più tardi e dei “fastidi dell’amministrazione diretta”, trasferirsi dalla campagna in città. A Palermo subirono “l’influsso del costume e della mentalità spagnuola, che disaffezionavano dalle attività economiche e fomentavano la tendenza al fasto e all’ozio”[3].
Il quadro è tanto vivido quanto documentato. Nella stretta interazione fra struttura e sovrastruttura “Risorgimento in Sicilia” è un saggio straordinario. Alla letteratura successiva si devono qualificazioni, non nuove interpretazioni di sintesi. Pescosolido conclude che di questa prima monografia di Romeo “resta salda la qualificazione del Risorgimento siciliano come movimento progressivo a contenuto soprattutto politico e morale (…) che promosse nell’Isola un evento rivoluzionario, ossia la fine della nazione del privilegio aristocratico” (p. 101).
Con la poderosa biografia di Cavour Romeo ha posto una pietra miliare nella storiografia dell’Italia contemporanea e la dimensione economica, ricostruita da Romeo, fu in Cavour fondamentale.
Nel fare di Cavour un vero economista concorsero più elementi: lo studio degli economisti classici, facilitato dalla familiarità con la matematica; l’esperienza di imprenditore, agricolo, industriale, finanziario; la pratica di giocatore, al casinò come in Borsa chiamato a calcolare le probabilità; i soggiorni nell’Europa in via di moderna industrializzazione. Da ministro, da primo ministro, Cavour basò il governo dell’economia su due caposaldi. Le imprese dovevano essere libere ma in concorrenza fra loro e senza protezionismi né aiuti pubblici. Lo Stato doveva intervenire affinchè  le imprese disponessero delle più funzionali infrastrutture, materiali (ferrovie, ad esempio) e immateriali (regole di commercio e istruzione tecnica, ad esempio). Le spese militari rientravano in questo quadro, come parte necessaria di una politica estera attiva nella bellicosa Europa.
Tutto ciò era costoso. Ma Cavour aveva chiaro che l’investimento pubblico può risultare redditizio. La prima e la seconda guerra d’indipendenza videro le spese militari impennarsi. Nel decennio cavouriano il bilancio fu in costante disavanzo e il debito del Piemonte nel 1861 era cinque volte quello del 1850. Ma senza quell’esercito il Piemonte non si sarebbe ingrandito e l’Italia non si sarebbe fatta. Senza quelle spese nel 1861 il tasso di alfabetismo dei piemontesi (56%) non sarebbe stato il più alto d’Italia, cinque volte quello della Sicilia (11%).
Le linee di governo dell’economia del nuovo Regno vennero fissate da Cavour in Parlamento il 25-27 maggio del 1861, pochi giorni prima della sua scomparsa. Erano da ratificare i decreti che fra l’estate del 1859 e il gennaio del 1861 avevano abbattuto i dazi doganali estendendo la tariffa sarda, di gran lunga la più bassa, a tutto il nascente Regno. Si opposero, con coraggio, Antonio Polsinelli, industriale tessile di Sora, e Quintino Sella, industriale tessile a Biella. Ricardo, con i vantaggi del libero commercio, va bene, ammisero, ma è da applicare con gradualità. Cavour rispose da par suo: solo la durezza della concorrenza in una economia aperta può riallocare le risorse dalle industrie del passato a quelle con un futuro.
Alla misura in cui gli uomini della Destra seppero inverare il lascito cavouriano in economia Romeo ha rivolto diversi studi, imperniati su Risorgimento e capitalismo. Al gran dibattito che suscitarono Pescosolido dedica pagine tra le più interessanti del suo libro.
La premessa è nella critica orticante che Romeo rivolse ai più brillanti storici di formazione marxista. Si trattò di una critica duplice: l’aver essi ritenuto, richiamandosi a Sereni oltre che a Gramsci, che una redistribuzione della terra era fattibile, avrebbe avvicinato le masse contadine al giovane Stato, ampliato il mercato, favorito il progresso dell’economia; e l’avere essi al tempo stesso omesso di verificare quanto il loro assunto fosse lontano dalla realtà e l’avere più in generale trascurato – cosa particolarmente grave per dei marxisti – la dimensione economica nei loro studi sull’Italia contemporanea.
Ancor più della fondatezza della critica interessano le implicazioni di ricerca che Romeo ne trasse e che a propria volta ispirò.
Quanto al primo punto, Romeo sostenne con buoni argomenti che la frammentazione della proprietà terriera avrebbe abbattuto sia la produttività in agricoltura sia il risparmio contadino, e quindi il risparmio nazionale, limitando lo sviluppo del Paese. Unica possibile eccezione, il Sud. A differenza del Centro-Nord ”nel Mezzogiorno, dove la rivoluzione antifeudale non aveva raggiunto quasi nessuno dei suoi obbiettivi fondamentali, la rivoluzione contadina poteva essere un fatto storico di grande contenuto rinnovatore”[4]. Aggiungo che la mera prospettiva della terra ai contadini avrebbe potuto limitare il brigantaggio, che nel primo decennio unitario –  oltre a provocare almeno 20mila vittime fra i militari, i civili, gli stessi briganti – inflisse i danni lamentati da Stefano Jacini all’agricoltura del Meridione della penisola[5].
Quanto al secondo punto, Romeo arrivò a proporre un vero e proprio modello dell’economia italiana nel 1861-1887. Il modello si basava sulla teoria della crescita in voga negli anni Cinquanta (Joan Robinson, Nurkse, Lewis, Kuznets, al livello più alto Harrod e Domar). Quella teoria era imperniata sulla scala dell’accumulazione, risparmio-investimento, e sulla produttività del capitale. Secondo Romeo nel primo ventennio postunitario l’aumento della produzione agricola generò cospicui redditi, per più vie (tassazione, debito pubblico) prelevati dallo Stato.  Sottratte al consumo, queste risorse sarebbero state investite in opere pubbliche, nella costruzione del nuovo Stato. Secondo una sequenza a stadi (alla Rostow) le infrastrutture avrebbero poi costituito il cosiddetto prerequisito della industrializzazione intensificatasi negli anni Ottanta, anche sotto la protezione doganale.
Con il suo modello, limpido nei riferimenti teorici, Romeo ruppe con la tradizione accademica della storiografia economica italiana, in prevalenza descrittiva. Merito della sua analisi fu di aver promosso nuova ricerca da parte degli storici, marxisti e non. Anche grazie a questo stimolo la storia economica italiana è stata ampiamente riscritta sulla base di diversi riferimenti teorici, altre ipotesi, nuove e raffinate statistiche[6].
Peraltro, di quella analisi di Romeo appaiono oggi evidenti alcuni limiti, empirici e soprattutto teorici.

* G. Pescosolido, Rosario Romeo. Uno storico liberaldemocratico nell’Italia repubblicana, Laterza, Bari-Roma, 2021.

Note

1.  W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, Einaudi, Torino, 1965, p. 666.

2.  R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, Bari, 1950, p. 18.

3.  Ibidem, pp. 20-21.

4.  Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, cit., p. 348.

5.  P. Ciocca, Brigantaggio ed economia nel Mezzogiorno, in “Rivista di Storia Economica”, 2013, pp. 3-30; P. Macry, Ancora sul brigantaggio meridionale, in “Rivista di Storia Economica”, 2013, pp. 349-354.

6.  Vedi, fra gli altri, S. Fenoaltea, L’economia italiana dall’Unità alla grande guerra, Laterza, Roma-Bari, 2006 e Reconstructing the Past. Revised Estimates of Italy’s Product, 1861-1913, Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 2020; G. Toniolo (ed.), The Oxford Handbook of the Italian Economy since Unification, Oxford University Press, Oxford, 2013; P. Ciocca, Ricchi per sempre?Una storia economica d’Italia (1796-2020),Nuova edizione aggiornata, Bollati Boringhieri, Torino, 2020.  Alle origini di questo filone di studi si situa il volume collettaneo, promosso da Alberto Caracciolo, G. Toniolo (a cura di), Lo sviluppo economico italiano, Laterza, Roma-Bari, 1973, con saggi di P. Ciocca, J.S. Cohen, R. Faucci, S. Fenoaltea, E. Sori, R. Sylla, G. Tattara, G. Toniolo, V. Zamagni.

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