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Il vizio tedesco

di - 17 Giugno 2021
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Un’economia si giudica principalmente dalla produzione e dalla produttività. [1]
Una volta assorbito negli anni Novanta lo shock provocato dalla riunificazione delle due parti del Paese, dal 2000 la performance dell’economia tedesca è stata mediocre, inferiore al suo potenziale: il periodo meno brillante dal dopoguerra.
Il Pil è cresciuto solo dell’1,3% l’anno, come nello shock del 1993-1998, non più dell’intera Euroarea, un punto percentuale meno degli Stati Uniti. La produttività, del lavoro e totale dei fattori, ha decelerato, segnando un incremento modesto, dell’ordine dello 0,5% l’anno. Persino nella manifattura la dinamica della produttività del lavoro è scesa dal 2% l’anno del 2001-2010 all’1,3% del 2011-2019.
Va sottolineato come l’economia tedesca sia stata frenata in notevole misura dalla domanda interna, cresciuta nel ventennio non più del Pil. Mentre il risparmio nazionale saliva dal 22 al 29% del Pil, l’investimento oscillava sul 19% del Pil.
Le risorse inutilizzate a causa di questo grosso vuoto di domanda effettiva, non investite all’interno, sono state cedute al resto del mondo. La bilancia dei pagamenti di parte corrente da lievemente passiva nel 2001 ha visto l’attivo esplodere sino al 7-8% del Pil negli ultimi anni. Persino Bruxelles, sempre timida coi tedeschi, ha protestato, naturalmente inascoltata. L’avanzo è soprattutto dovuto all’eccesso di risparmio sull’investimento. La competitività sui prezzi alla produzione dei manufatti made in Germany migliorava del 10% fra il 2004 e il 2010 ma restava invariata nel successivo decennio.
I governi tedeschi – Angela Merkel è Cancelliere dal novembre del 2005 – hanno mancato di sostenere la domanda interna. Il bilancio della PA ha registrato bassi disavanzi fino al 2010 per poi volgersi addirittura in surplus dopo la recessione del 2012. Il debito pubblico si è quindi ridotto, rispetto al Pil, dal 90% del 2012 al 69% del 2019.
Particolarmente grave è che siano stati tagliati gli investimenti pubblici. In diversi anni sono risultati addirittura negativi al netto degli ammortamenti, riducendo lo stock del capitale pubblico. Il loro moltiplicatore sarebbe stato invece molto elevato. Avrebbe stimolato sia la domanda sia la produttività, senza che la spesa generasse  debito pubblico in rapporto al Pil. Inoltre il taglio è avvenuto in presenza di infrastrutture non poco deteriorate, a cominciare dagli scricchiolanti ponti sul Reno, come quello di Leverkusen.
La perdita di Pil che la politica economica ha consentito può essere stimata in un punto percentuale all’anno. Cumulata, ammonta a diverse centinaia di miliardi di euro nel ventennio. Si consideri che nel 2019 il Pil nominale della Germania ha sfiorato i 3,5 trilioni di euri e che l’1% di tale somma è pari a 35 miliardi in un singolo anno.
Sia la bassa crescita, di un’economia che pesa un quarto dell’intera Euroarea, sia il rigorismo fiscale – che la Germania ha praticato e diffuso in Europa – hanno anche contribuito a limitare lo sviluppo economico dei partners a moneta unica.
L’ effetto vistoso di un siffatto governo dell’economia è stata l’abnorme posizione creditoria verso l’estero scaturita dagli avanzi crescenti della bilancia dei pagamenti. Dal pareggio nel 2000 la posizione netta della Germania nei confronti del Resto del Mondo è esplosa sino a diventare creditoria per il 76% del Pil alla fine del 2020. L’attivo si aggira sui 3 trilioni di dollari. Con Giappone e Cina la Germania è il principale creditore degli Stati Uniti, oltre che dei paesi debitori netti dell’Euroarea (Cipro, Estonia, Francia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna).
Su questi investimenti e prestiti esteri la Germania ha accusato nel tempo perdite in conto capitale per diverse centinaia di miliardi di euri, che vanno ad aggiungersi al progresso del Pil per un ventennio inferiore al potenziale. Se quelle risorse fossero state impiegate all’interno del Paese le perdite sarebbero state minori.
Quelli citati sono duri fatti, fatti statistici. Il rigore di bilancio che li ha provocati non è spiegabile evocando gli spettri del passato: i timori dell’inflazione, da anni inesistente, e di una Germania indebitata con l’estero, per questo nano politico. Sul piano strettamente economico la politica tedesca appare sub-ottimale, priva di senso.

Se ne ha avuto democratica consapevolezza, il popolo tedesco ne ha accettato il costo. Nonostante l’onere dell’assorbimento dell’arretrato Est, per reddito pro capite fra i paesi del Gruppo dei 7 la Germania è seconda solo agli Stati Uniti (15% in meno). La sua economia resta strutturalmente forte, pur mutando nel senso della finanza e della globalizzazione. Lo illustra molto bene il saggio di Monika Poettinger. Gli autori di questo bel volume – come la Poettinger autentici esperti del caso tedesco – illustrano ampiamente quanto siano stati importanti anche altri fattori di coesione della società: i presupposti storico-giuridici, da Weimar alla riunificata Repubblica; la cornice istituzionale, che ha saputo integrare una più articolata gamma di partiti politici; l’elasticità assicurata dal sistema degli stati federati; una politica culturale all’altezza dei tempi, con l’eccezione dell’analisi economica. Vi si è unito il realismo di uno statista come la Merkel, capace di coniugare prudente pragmatismo con decisioni di grande momento, tanto rischiose da strappare ammirazione: l’uscita dal nucleare nel 2011, l’apertura a centinaia di migliaia di immigrati nel 2015, da ultimo il Next Generation EU e l’allentamento dei vincoli di Maastricht e successivi.
Tuttavia, persino nel persistere in mutate forme di un ordoliberismo anti-Keynes, l’assurdità del governo dell’economia che abbiamo descritto non poteva sfuggire alle classi dirigenti del Paese. Si è trattato, quindi, di una scelta: una scelta evidentemente metaeconomica, forse geopolitica. Una ipotesi[2] è che l’attivo commerciale e finanziario verso l’estero si sia configurato come obiettivo intermedio: oneroso, ma strumentale al fine ultimo di restituire alla Germania, attraverso il potere condizionante dell’essere creditrice, un ruolo in politica estera su scala mondiale, o quantomeno la primazia sui partners europei, non di rado debitori.
Sorge, allora, più d’un problema.
Se l’ipotesi avesse fondamento la Germania si sarebbe abbandonata alla peggiore forma di neo-mercantilismo: non solo vendere all’estero, ma vendere all’estero per il potere.
Se l’ipotesi avesse fondamento vi sarebbe da interrogarsi sulle ragioni dell’accettazione di una tale politica non solo dall’opinione pubblica, ma soprattutto dalle istituzioni, dal sistema dei checks and balances, dai media della Germania.
Se l’ipotesi avesse fondamento i partners europei farebbero bene a dubitare che il Next Generation EU e l’allentamento del rigore di bilancio segnino una svolta. Il recente intervento del Presidente del Bundestag andrebbe preso molto sul serio: superata la pandemia, a suo parere i paesi europei ad alto debito, Italia in testa, devono stringere la cinghia, disoccupazione o non disoccupazione.
Soprattutto, se l’ipotesi avesse fondamento andrebbero seriamente ridiscusse, ridefinite e fatte rispettare le condizioni necessarie affinchè quella europea diventasse un’Unione fra pari, la sola accettabile.
Quantomeno, in alternativa alla mia rozza ipotesi geopolitica andrebbero avanzate altre spiegazioni della politica economica che la Germania si è auto-inflitta per vent’anni!

Note

1.  Commento a L. Renzi-U. Villani-Lubelli (a cura di), La nuova Germania. La Repubblica Federale 30 anni dopo la Riunificazione, Edizioni ETS, Pisa 2020.

2.  A. Bolaffi-P.Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca, Donzelli, Roma 2017.


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