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La questione tedesca nel buco nero del ritorno a Tacito

di - 19 Maggio 2020
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E’ opinione corrente che la Germania di Angela Merkel sia la matrigna malvagia delle favole dei Grimm, impegnata nell’esercizio del diritto del più forte a difesa del proprio ubi consistam,  secondo forme concettuali sempre più autoreferenziate e rigide, come se nessun policy making esogeno (ma comunitario), fosse in grado di farsi sentire[1]. Nel suo livello emozionale, la stessa risposta all’intervento del Bunderverfassungsgericht – senza dubbio controverso- sul metodo del Quantitative easing, si conforma allo schema dominante. Naturalmente esiste l’altra faccia della medaglia[2], ma si è creato un clima. Purtroppo ci sono circostanze in cui le dinamiche decisionali tabulano senza il giusto filtraggio, gli idiomi prefabbricati socialmente; a volte li ispessiscono. Tirate le somme, ne discende il rischio di punti di vista imprecisi, al netto dei giudizi formulati su un piano di oggettività che pure ricorrono[3].
Si parta perciò dall’introduzione di alcune osservazioni di fondo, volte a verificare la validità del  paradigma per così dire “preformista” (o “non-epigenetico”), presupposto carsico della gran parte delle chiavi di lettura della Germania di oggi. Paradigma “preformista”, secondo cui in una data entità  vi è un abbozzo  piccolo ma completo di quello che sarà il suo sviluppo futuro, trovandosi molti più elementi condizionali e normativi nella parte iniziale della sua storia che nel suo divenire[4]: in sequenza, se la Germania è stata alveo accogliente di una via sbagliata prima, tale via  resiste e non si dissolve facilmente, sicché sembra ancora annidata nell’oggi e forse lo sarà anche in seguito.
In proposito, si prenda a paragone il conflitto franco-tedesco degli anni 1914-1918 e si osservi che qualcosa di analogo a quanto sta accadendo oggi,  l’universo discorsivo modellato nella Francia di allora lo anticipi e sembri appunto “preformarlo”.
Scrive infatti Claude Debussy nel 1915: “Non abbiamo più casa, i nemici hanno preso tutto, persino il nostro letto. Hanno bruciato la scuola e nostro signore Gesù Cristo e insieme un povero vecchio che non ha potuto andarsene”[5]. All’incirca negli stessi anni, sulla falsariga dei versi di Debussy,  vede la luce una vasta gamma di interventi a firma tra gli altri, di Henry Barbusse[6],  Gustave Le Bon[7], André Gilles[8] fino a Georges Bernanos, per giunta testimone diretto delle tempeste d’acciaio della Prima guerra mondiale[9].
Non sussistono ragioni per dubitare del topos francese. Anzi, richiama alcuni indicatori storici profondi. Ma di fatto, spogliato all’essenziale, illustra quanto i significati di certi atti linguistici siano validi purché letti in ottica atomistica. Diversamente, sta dietro l’angolo un’ indesiderabile ricaduta nel corto circuito sia dei processi inferenziali[10], sia del determinismo dell’approccio “non-epigenetico”.
Indiscutibilmente infatti le invasioni, le occupazioni, le malversazioni, le atrocità, le deportazioni, i massacri dei civili, i fenomeni concentrazionari si iscrivono nel Sonderweg della storia tedesca ed è inaccettabile  la sconfitta della loro memoria e del loro monito. Il problema viceversa si pone quando singoli atti linguistici diventano stigmi o costrutti permanenti, mentre un’ entità si sviluppa a poco a poco, attraversando una serie di stadi le cui matrici non sono mai completamente preordinate. Di qui l’innegabile  rincorsa all’idea di Germania quale forma invariante e non segmentata, framework che volta le spalle a ogni logica apparente e la travisa. Come del pari, le voltano le spalle e la travisano, le euristiche che riassumono l’Occidente in dinamiche omogenee[11].

Fatalmente, data l’ampia condivisione intersoggettiva dell’enunciato di partenza, il fuoco di fila di simbologie negative è diventato incontenibile. Quindi si assuma come vero e corretto il giudizio sulla Germania quale rivale designato, con l’obiettivo però di sondarne in termini razionali l’eventuale fondatezza, laddove a stretto rigore e dati empirici alla mano, sia un partner comunitario anziché il nemico. In definitiva, si tratta di applicare all’oggetto di analisi nient’altro che il criterio definito da David Lewis “ per convenzione di veridicità”. [12]
“Nella vita di tutti i giorni si alternano la cosmogonia e l’apocalisse”[13]. Tipicamente non esistono società senza male e nessun agente è buono volontariamente, neppure la Germania. Pertanto la caratteristica dirimente dell’agire politico non è  la condizione di impotenza rispetto a uno  scenario di attori opportunistici e conflittuali, l’impossibilità cioè di esercitare la  funzione propria e inaggirabile di opposizione ad un destino. Bensì il contrario.
Si noti che non è un gioco intellettuale fine a se stesso, riconoscere la negoziabilità della maggior parte delle situazioni conflittuali. Sebbene infatti ogni strategia origini dalla volontà di un individuo, di un gruppo, di uno Stato –  leggasi Germania – di vincere sugli altri, il caso di conflitto puro in cui gli interessi antagonisti, siano totalmente contrapposti è assolutamente eccezionale. Nemmeno la guerra può ritenersi un modello di conflitto puro. Per questa ragione, la vittoria è funzione della capacità di contrattazione di uno Stato verso l’altro, volta a evitare comportamenti di reciproco danno. Di conseguenza la strategia da seguire non poggia sull’applicazione efficiente della forza, bensì sul paradigma che la maggior parte delle situazioni di conflitto siano situazioni cosiddette di “partnership precarie” o “antagonismo incompleto”, il cui esito finale è frutto di una mano visibile[14].
La storia lo dimostra.
A inizio anni settanta del secolo scorso, l’industria bellica sovietica sviluppa l’SS-20, missile nucleare a gittata intermedia (vale a dire “tattico” o “di teatro” e non “strategico” perché incapace di colpire il suolo statunitense) in grado di colpire Roma, Parigi o Londra partendo da basi situate oltre gli Urali. Si trattava di sistemi d’arma che avrebbero potuto alterare quantitativamente di poco la rough balance delle potenze nucleari globali, ma che viceversa potevano determinare una decisiva differenza qualitativa.
Più in  particolare all’appuntamento con lo schieramento degli SS-20, si profilava  l’accettabilità da parte di Stati Uniti e Russia del sacrificio dei propri alleati europei, senza ricadere nella fattispecie di un evento bellico termonucleare di scala globale. Infatti da parte del resto dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, lo schieramento degli SS-20 fu letto proprio come il tentativo di indurre gli Stati Uniti a isolarsi e ad accettare la prospettiva di subire gravi perdite locali, in seguito all’eventualità di un attacco missilistico voluto dalle forze del Patto di Varsavia.

In quest’ottica la prima mossa degli Stati Uniti fu la messa  in campo della bomba al neutrone.  Rifiutando così la prospettiva di un confronto nucleare limitato al teatro europeo, l’amministrazione americana pose l’URSS nella condizione di apparire nella veste di principale potenziale responsabile dell’olocausto nucleare su scala planetaria.
In altri termini qualora i sovietici  avessero attaccato la componente euro-occidentale della NATO,  l’unica risposta possibile da parte della Casa Bianca, sarebbe stata il ricorso all’arsenale nucleare strategico. La qual cosa non accadde perché si determinò il ritiro dei missili tattici, dimostratisi ai sovietici stessi, una scelta bellica troppo irrazionale rispetto ai rischi associati.
Astrazion fatta dal suo contesto storico e collegata alla teoria delle relazioni internazionali, la vicenda dello scacco missilistico russo lascia trasparire in filigrana due dei presupposti della decisione politica, validi ben al di là del caso specifico:

  1. L’intervento coronato da ampi margini di successo nell’ambito di un gioco, purché attraverso strumenti razionali opportunamente studiati per indirizzarne lo svolgimento in una direzione virtuosa;
  2. La possibilità concreta di imboccare un percorso strategico corretto per entrambi i giocatori, senza innalzare il livello di scontro oltre una soglia limite.

Non resta che domandarsi perché molte tra le posizioni recentemente assunte verso la Germania, appaiano singolarmente divergenti da questo impianto logico e come mai le accomuni l’ipotesi del decisore quale mero “orologiaio cieco” al suo confronto. Da una parte cioè “noi” in balia del vento, condannati a una ineluttabile post-dizione, dall’altra “lei”, l’incombente, paludosa, cupa e impenetrabile foresta descritta da Tacito nel 98 d.C.
Un viaggio irrazionale nel primitivo, da osservare con profondo sospetto e preoccupazione.

 

Note

1.  Per una analisi  e una rassegna ampia e articolata delle tesi antitedesche come fenomeno collettivo, si vedano in particolare: A. Bolaffi, Il sogno tedesco: la nuova Germania e la coscienza europea, Roma, 1993; L. Moltedo, Basta parlare a vanvera di Germania. Intervista con Angelo Bolaffi, in “Ytali”, 21-7-2015; A. Bolaffi, La sindrome anti-Germania, in “Berlin89”, 28-7-2018; P. Meucci, L’Europa al voto. Chi ha paura del modello Germania, intervista ad A. Bolaffi”, in Stamptoscana, 21-2-2019.

2.  Su questo specifico aspetto rinvio  a: A. Bolaffi, P. Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemomia tedesca, Roma, 2017.

3.  Mi riferisco per esempio alle analisi sulla politica economica tedesca di Pierluigi Ciocca in: Idem, Dopo il voto tedesco, in “Apertacontrada”, 4-12-2017.

4.  Sul concetto di “preformismo”: J.S. Robert, Embryology, epigenesist and evolution: taking development seriously, Cambridge, 2004.

5.  C. Debussy, Noel des enfants qui n’ont plus de maison, Parigi, 1916.

6.  H. Barbusse, La feu, journal d’une escouade, Parigi, 1916.

7.  G. Le Bon, Enseignements psychologiques de la guerre européenne, Parigi, 1916.

8.  A. Gilles, Commotionés et histériques chez nos ennemis et quelques observations sur la psychologie allemande, in “Annales medico-psicologiques”, n. 11, 1919.

9.  G. Bernanos, Les enfants humiliés, Parigi, 1949.

10.  Per una disamina del problema dell’induzione, rinvio in particolare a: D. Deutsch, La trama della realtà, Torino, 1997; C. Gustav  Hempel, Filosofia delle scienze naturali, Bologna, 1968; K. R. Popper, Conoscenza congetturale: la mia soluzione al problema dell’induzione, in Idem, Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, pp.19-56, Roma, 2002.

11.  Su questo specifico punto rimando a: K. Jaspers, Origine e senso della storia, Milano, 1972;O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Parma, 2002.

12.  D. Lewis, Convention: a philosophical study, Cambridge (Mass), 1969.

13.  E. M. Cioran, Sommario di decomposizione, Milano, 1996, p. 95.

14.  Sull’insieme degli argomenti di taglio neorealista, si veda: T.C. Shelling, La strategie del conflitto, Milano, 2006.


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