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La Cina e l’intelligenza artificiale

di - 4 Maggio 2020
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Più recenti sono le misure prese negli Stati Uniti contro Huawei, nel timore che, attraverso i prodotti Huawei, la Cina possa entrare nella rete di trasmissione di dati negli Stati Uniti. Così, AT&T ha sospeso un accordo con Huawei per distribuire negli Stati Uniti gli ultimi smartphones della società cinese e la National Security Agency ha ammonito i cittadini americani a non usare apparecchi di Huawei.
All’annuncio di Trump di attuare queste limitazioni nei confronti di Huawei sono seguite mosse delle imprese americane che non possono non avere effetti negativi rilevanti per la Cina. Google ha annunciato che non intende fornire più a Huawei gli aggiornamenti del sistema operativo Android, con evidenti effetti negativi sulle possibilità di vendita dei nuovi smartphone della società cinese sui mercati esteri. All’annuncio di Google sono seguiti analoghi annunci di voler uniformarsi al divieto americano da parte di imprese non statunitensi, come quella della impresa inglese per la progettazione di “chip” Arm (che però è di proprietà della giapponese Softbank), che intende bloccare l’uso da parte di Huawei di processori tuttora essenziali per la società cinese; e quella della giapponese Panasonic che intende bloccare l’invio a Huawei di componenti che si basano in larga parte su tecnologia, software e materiali americani. La decisione di Trump taglia fuori Huawei dalla possibilità di utilizzare microprocessori da altri produttori americani come Qualcomm e Intel.
Non sarà facile per Huawei sostituire la complessità di processori sui quali ancora oggi conta, e dai quali fortemente dipende, anche se non si può escludere che questo avvenga dato l’enorme ammontare di risorse anche umane che, come si è notato, Huawei da tempo dedica alla produzione di propri “chips”.
Bisogna anche tener conto del fatto che la manifattura di molti dei processori Huawei avviene da parte di una impresa di Taiwan la Taiwan Semiconductory Manufacturing Company (TSMC), che è la più grande e più avanzata impresa produttrice di chip mondiale e che fornisce, oltre che Hisilicon di Huawei, anche imprese produttrici di semiconduttori americane come Qualcomm e Nvidia. Sembrano molti forti le pressioni americane su TSMC perché segua la linea di bloccare la fornitura alla Cina Popolare. TSMC per ora però non ha ceduto a queste pressioni.
Nel frattempo Huawei continua ad essere molto attiva a livello internazionale. Per esempio la presenza di Huawei in Inghilterra è stata e continua ad essere cruciale per il suo sviluppo. Nel 2005 Huawei vinse un contratto con BT (British Telecom) per trasformare il sistema delle telecomunicazioni britannico. Da allora Huawei ha utilizzato la sua presenza in Inghilterra come trampolino di lancio per entrare nei mercati europei e per diventare il più grande costruttore di materiali “telecom” al mondo. All’inizio del 2018 Huawei ha annunciato che spenderà 3 miliardi di sterline in Inghilterra nei prossimi cinque anni.
C’è un rischio molto serio del proseguimento di una linea di scontro tecnologico tra Stati Uniti e Cina: è quello dello “splinternet”, cioè della separazione delle reti di comunicazione online a livello mondiale in due realtà, una dominata dagli Stati Uniti e l’altra dalla Cina, dato che ognuna delle due potenze tecnologiche cercherà di conquistare a suo favore il mercato digitale mondiale.
Un segnale di come potrebbe manifestarsi questo rischio è la possibilità che una versione modificata di Android da parte di Huawei crei due tipi di sistemi operativi separati. Un simile esito di separazione delle reti online a livello mondiale andrebbe contro alcune caratteristiche fondamentali che la globalizzazione è andata assumendo con la rivoluzione digitale, in particolare l’estensione degli scambi dai beni materiali alla conoscenza e ai prodotti immateriali. Gli scambi di conoscenza anche attraverso il trasferimento delle tecnologie è infatti un fattore cruciale per l’estensione a livello mondiale della crescita economica.
Ovviamente gli scambi di conoscenze e di tecnologie non devono avvenire attraverso il furto, ma nel rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. E la Cina deve cambiare molto sotto questo profilo. La Cina stessa ha infatti la sua responsabilità nell’aver già dato una spinta allo “splinternet” con la chiusura nei confronti della comunicazione online dall’occidente, esemplificata dalla chiusura nei confronti di Google e dal rigido sistema di censura sugli scambi online noto come “Great Firewall”.
Ma è anche vero che la protezione dei diritti di proprietà intellettuale non deve andare contro la diffusione della nuova conoscenza. E la guerra tecnologica innescata dagli Stati Uniti contro la Cina rischia di avere proprio questo esito, che alla lunga è negativo per tutti. Molto meglio sarebbe, e per tutti, se ci si avviasse verso la collaborazione scientifica e tecnologica basata su regole di trasparenza reciproca.
L’Europa appare incerta di fronte alla nuova sfida tecnologica tra Cina e USA. Nel recente passato, pur tra tensioni, tra UE e Cina è prevalsa una logica di collaborazione anche nel delicato campo delle tecnologie digitali. Prendiamo il caso delle reti mobili 5G. Sul sito della Commissione Europea dedicato al Digital Single Market in data 8 marzo 2019 si ricorda l’accordo del 2015 con impegno a reciprocità e apertura sulle reti 5G; accordo da sviluppare con la collaborazione tra “5G Infrastructure Public Private Partnership” (iniziativa congiunta di Commissione Europea e operatori europei nelle telecomunicazioni) e IMT-2020 5G Promotion Group (tra MIIT, MOST, NDRC).
Prevale invece oggi una logica di rivalità dettata dal timore che i grandi passi avanti compiuti dalla Cina nel campo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale finiscano per danneggiare i paesi dell’Unione Europea.
Richiami a questioni di sicurezza nell’utilizzo dei prodotti cinesi della rivoluzione digitale sono importanti, ma la preoccupazione principale dovrebbe essere puntare a una competizione tra capaci (alla lunga vincente per tutti) garantita da una appropriata regolazione sovranazionale.

Cina e Covid-19.
Il riconoscimento che la Cina ha affrontato con successo la lotta contro il Covid-19, testimoniato da un rapporto steso da un gruppo di studiosi della World Health Organization che ha visitato la Cina alla fine di febbraio 2020, è un ulteriore segnale dei progressi di questo paese nell’intelligenza artificiale.
Dove la Cina ha avuto più successo è stato nello sviluppo di tecnologie automatizzate “contactless”, non solo per effettuare consegne e spargere disinfettanti, ma per misurare le temperature ed effettuare diagnosi a distanza, mobilizzato il sofisticato sistema di riconoscimento facciale e di sorveglianza a distanza per tenere d’occhio gli individui infetti e rafforzare le quarantene, contenendo così la diffusione del virus.
I telefoni cellulari dei cinesi sono stati dotati di app in grado di tracciare la diffusione del virus. Nella app Alipay Health Code emessa da Ant Financial, associata al sistema di pagamenti on line Alipay di Alibaba, il codice rosso del codice Quick Response (QR) indica che la persona dovrebbe stare in quarantena per 14 giorni, il codice giallo indica la necessità di una quarantena di una settimana, il codice verde, il codice verde indica la possibilità di passare liberamente attraverso un controllo. Il codice deve essere presentato a tutti i punti di controllo. La app è stata sperimentata a Hangzhou come Hangzhou Health Code e poi è stata diffusa in oltre duecento città.
La app emessa dalla piattaforma di comunicazione on line WeChat di Tencent rivela se la persona si trova in contatto con un portatore di virus; l’informazione viene trasmessa alle autorità sanitarie che invitano la persone a rischio ad andare a casa, restarvi e informare le autorità sanitarie locali.
Una app è stata anche sviluppata dall’impresa di stato China Electronics Technology Group Corporation, per fornire ai pubblici ufficiali dati ricavati dalla Commissione Nazionale per la Sanità, dal ministero dei Trasporti, dall’azienda per le ferrovie e da quella per l’aviazione civile, informazioni sui viaggi, lo stato di salute e i contatti dei cittadini con persone infette.
L’utilizzo degli strumenti di sorveglianza dei cittadini attraverso le applicazioni delle tecnologie digitali nella lotta contro il Covid-19 è stato largamente accettato e ha consistentemente ridotto le critiche per l’eccessiva intromissione del governo nella vita privata delle persone, che hanno visto un esempio il potere positivo dei dati quando vengono usati per il bene della collettività.
Anche nella fase di riapertura successiva alla caduta dei casi di Covid-19 la Cina ha applicato diffusamente le tecniche digitali e dell’intelligenza artificiale. La separazione tra i lavoratori è tra le condizioni che hanno permesso il ritorno delle fabbriche al lavoro, anche se a spese di un certo rallentamento nel processo produttivo. In molte fabbriche i rischi per la salute dei lavoratori sono fortemente ridotti da test e raggi X.
Dove è possibile è stato favorita l’operatività remota, come ad esempio nella produzione di microchips, essenziali per l’industria elettronica, dove le techniche di “machine learning” rendono possibile esaminare via Internet da distante ogni singolo pezzo ad ogni stadio della fase di assemblaggio, accelerando così del resto un processo secondo il quale, quando le componenti di un prodotto diventano molto piccole, si arriva ad un punto dove le mani dell’uomo cessano di essere utili per l’assemblaggio.
Forse il successo della Cina nella lotta contro il Covid-19 potrebbe insegnare che piuttosto che contrastare i progressi che quel paese sta facendo nel campo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sarebbe meglio sviluppare con la Cina una collaborazione che, tra l’altro, potrebbe aiutare gli altri paesi ad utilizzare i risultati di quei progressi nella loro inevitabile lotta contro la diffusione del virus.

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