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John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta e altri scritti, a cura di G. La Malfa, pp. CCIV+1111, Mondadori, Milano, 2019.

di - 25 Ottobre 2019
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Prima del Keynes/1936, eretici a parte, prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse, seppure – come Keynes aveva scritto – fra “scricchiolii, gemiti e sussulti”[1]. I prezzi avrebbero garantito l’utilizzo delle risorse, segnatamente del lavoro. I governi potevano, dovevano, astenersi dall’intervenire persino di fronte a una disoccupazione come quella degli Stati Uniti dopo il 1929: 25% nel 1933, 17% ancora nel 1939 dopo il pasticciato New Deal, e toccò alle guerre, europea e mondiale, di dar lavoro.
Una vera teoria dell’inazione…I governi potevano astenersi, perché il mercato avrebbe provveduto. Dovevano astenersi, perché avrebbero turbato il mercato. Nelle parole di von Hayek: ”L’unico modo di mobilitare tutte le risorse disponibili è di non ricorrere a stimoli artificiali (…). Non possiamo far nulla per fuoruscire da una crisi, una volta che sia insorta, prima che essa si risolva naturalmente (…) attraverso il lento riadeguarsi della struttura della produzione”[2].
In particolare, tre prezzi risolleverebbero l’economia, se depressa: il prezzo del danaro; il prezzo del lavoro; il prezzo delle esportazioni. Diminuendo, i tre prezzi spingerebbero al rialzo, rispettivamente, la domanda di beni d’investimento, la domanda di lavoro, la domanda estera netta di prodotti nazionali.
Keynes dubitava della flessibilità dei tre prezzi. Soprattutto, dimostrò sul piano teorico che la discesa dei tre prezzi non assicura il rilancio della domanda effettiva.
Quando prevale il pessimismo sulle prospettive di profitto persino un tasso dell’interesse prossimo allo zero non giustifica l’investire per produrre merci che resteranno invendute. La politica monetaria può tirare la corda per stroncare   l’inflazione. Non può spingerla contro la recessione. E’ il caso dell’Europa oggi.
Alla moderazione dei salari nominali segue il contenimento dei prezzi di vendita, e il rischio della deflazione scoraggia le imprese dal chiedere lavoro. E’ il caso dell’Europa oggi.
Le svalutazioni competitive del cambio, se eccitano le esportazioni nell’immediato, si scontrano con le ritorsioni dei paesi concorrenti. E’ il caso dell’Europa oggi.
L’equilibrio di sottoccupazione può allora prevenirsi e risolversi, secondo Keynes, solo se alla domanda privata, carente, si unisce la domanda espressa dal pubblico bilancio.
E’ tuttavia falsa l’immagine, diffusa da chi non l’ha letto o non l’ha capito, del Keynes fautore di uno Stato che, in disavanzo di bilancio, s’indebita per effettuare spesa pubblica qualsivoglia o per ridurre le imposte[3]. Il bilancio dev’essere, per Keynes, idealmente in pareggio. I disavanzi gonfiano il debito. Il debito mina la stabilità finanziaria. Occorre agire sulla composizione del bilancio: più investimenti, meno uscite correnti. Lo Stato non deve “scavare buche”, ma dotare di utili e produttive infrastrutture la società e l’economia. Questa politica – scrive Keynes – “non ha assolutamente nulla a che vedere col finanziamento in deficit, un’ultima risorsa a cui ricorrere solo se il volume degli investimenti programmati non riesce a ricondurre all’equilibrio”. Generando reddito e gettito fiscale attraverso la domanda e la produttività la spesa per gli investimenti in ampia parte si autofinanzia. Quindi – sottolinea Keynes – essa “non comporta le crescenti difficoltà che un deficit di bilancio volto ad aumentare il consumo potrebbe causare, o sarebbe accusato di causare” [4] nei mercati finanziari con il loro spread.
Secondo l’econometria comparata della Banca d’Italia il moltiplicatore degli investimenti pubblici può raggiungere e superare 1,5[5]. Il moltiplicatore delle uscite correnti e della detassazione è inferiore della metà.
Keynes considerava il capitalismo moralmente “disgustoso”, perché ingiusto e fondato sui peggiori istinti umani[6]. Lo accettava in quanto capace, se opportunamente governato, di superare la scarsità materiale a beneficio dei “nostri nipoti”[7]. Per governare il capitalismo “non v’è alcuna necessità di un sistema di socialismo di Stato, ma di una socializzazione degli investimenti piuttosto estesa” [8].
In Europa i vincoli di Maastricht hanno assurdamente equiparato le uscite in conto capitale alle uscite correnti. L’equilibrio di bilancio è stato perseguito anche tagliando gli investimenti. Mentre negli Stati Uniti il Tesoro di Tim Geithner ha sospinto la ripresa post-2008 fiancheggiato dalla Fed, la BCE ha mancato di esigere dai paesi europei in surplus investimenti pubblici. Dopo le incertezze del 2012-2014 – quando lasciò che la base monetaria addirittura diminuisse – la BCE si è abbandonata a uno sterile quantitative easing e alla svalutazione competitiva dell’euro. L’uno e l’altra sono surrogati imperfetti della politica di bilancio espansiva che la Germania si ostina a rifiutare, pur essendo anch’essa a crescita zero quest’anno. La Germania può avvalersi dell’argomento, ingenuamente offerto dalla BCE, che sia sufficiente la politica monetaria espansiva, dalla Merkel astutamente consentita alla BCE al limite dello statuto. La BCE ha abboccato.
Quindi nell’Euroarea la crescita del Pil è stata mediocre (1,4% l’anno), quella per consumi e accumulazione di capitale ancor più deludente (1,2% l’anno), la disoccupazione elevata (10%). Drammatico è il ristagno dell’Italia, nella cui classe politica allignano menti sprovvedute, che vagheggiano di mini-monete e insidiano l’autonomia e il patrimonio di Via Nazionale. Gli investimenti pubblici sono crollati da 54 miliardi nel 2009 a 37 nel 2018. Nel Pil pro capite calcolato alla parità dei poteri d’acquisto l’Italia nel 2018 è stata superata persino dalla Spagna e resta al disotto del 30% rispetto alla Germania, del 20% rispetto a Francia e Regno Unito.
In un siffatto contesto la riproposta del “vero” Keynes nell’elegante edizione Mondadori dei suoi scritti egregiamente curata da Giorgio La Malfa assume significato politico, oltre che letterario essendo Keynes scrittore degno dei  Meridiani. L’introduzione di La Malfa valorizza la rilevanza di economia politica e di politica economica di Keynes di fronte all’ortodossia odierna. L’invito è a leggere le sue parole, non le vulgate del suo pensiero. Alle interpretazioni in chiave di sintesi neoclassica i keynesiani veri hanno replicato, purtroppo spesso inascoltati. Ha ragione il keynesiano di Cambridge Luigi Pasinetti quando afferma che in questo senso quella di Keynes è una “ Revolution in Economics to be Accomplished”[9].
La guida dell’economia europea si è ispirata a idee – l’ordoliberalismo unito in Germania a un osceno neo mercantilismo – che collidono con quelle di Keynes. Le ultime elezioni hanno confermato che se non cambia indirizzo l’Europa unita fallisce. Crescita lenta, disoccupazione, iniquità distributiva, unite a immigrazione incontrollata e insicurezze dei piccolo borghesi, costituiscono una miscela esplosiva, reazionaria, parafascista.
Hayek e Keynes erano accomunati dal rifiuto del debito pubblico. Ma l’Europa deve passare da un rigore alla Hayek – equilibrio di bilancio e basta – al rigore alla Keynes: equilibrio di bilancio, ma con investimenti pubblici che sostengano la domanda, favoriscano la produttività, tutelino la vita stessa dei cittadini.

Note

1.  J. M. Keynes, Poverty in Plenty: Is the Economic System Self-Adjusting?, inThe Listener”, November 1934 (p. 571 dell’edizione italiana).

2.  F. A. Hayek, Prices and Production, 2nd. Ed., Routledge and Kegan Paul, London, 1935, pp. 98-99.

3.  T. Cozzi, Keynes su disoccupazione, inflazione e spesa pubblica, in AA. VV., Keynes, in “Piemonte vivo ricerche”, Torino, 1983; J. Kregel, Finanziamento in disavanzo, politica economica e preferenza per la liquidità, in F. Vicarelli (a cura di), Attualità di Keynes, Laterza, Roma-Bari, 1983; P. Ciocca, Stabilising Capitalism. A Greater Role for Central Banks, Palgrave Macmillan, London, 2016.

4.  Activities 1940-1946. Shaping the Post-War World: Employment and Commodities, in The Collected Writings of J. M. Keynes, XXVII, Macmillan, London, 1980, pp. 319-320 e 352.

5.  Banca d’Italia, Relazione Annuale, Roma, 31 maggio 2019, Cap. 16. “Gli investimenti pubblici”, pgg. 213-222.

6.  A.M. Carabelli-M. A. Cedrini, Great Expectations and Final Delusion. Keynes and the Ultimate Values of Capitalism, dattiloscritto, 2018.

7.  J. M. Keynes, Economic Possibilities of Our Grandchildren, (1930), in Essays in Persuasion, Rupert Hart-Davis, London, 1952.

8.  J. M. Keynes, The General Theory of Employment Interest and Money, Macmillan, London, 1936, p. 378 (p. 432 dell’edizione italiana).

9.  L. Pasinetti, Keynes and the Cambridge Keynesians, Cambridge University Press, Cambridge, 2007.


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