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La Banca d’Italia sugli investimenti pubblici

di - 28 Giugno 2019
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Nella Relazione del maggio scorso la Banca d’Italia ha chiarito i termini econometrici la grande rilevanza potenziale degli investimenti pubblici. Lo ha fatto, dedicandovi un intero capitolo del documento (il 16mo), con il rigore scientifico che dagli anni Trenta del Novecento qualifica il suo Servizio Studi come il centro d’analisi economica più competente e obbiettivo del Paese.

Ne emerge quanto segue:

  1. Dal 2008 al 2018 gli investimenti fissi lordi delle Amministrazioni pubbliche “sono fortemente diminuiti (-3,6 per cento in media all’anno), ben più che nel complesso dell’area dell’euro (-0,4 per cento). In rapporto al Pil sono passati da circa 3 a circa 2 punti percentuali” (p. 217). Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che nel complesso delle economie avanzate il medesimo rapporto, sebbene anch’esso sceso, si situi sul 3 per cento.
  2. Pur essendo imperfetta la corrispondenza fra investimenti (che fra l’altro includono armamenti, macchinari, brevetti) e infrastrutture civili, secondo il Fondo Monetario ne sono derivati “un tendenziale rallentamento della accumulazione di infrastrutture del Paese” (p. 217) e, dal 2013, una sua flessione in rapporto al Pil (Fig.16.2, p. 218). “Nel complesso, (…) il divario infrastrutturale dell’Italia rispetto agli altri paesi europei in termini di misure fisiche appare superiore a quello suggerito dagli indicatori basati sulla spesa: ciò segnala una minore efficienza nella realizzazione delle opere, generalmente più accentuata nel Mezzogiorno” (pp. 219-220).
  3. La dotazione di infrastrutture è nel Mezzogiorno notevolmente inferiore a quella del Centro-Nord. Ciò è particolarmente evidente nella rete autostradale, nei collegamenti ferroviari, nei nodi d’accesso alle reti di trasporto (caselli autostradali, stazioni ferroviarie, porti, aeroporti), cosicché gli indici di accessibilità dei capoluoghi di provincia sono molto più bassi al Sud che nel resto del Paese (p. 219).
  4. “La spesa per investimenti pubblici esercita sulla domanda aggregata un impatto diretto, generalmente più forte di quello associato ad altre voci del bilancio pubblico, quali ad esempio i trasferimenti correnti (…); inoltre espande la capacità produttiva potenziale del sistema economico” (p. 213). In altre parole, il progresso dell’economia ne trae beneficio per entrambe le vie: la domanda e la produttività.
  5. Sotto determinate condizioni favorevoli, l’effetto moltiplicativo di medio termine degli investimenti pubblici sull’attività economica è stimato con vari metodi e da diverse istituzioni (FMI, OCSE, Commissione Europea, Banca Centrale Europea e, ovviamente, Banca d’Italia) fino a essere compreso tra 1 e 1,8 (Tavola, p. 216). Un valor medio può situarsi su 1,5. Secondo Banca d’Italia (e SVIMEZ) “gli investimenti pubblici avrebbero effetti marcatamente espansivi nel Mezzogiorno, favorendo anche l’attività economica nel Centro Nord” (pp. 216-217). Seppure effettuati in disavanzo, gli investimenti pubblici, accrescendo il prodotto, abbattono il debito pubblico in rapporto al Pil (Tav. 16.1, p. 214): come dimostrò Keynes, in ampia misura si autofinanziano. Il loro effetto espansivo permane anche nel caso in cui vi corrisponda una riduzione di spese correnti e/o un maggiore gettito fiscale, il cui “moltiplicatore” è nettamente inferiore a quello degli investimenti.
  6. Oltre alle scelte politiche sui modi d’impiego delle risorse pubbliche, che ne hanno tagliato l’importo totale, gli investimenti delle PA incontrano seri limiti tecnici e amministrativi nei tempi, nei modi, financo nel completamento della loro realizzazione. La legge “Madia” del 21015, il Codice dei contratti pubblici del 2016, le stesse misure prese nel 2019 non appaiono bastevoli al superamento di tali limiti.

* * *

La conclusione che chi scrive trae da quanto sopra è amarissima. Lo strumento di bilancio fondamentale per il ritorno alla crescita dell’economia italiana e per lo sviluppo del Mezzogiorno è stato amputato da chi ha governato e amministrato il Paese nell’ultimo decennio. Rischia di restare indisponibile.


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