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Levino Petrosemolo, Pierluigi Ciocca, Francesco Karrer, Filippo Satta, Discorso a quattro sugli investimenti pubblici

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KARRER
Queste leggi hanno alcuni difetti fondamentali: il primo è quello di volere per legge prevenire la corruzione. Sono intrise di norme sostanzialmente da codice penale più che da disciplina del «public procurement». Ed ora è arrivato anche il DASPO per le imprese; il secondo difetto è la onnicomprensività. In esse si riassumono norme procedurali, norme tecniche sulle costruzioni, norme sulla qualità ambientale dei prodotti. Nonché norme sulla programmazione e la progettazione! Senza ricordare che le direttive comunitarie che il Codice dei contratti recepisce, sono ben tre. Averle recepite in un solo Dlgs (50/2016  e s.m.i.) non significa aver semplificato.
Finché non si comprende che occorre separare le materie, non solo non si ottiene la auspicata semplificazione, ma si «imbalsama» totalmente il sistema impedendo sia l’innovazione di processo che soprattutto quella di prodotto. Il problema non è solo italiano. Ne ho scritto in occasione del tentativo sollecitato dagli architetti francesi di superare la «tirannia» della norma, nell’articolo pubblicato su “il giornale dell’Architettura”, del 9-12 marzo 2018: “Permesso di costruire vs «permesso di innovare»”.
Il collegamento troppo stretto tra norme procedurali, tecniche, ambientali, ecc., rende difficile lo stesso sviluppo della normazione tecnica, in quanto riduce lo spazio della sperimentazione – innovazione.
Ma il nostro difetto fondamentale è quello di dare una funzione quasi salvifica alla norma ed al suo rispetto. Un tempo – è noto – non si qualificava un’opera in quanto rispettosa della norma. Ma in quanto realizzata a “regola d’arte”.
Conosco bene l’importanza della normazione: il mio punto di critica non è sulla normazione. Che probabilmente rispetto a quella di altri paesi è anche molto essenziale, minima, ma sulla commistione tra norme. Ciò è voluto da tutti gli attori, ad iniziare dai progettisti per arrivare ai funzionari preposti all’approvazione dei progetti, ai validatori/verificatori, ai costruttori. Oltre il rispetto della norma occorre un patto esplicito tra progettista, costruttore, proprietario dell’opera ed assicuratore.
Al centro del patto c’è la questione della “vita nominale” d’una costruzione e le modalità per prolungarla.
Lo so, è un concetto complicato ed ostico soprattutto per un paese come l’Italia, che si vanta di avere costruzioni ultra millenarie; spesso ancora in uso e spesso non solo in quanto monumenti.  Anche per il ricostruendo «ponte Morandi» a Genova si è invocata la durata di mille anni! Probabilmente non si ha la consapevolezza di cosa significherebbe una vita nominale di tale durata per quanto riguarda dimensionamento della struttura, qualità dei materiali e quindi costi.
Dimensionamento delle strutture, qualità, anche estetica ed ecologica, ciclo di vita, modalità d’uso, ecc., dipendono da quale durata della vita si vuole che un’opera abbia.
Vitruvio riassumeva il tutto nella “venustas”, nella “utilitas” e nella “firmitas”.
Senza quel patto, la norma è un rifugio, una sorta di parafulmine che, peraltro, di fronte all’eventuale giudice penale poco ripara.
Un’altra questione strettamente connessa è quella del territorio, cioè della pianificazione del suo assetto ed uso.
La pianificazione territoriale e l’urbanistica sono oramai delle “cenerentole” nel processo decisionale.
Con il venir meno, fisiologico e voluto, della espansione urbana sembra che non ci sia   più necessità di pianificare e programmare.
Con la “vincolistica” che riguarda il territorio – difesa del suolo, paesaggio, ecc. – sovraordinata e peraltro inefficace, sembra venuta meno anche l’esigenza di pianificare e programmare l’assetto del territorio.
E’ così che scopriamo – purtroppo quando accade un evento calamitoso – che non c’è connessione della rete ferroviaria o stradale, che le reti primarie sono sovraccariche di traffico, ecc.
Ed è per questo che si è costruita la retorica della grande opera sia da parte di chi la propone che da parte di chi la contesta.
Senza un esplicito disegno dell’assetto voluto del territorio è aleatoria ogni valutazione dell’efficacia dall’investimento e quindi la scelta della priorità.
Solo in base ad un disegno esplicito e condiviso dell’assetto futuro del territorio si potranno fare scelte non giustificabili nella stretta  logica dell’ABC e di ogni altra tecnica di aiuto alla decisione, in specie di quelle, appunto come l’ABC, di tipo unicriterio. E sì che oggi si vorrebbe un risultato certo della sua applicazione anche con i cantieri aperti e non solo sui progetti di opere: il caso è quello della TAV in Valsusa.

PETROSEMOLO
vuoi dire con questo che ci deve essere un superamento della dicotomia tra norme sugli appalti e norme sull’urbanistica?

KARRER
In passato non c’era dicotomia. Né nella logica né nel linguaggio. Il ciclo del progetto dell’opera pubblica – dal preliminare, all’esecutivo -, era lo stesso di quello della pianificazione, via via sempre più dettagliata (esecutiva).
In Francia, per molto tempo, il piano urbanistico generale nella pratica era definito «plan masse».
Solo di recente si è determinata nel diritto, e prima nella pratica, la scissione tra le due discipline: è il caso del conflitto tra opera pubblica e piano e degli accorgimenti per superarlo.
Da quando? Da quando sono state spezzettate le competenze e con esse le responsabilità.
Mi piacerebbe dire che ciò è successo perché la città non è stata più considerata nel suo insieme “opere pubblica” e ben poca fiducia ripongo nel tentativo culturalista odierno di (ri)considerarla tra i cosiddetti “beni comuni”.

PETROSEMOLO
Franco, io sostengo che uno dei nodi da sciogliere per la ripresa degli investimenti in Italia, ma anche per affrontare tutti i temi del territorio sia costituito dalla difficoltà di tirare fuori “buoni progetti”. Mi riferisco in particolare ai progetti in fase di rischio, cioe’ quelli che dovrebbero essere redatti quando ancora non c’è la certezza che poi vengano realizzati. Per esempio le fattibilità, i concept, i preliminari, ecc. Come sappiamo, questi elaborati, se fatti veramente bene, e non per rispondere ad un obbligo di norma, sono molto costosi. Anni fa la CDP aveva lavorato attorno ad un’idea di un “Fondo rotativo per la progettualità” poi fallito non appena messo in pratica.
Intanto, sei d’accordo su questa tesi? (ricordiamoci del misero fallimento dei Project Bond: non ci sono stati i Bond perché non ci sono stati a monte i Project)
Poi, secondo te, c’è un sistema per superare questo nodo?
Una volta era lo Stato stesso, attraverso le sue organizzazioni parastatali tipo IRI e derivati, CASMEZ ecc., che si accollava l’onere di fare grandi e piccoli studi di fattibilità e sviluppo, e le opere bene o male, con tutti i corollari di corruzione, inefficienza ecc, si facevano. Oggi?

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