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Levino Petrosemolo, Pierluigi Ciocca, Francesco Karrer, Filippo Satta, Discorso a quattro sugli investimenti pubblici

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Però sono convinto che anche questo non sia del tutto vero. Certo, un’opera infrastrutturale prima di entrare a regime necessita di essere approvata, progettata e realizzata, e possono passare anni perché cominci ad avere ricadute benefiche sul territorio. Però è anche vero che già in fase di concepimento e di realizzazione si mettono in moto risorse ingenti sia umane che finanziarie, dal punto di vista diretto come da quello indotto. La storia del nostro Paese ce lo ha sempre dimostrato. E poi, last but not least, c’è un tema che rischia veramente di produrre conseguenze disastrose e a cui occorre mettere mano e risorse con estrema urgenza: il dissesto idrogeologico del Paese. A differenza del rischio sismico infatti, dove l’aleatorietà del punto in cui l’evento colpirà e quando è ancora elevata allo stato delle conoscenze scientifiche, il dissesto idrogeologico è non solo perfettamente monitorabile, prevenibile e “mappato”, ma, soprattutto, è spessissimo causato dalla mano dell’uomo, sia sotto forma di incuria sia sotto forma di opere sbagliate.

PETROSEMOLO
Franco, a tale proposito Piero ci ha illustrato in un modo che non poteva essere più chiaro in che modo gli investimenti pubblici potrebbero fare decollare l’economia di questo Paese e dove potrebbero essere trovati i soldi, ma poi bisogna impegnarli e spenderli.

KARRER
Prima di rispondere compiutamente, voglio fare qualche considerazione su quanto è emerso fin qui.
Condivido la tesi di Piero, anche se so che tra gli economisti il giudizio sugli effetti degli investimenti pubblici non è unanime. Il fatto che la politica economica degli ultimi governi non abbia privilegiato gli investimenti pubblici, in generale e nello specifico comparto delle infrastrutture, lo conferma. Oltre la questione della disponibilità di risorse, si è trattato di una scelta di politica economica ben precisa.
Ne ho trovato conferma nell’articolo di Alessio Terzi su «il foglio» di giovedì 23 agosto dal titolo “Ecco perché gli investimenti pubblici sono una fissa italiana ma non sono una panacea”.
Sia Piero che Terzi – e questo è l’aspetto che dal mio punto di vista è centrale – concordano sulla necessità che in ogni caso solo investimenti pubblici “buoni” hanno effetti positivi, non solo per quello che riguarda la soddisfazione della “domanda pubblica”, ma anche sul piano macroeconomico.
Quando un investimento pubblico si può definire “buono”? Questo è il problema.
L’esperienza mi porta a dire che due sono i requisiti. La rispondenza alla domanda pubblica e la qualità del ciclo programmazione-progettazione-costruzione- collaudazione – gestione, esercizio delle opere.
Quindi, alla base c’è la qualità della domanda pubblica: come si forma, come si decide, come si finanzia.
Più della quantità delle risorse, contano infatti le modalità di erogazione: certezza, regolarità negli avanzamenti dei lavori, ecc.
Una stazione appaltante – è ovvio – negozia meglio se dispone di risorse adeguate soprattutto nella fase iniziale del processo di realizzazione. La sua capacità contrattuale è maggiore in quanto è più affidabile.
Nell’aggiudicazione di un appalto l’affidabilità della committenza è, di fatto, divenuta quasi più importante di quella degli offerenti.
Ovviamente non mi riferisco solo all’oggetto della qualificazione delle stazioni appaltanti tanto esaltata – e tanto irrealizzata – dal Codice dei Contratti.
Mi riferisco alla sua affidabilità economico-finanziaria!
Il problema non riguarda solo chi opera con finanza derivata.
Anche chi dispone di finanza propria deve dimostrare affidabilità, cioè, la capacità di mantenere li impegni nel tempo.
Ad iniziare dalla “continuità amministrativa” che non sembra più essere considerata una virtù della pubblica amministrazione!
Nella formazione della domanda pubblica – l’ABC ed altre tecniche di aiuto alla decisione uni e multicriteri che siano, si devono considerare anche obiettivi di lungo periodo, cioè il futuro che si vuole, e non solo la «domanda pregressa» e la criticità. E neanche il solo rendimento degli investimenti. Se così si rischia di investire solo nelle parti ricche del paese. In larga parte è quello che abbiamo fatto negli ultimi anni.
Vengo alla questione della capacità di spesa.
Questione che se il processo di programmazione-realizzazione fosse fisiologico, non dovrebbe porsi.
Purtroppo, in specie nel caso della finanza derivata, e malgrado tutta l’enfasi posta alla programmazione, con la oramai ridondante, famiglia di strumenti – DUP, DPP, Programma biennale dei servizi e triennale dei lavori, ecc.- la coerenza tra disponibilità delle risorse e dimensione reale dell’appalto, si realizza molto raramente.
Spesso è necessario «rimodulare» il progetto. Oppure ricorrere a sotterfugi, quale, ad esempio, il “plasmare” i prezzi di lavorazioni e materiali. Giocando sullo scarso aggiornamento degli elenchi prezzi o nella loro fisiologica incertezza.
Ciò può comportare la mancanza di progetti o, al contrario, il loro “invecchiamento” (sia riguardo alla domanda che coprono che alla loro dimensione tecnica), da qui la inattuazione dei progetti.
Nella capacità di spesa rientra anche la efficienza degli apparati tecnici delle stazioni appaltanti. Ma anche la capacità di assumersi la responsabilità di governare il processo.
Penso a quali effetti potrà avere sulla ulteriore “fuga dalla firma” il crollo del «ponte Morandi» a Genova!
Come ridurre la paura e la responsabilità di chi ha l’onere di approvare piani, programmi e soprattutto progetti?
Il problema è noto, le soluzioni efficaci lontane. Anzi, sempre più lontane, per via in buona parte delle leggi sui contratti pubblici, ad iniziare dalla prima «legge Merloni».
Sul “Corriere della Sera” di venerdì 14 settembre 2018, Luciano Violante ha ricordato questa realtà anche in rapporto alla problematica del partenariato pubblico – privato.

PETROSEMOLO
ma, insomma, cosa è successo dal 1994 in poi?
Fino a quel momento c’era un Codice generale degli appalti pubblici che bene o male funzionava e in 150 anni di vita aveva visto solo 3 modifiche sostanziali, tra cui l’introduzione dei Provveditorati. E lo stesso dicasi per il Regolamento Attuativo che vide la luce 10 anni dopo il primo Codice ottocentesco.
Poi nel giro di 24 anni ci sono state perlomeno 12 modifiche di base alla Merloni  1, senza parlare della miriade di piccoli aggiustamenti, e non abbiamo finito, anzi, la nuova bozza di contratto sulle concessioni (perno della diatriba susseguente ai tragici fatti di Genova), presentata il 18 luglio dalla Ragioneria Generale dello Stato dopo un faticoso lavoro di tre anni del Gruppo interistituzionale di lavoro, rischia di essere già obsoleta a causa delle ormai certe modifiche al Codice 50/16.

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