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Crisi della politica e processo economico. Il caso Italia

di - 3 aprile 2018
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Sommario: 1. Progettazione politica e realtà economica…- 2. Segue:… il decadimento della politica nell’UE. – 3. La specificità del «caso Italia».

1. Un clima di ‘mancanza di verità’ ha contraddistinto la recente campagna elettorale italiana, fatta di promesse che, a tacer d’altro, sono state formulate senza un’adeguata conoscenza della realtà economica destinataria dei cambiamenti che – da più parti ed in modalità diverse – venivano preannunciati in una logica di captanda benevolentia, poi rivelatasi vincente.
La proposizione di programmi politici diversi – che tradizionalmente connota il gioco delle parti nel confronto che alimenta la competizione tra differenti posizioni ideologiche – si è trasformata in una «gara al rialzo», come è stato sottolineato dalla stampa specializzata. Sono stati evocati, infatti, programmi di sviluppo economico, fondati sull’introduzione di rimedi che dovrebbero garantire il superamento di alcuni endemici mali del nostro Paese, dalla disoccupazione (in ispecie quella giovanile) alle profonde disuguaglianze che, soprattutto nei tempi recenti, determinano disagio sociale ed inaccettabili condizioni di vita per larghi strati della popolazione ai margini della povertà.
Va da sé che dette promesse hanno acquisito un generale, facile consenso da parte di un elettorato che ha scambiato il wishful thinking enunciato in vista delle elezioni con una realistica prospettiva di concrete realizzazioni. Peraltro, politica ed economia una volta conclusa la fase elettorale devono – com’è noto – incontrarsi in una logica di compromesso, necessario al fine di ipotizzare forme di governabilità; si delinea, per tal via, una prospettiva di conciliazione tra opposti interessi, da considerare indispensabile in un contesto istituzionale nel quale appare oltremodo faticoso pervenire ad un’unitarietà d’indirizzo democratico. Si identificano, altresì, gli estremi di un rapporto nel quale il fideismo sotteso alla prima è destinato ad un inevitabile ridimensionamento, a fronte della carente possibilità di conseguire positivi riscontri a livello della seconda. Ancora una volta, il successo della politica rivela una inevitabile dipendenza dalla capacità di realizzare, sul piano delle concretezze, un sapiente intreccio tra «ricchezza, organizzazione e lavoro»; obiettivo cui essa è orientata per offrire un’efficace soluzione alle istanze provenienti dalla compagine sociale e dalle forze del mercato.
Per vero, gli accadimenti recenti – legati agli esiti di una legge elettorale che impedisce una pronta e chiara individuazione dei ‘vincitori’ e dei ‘vinti’ – mostrano  incertezze e difficoltà nella gestione della politica e, in particolare, nella definizione dei disegni programmatici prospettati dalle opposte parti politiche nel corso della campagna elettorale; si avvalora il convincimento che, al presente, i relativi processi versino in una fase critica, in quanto emerge a tutto tondo la possibilità che gli impegni assunti restino ineseguiti o, comunque, subiscano mutilazioni destinate a snaturarne l’originaria formulazione.
La promessa di cambiamento – che ha interagito in modo significativo sulle scelte degli italiani – potrebbe, inoltre, infrangersi sul muro dell’incomprensione e della mancata disponibilità ad un «compromesso sociale» in grado di soddisfare le aspettative di quanti, in buona fede, hanno creduto in trasformazioni idonee a correggere le distorsioni causate da un progressivo decadimento della politica. Si avverte un generalizzato senso di incapacità di quest’ultima a superare il limite di un formalismo che ne ha causato il distacco dal Paese reale; si intravedono i prodromi del suo tramonto, che sostituisce il «vuoto» ed una irrazionale «inconsistenza» alla sua tradizione adesione alla verità assoluta.
I recenti risultati elettorali hanno segnato un importante avanzamento di un soggetto politico di tipo nuovo, il Movimento Cinque Stelle, il quale si propone di sostituire alcuni consolidati congegni della democrazia rappresentativa, incluso il principio del divieto di mandato imperativo, con pratiche di partecipazione “dal basso”, fondate fra l’altro sul controllo degli eletti attraverso gli strumenti offerti dalla rete. Peraltro, gli incerti equilibri parlamentari scaturiti dal voto del 4 marzo – con la conseguente difficoltà nella formazione di una maggioranza di governo – pongono tale soggetto dinanzi ad un difficile dilemma: accettare il ricorso al metodo della sintesi mediatrice – fulcro del parlamentarismo rappresentativo – oppure escludere qualsiasi forma di collaborazione organica e paritaria con i partiti tradizionali, e in particolare con quelli più sensibili alla tenuta degli equilibri di finanza pubblica e al rispetto dei vincoli europei.
Nel primo caso, il riconoscimento del rango di interlocutore con le altre forze politiche potrebbe innescare un graduale processo di omologazione del Movimento Cinque Stelle rispetto ai partiti; nella seconda ipotesi, tale soggetto politico finirebbe per rinunciare in partenza alla possibilità di realizzare il proprio progetto di trasformazione della società italiana, lasciando deluse soprattutto le aspettative dell’elettorato del centro-sud. Il recente (e condivisibile) richiamo alla centralità del Parlamento nel discorso di insediamento del neo Presidente della Camera dei deputati – il quale al pari degli altri esponenti del Movimento Cinque Stelle aveva sempre espresso la propria fiducia verso forme di democrazia diretta alternative ai tradizionali canali rappresentativi – sembrerebbe confermare questa contraddizione di fondo.

2. Il fenomeno del decadimento della politica, sia pure in modalità diverse, interessa ampia parte degli Stati dell’area occidentale. In letteratura esso viene, per solito, ricondotto alle tensioni determinate dalla globalizzazione e, più in generale, alla incapacità di governare eventi ed istanze che a quest’ultima fanno capo[1]. In altri termini, a fronte dei mutamenti riscontrabili in ambito economico, la relazione tra politica e tecnica avrebbe visto un progressivo indebolimento della prima a vantaggio della seconda, cui sarebbe stata ceduta, sul piano delle concretezze, la gestione della società. Ciò avrebbe determinato forme di prevaricazione da parte delle forze del mercato, le quali – nell’emarginare l’azione politica – avrebbero svolto un ruolo primario nell’assumere decisioni volte a favorire l’utilizzo delle proprie potenzialità, ovviamente a danno di coloro che non hanno possibilità di accedere ai meccanismi da esse praticati.
Si è in presenza di tesi che – per quanto fondate su elementi di veridicità – hanno riguardo ad una concezione della politica non rispondente alla configurazione, ad essa tradizionalmente ascritta, di cornice nella quale trova collocazione l’attività che lo Stato svolge per il governo dei suoi cittadini.[2]
Al riguardo, va tenuto presente che storicamente, nella riflessione giuridico filosofica, la politica è stata ricondotta all’ente cui fa capo la manifestazione massima del potere, individuandosene l’essenza nell’assolutezza della sovranità.[3] Da qui il riconoscimento alla stessa di una latitudine che non ha confini se non quelli che essa si impone,[4] nonché della particolare caratteristica di essere espressione di una potestà che non ha limiti, essendo libera nella determinazione dei fini (identificati in vista della sicurezza e della capacità produttiva del corpo sociale).

Note

1.  Cfr. da ultimo Severino, Il tramonto della politica, Milano 2017, passim.

2.  Cfr. per tutti Dewey, Problems of Men, New York, 1946.

3.  Cfr. tra gli altri, Bodin, Les Six Livres de la République, pubblicato nel 1576, lavoro nel quale si sostiene che una società coesa ed ordinata si fonda sulla gestione unificata del potere da parte dello Stato espressa dalla sovranità. Anche nel noto scritto di Hobbes, Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil, pubblicato nel 1651,  il problema della legittimità e della forma dello Stato è affrontato nel riferimento alla funzione primaria della politica.

4.  Fondamentali, al riguardo le considerazioni di Montesquieu, De l’esprit des lois, XI, 6, ove viene formulata la nota teoria della separazione dei poteri muovendo dalla considerazione che il potere non ha limiti dai quali non possa derogare.

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