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Le conseguenze del ritiro statunitense dall’accordo globale sul clima

di e - 11 Luglio 2017
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Durante il vertice G7 Ambiente qualche segnale positivo è arrivato anche dall’amministrazione Trump. Pur non sottoscrivendo la dichiarazione congiunta delle sette maggiori economie mondiali sul clima e impegni finanziari multilaterali, Scott Pruitt, capo dell’Environmental Protection Agency (l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente americana), ha sottolineato il fatto che il governo continuerà a tutelare l’ambiente e a controllare l’inquinamento nell’interesse dei cittadini americani. Continuerà quindi anche a ridurre le emissioni, modificando il Clean Air Act e introducendo nuove misure che, pur non rientrando all’interno dell’Accordo di Parigi, vanno nella stessa direzione.
Se da una parte queste considerazioni sono da valutare positivamente (al netto delle incertezza sull’effettiva strategia di deregulation e tagli al budget federale che l’amministrazione ha avviato in ambito ambientale, e sugli effetti che questa potrebbe avere nel medio termine), dall’altro è doveroso ricordare che i cambiamenti climatici sono un problema collettivo ed è necessaria un’azione di cooperazione internazionale senza precedenti per avviare una strategia adatta ad affrontarli. La decisione unilaterale degli Stati Uniti da questo punto di vista non può che essere vista come un rifiuto di assumersi le responsabilità che un ruolo di leadership globale richiede, in una situazione in cui la maggior parte dei Paesi che ben poco hanno contribuito a creare il problema sono anche quelli più vulnerabili e con meno risorse per fronteggiare gli impatti negativi sempre più evidenti. Con la sua decisione, Trump ha fortemente ridimensionato il capitale politico internazionale di soft power che l’amministrazione Obama ha accumulato in otto anni di lavoro di diplomazia e cooperazione sul tema dei cambiamenti climatici. Parte di questo lavoro include accordi su ricerca e sviluppo e partnership commerciali in settori strategici e innovativi come quello della transizione verso la produzione di energia a basse emissioni di carbonio, che sarà sempre più determinante negli anni a venire. La scelta di puntare sullo sviluppo delle fonti fossili e “resuscitare” l’industria del carbone (come dichiarato nel recente piano energetico “America First”) è un azzardo in cui rischiano di rimetterci per primi, paradossalmente, i cittadini e le imprese statunitensi.
L’ultimo e fondamentale motivo per cui la portata del nuovo corso USA non può essere sottovalutata è la questione dei tagli ai finanziamenti internazionali. Trump ha ribadito l’intenzione di interrompere il contributo statunitense al Green Climate Fund, l’istituzione creata nel 2010 allo scopo di finanziare progetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. Sotto l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti hanno impegnato 3 miliardi di dollari (circa un terzo del budget attuale a disposizione del Fondo) ma finora i contributi effettivamente versati ammontano a un miliardo. Durante il recente G7 Ambiente Scott Pruitt non ha confermato né smentito l’interruzione dei finanziamenti e solo i rappresentanti canadesi si sono esposti sul piano finanziario dichiarando il proprio Paese disponibile a incrementare il proprio contributo in caso di assenza di quello statunitense. Il rischio è concreto anche su più ampia scala, dato che i tagli previsti dall’amministrazione coinvolgono anche i contributi al budget generale delle Nazioni Unite (gli Stati Uniti coprono il 22 percento delle spese ONU, escluse le attività di peacekeeping). Le scelte di Trump non possono che rimanere sotto stretta osservazione per le ripercussioni che potrebbero avere sia sugli strumenti di azione globale nella lotta ai cambiamenti climatici sia sul sistema di cooperazione internazionale nel suo complesso.

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