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Brexit: un divorzio antistorico che può cambiare l’UE (*)

di - 5 Luglio 2016
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Sommario: 1. La difficile valutazione degli esiti del Referendum U.K. – 2. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’UE: dalla scarsa empatia al consolidamento di una posizione privilegiata. – 3. Il pragmatismo britannico: le errate valutazioni del Premier Cameron … – 4. (Segue):  … e le aspettative di un voto referendario fondato sul calcolo costi/benefici. – 5. Una riflessione sulle ragioni del «leave». – 6. La concreta gestione del cambiamento: l’art. 50 del TUE e l’atteggiamento attendista del Regno Unito. – 7. (Segue):  l’esigenza dell’UE di pervenire ad una pronta definizione dell’exit.  – 8. Conclusioni.

1.       E’ difficile, se non impossibile, riflettere nel pieno di una tempesta sugli effetti che da questa potranno derivare; si è preda, infatti, di sentimenti diversi, dalla paura alla affannosa ricerca di forme reattive che consentano di superare l’impatto negativo di ciò che sembra travolgere tutto e tutti. Questo è lo stato d’animo con cui molti cittadini europei la mattina del 24 giugno u.s. hanno affrontato la scioccante notizia della vittoria del «leave» in U.K. Al senso di grande tristezza recato da un evento che, a parere di molti, appare poco comprensibile, è subentrato presto il desiderio di ricercare le ragioni profonde che possono aver indotto il popolo britannico ad una scelta tanto traumatica, non solo per il popolo inglese, bensì per l’intera Unione; un scelta che, d’un tratto, cancella una pluridecennale relazione politica e socio economica tra la Gran Bretagna e l’Europa e, al contempo, mette in discussione gli stessi fondamenti dell’UE. Lo stupore – che ha subito affiancato il rispetto dovuto ad una decisione assunta con metodo democratico – si è tradotto nella preoccupazione determinata dalla incertezza di un futuro pieno di incognite; donde il giudizio espresso da  numerosi politologi ed economisti che hanno definito ‘poco lungimirante’ l’opzione per la Brexit, voluta dal 52% dei britannici e salutata con entusiasmo dai movimenti populistici europei di tendenze estremiste.
I risultati del referendum mostrano una Gran Bretagna chiaramente spaccata al proprio interno – stante il forte divario socio culturale evidenziato dalla polarizza­zione degli esiti elettorali – e minata dalle istanze separatiste della Scozia e dell’Irlanda del nord[1]; in tale contesto, appare paradossale il fatto che Londra, una delle città più internazionali ed inclusive del mondo, sia stata estromessa dal progetto della Unione[2]. Contestualmente da essi emerge una realtà europea contraddistinta dalla esigenza di un’ineludibile presa d’atto dei limiti del «neo-funzionalismo», in passato suggerito da Jean Monnet (secondo cui l’avvio di processi di integrazione economica sarebbe tracimato in forme di aggregazione a valenza anche politica)[3]; presa d’atto che investe, altresì, la fallimentare adozione del meccanismo comitologico, fondato su un criterio intergovernativo, preordinato essenzialmente ad assicurare la continuità (e non il superamento) degli individualismi nazionali, donde il mancato conseguimento di adeguate forme di convergenza[4].
Questo è lo sconfortante bilancio che emerge dal voto britannico del 23 giugno 2016! Ad esso si accompagna un’innegabile effetto destabilizzante che investe, in primo luogo, la realtà economico finanziaria dello stesso Regno Unito. Ed invero, l’intento di riacquistare, con detta manifestazione referendaria, un’indipendenza considerata irrinunciabile (soprattutto dalle generazioni al di sopra dei 60 anni) ha indotto gli elettori ad essere incuranti degli esiti negativi che, comunque, ne sarebbero derivati (i.e. incidenza sui livelli dell’import/export e conseguente riduzione del PIL, rischio di declassamento dell’outlook del debito da parte delle agenzie di rating, ridimensionamento della piazza finanziaria di Londra, prevedibili rincari tariffari, minore attrazione dei centri universitari inglesi, ecc.). Analoga situazione di squilibrio si riscontra nell’area UE, insidiata non solo dal pericolo di ripercussioni economico finanziarie sfavorevoli a carico di alcuni paesi, bensì anche dalla minaccia di possibili forme di contagio di detta tendenza referendaria ad altri Stati membri[5]; donde il possibile avvio di un processo destinato a concludersi, con tutta probabilità, nella possibile implosione dell’UE.
Le modalità con cui in tutti i paesi del pianeta i mercati finanziari hanno reagito alla notizia dei risultati elettorali (segnando il ‘venerdì nero’ della sterlina ed un vertiginoso calo delle borse orientali ed occidentali) rendono appieno la portata dell’impatto traumatico che questi ultimi hanno avuto, nell’immediato, sulla comunità internazionale, lasciando intravedere la complessità di un assestamento destinato forse a protrarsi a lungo nel tempo[6]. Sotto altro profilo, le numerose iniziative del fronte Remain registrate nel Regno Unito all’indomani del referendum (i.e.: raccolta di firme per la proposta di una nuova consultazione, richiesta di una secessione della capitale, dichiarazioni del Premier scozzese di voler avviare immediate discussioni con Bruxelles «per proteggere il posto della Scozia nella Ue», ecc.)[7] – nel manifestare un sostanziale rifiuto del «leave» – sono indicative delle intrinseche difficoltà connesse ad un cambiamento che, per la sua rilevanza istituzionale, avrebbe richiesto un consenso generalizzato della popolazione britannica.

2.       In una recente indagine sulle cause dell’attuale stagnazione dell’originario progetto dei padri fondatori della Comunità europea tenevo a puntualizzare la particolare posizione della Gran Bretagna. Quest’ultima, infatti, deve essere annoverata tra gli Stati europei  che, più di altri, hanno determinato le condizioni per una revisione del ‘disegno politico’ di una «Europa libera e unita», ipotizzata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per contrastare il totalitarismo imperante nel ‘vecchio continente’ durante la seconda guerra mondiale[8]. Detta conclusione mi è apparsa coerente con la linea comportamentale di tale Paese che – restato fuori dalla fase di avvio dell’Europa a «sei» – ha concluso solo nel 1973 i negoziati per l’ingresso nel ‘mer­cato comune’[9].
Al fine di valutare compiutamente il ruolo del Regno Unito all’interno dell’UE occorre tener presente che esso – per caratteristiche culturali ed atteggiamenti frequentemente tenuti nella determinazione delle politiche europee – ha spesso mostrato una sorta di distacco nei confronti della restante parte del continente o, più esattamente, l’intento di non volersi far coinvolgere appieno nelle vicende di un’Europa la cui realtà è, forse, percepita come estranea, eccessivamente lontana da quella domestica, considerata invece prioritaria. Ciò, pur dovendosi riconoscere che tale Stato, all’indomani della seconda guerra mondiale è stato tra i primi paesi europei a ravvisare la necessità di procedere ad una costituente sovranazionale, finalizzata alla realizzazione di un’integrazione graduale tra i me­desimi[10].
Il lungo ed animato dibattito politico svilup­patosi in Gran Breta­gna nella seconda metà del XX (e, in particolare, l’attività svolta dal conservatore Harold MacMillan e dal laburista Harold Wilson) sul tema dell’ade­sione all’Europa[11], conclusa nel 1973 con l’ammissione della Gran Bretagna nella Comu­nità, dimostra che la scelta britannica per quest’ultima (consacrata da un referendum) non avviene in un clima di grande empatia, tale cioè da far ritenere necessariamente connessa all’integrazione economica anche quella politica. Il favor per una completa partecipazione rimane nel tempo estremamente esiguo, mentre prevale l’intento di benefi­ciare dei meccanismi comunitari basati su metodi intergovernativi[12]. Un tradizionale attaccamento alla sovranità nazionale (da intendere nelle sue variegate com­ponenti) è alla base di una linea comportamentale che – per quanto comprensi­bile in ragione del miglioramento economico perseguito (esportazioni, oc­cupazione, ecc.) – risulta decisamente contraddittoria, attese le agguerrite op­posizioni alle politiche europee che periodicamente vengono sollevate in tale Paese; significativi, al riguardo, già negli anni ‘70 del novecento sono i dissensi di autorevoli espo­nenti politici, come Sir Teddy Taylor, che si dimise da Ministro del governo Heath non appena venne a conoscenza della decisione di sottoscrivere i Trattati di Roma[13].

(*) Il presente scritto è destinato agli ‘Studi in onore di Giuseppe Di Taranto’.

Note

1.  Cfr. tra gli altri  l’editoriale EU referendum: full results and analysis, pubblicato da the guardian e visionabile su  www.theguardian.com/politics/ng-interactive/2016/ jun/23/eu-referendum-live-results-and-analysis; 

2.  Cfr. l’editoriale di Demurtas,  Brexit, gli scenari con Londra che lascia l’Unione europea, visionabile su www. lettera43.it /politica/brexit-gli-scenari-se-londra-lascia-l-unione-europea.

3.  Si ricorda che negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale – a fronte della difficoltà di mettere in comune le politiche nazionali sulla visione federalistacostituente, delineata da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli nel noto saggio intitolato Manifesto di Ventotene (1944), ovvero su quella confederale supportata da Winston Churcill
(cfr. al riguardo Vassallo G., Tra Winston Churchill e Hendrik Brugmans. Federalisti e unionisti nella grande assise del dopoguerra, in Eurostudium, gennaio-marzo 2010, p. 8 ss), entrambe correlate alla creazione di una nuova organizzazione politica – prevale il metodo seguito da Jean Monnet, ispirato al «funzionalismo» di Mitrany (cfr. A working peace system, London, 1943) ed al neo-funzionalismo di Haas (cfr. The Uniting of Europe – Political, Social and economic Forces, 1950-1957, London, 1958; Id. Beyond the Nation State, London, 1964) e Lindberg (cfr. The Political Dynamics of European Economic Integration, London 1963).

4.  Significativa, al riguardo, la riflessione di  Savino, La comitologia dopo Lisbona: alla ricerca dell’equilibrio perduto, in Giornale di diritto amministrativo, 2011, p. 1041, ove il meccanismo comitologico viene definito «retaggio di un equilibrio istituzionale anacronisticamente sbilanciato in senso intergovernativo».

5.  Cfr., tra gli altri, l’editoriale Effetto Brexit, Le Pen: “Uscire dall’Unione europea ora è possibile”, pubblicato su www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Brexit-Le-Pen-Uscire-da-Ue-ora-possibile

6.  Cfr. tra gli altri, l’editoriale di Balestreri, E’ Brexit: sterlina in caduta libera, Borse a picco. Piazza Affari mai così male: -12,5%, pubblicato su Repubblica.it del 24 giugno 2016, visionabile su www.repubblica.it/economia/2016/06/24/ news/ brexit_borse_a_picco_e_sterlina_in_caduta_libera.

7.  Cfr. l’editoriale Brexit, le contromosse dei pro Remain: petizioni per ripetere il referendum e Scozia chiede (di nuovo) indipendenza, visionabile su www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/25/brexit-le-contromosse-dei-pro-remain-petizione-per-ripetere-il-referendum-e-scozia-chiede-di-nuovo-indipendenza.

8.  Cfr. Capriglione – Sacco Ginevri, Politics and Finance in the European Union. The Reasons for a Difficult Encounter, Wolter Kluver, 2016, p. 209 ss

9.  Cfr. Parr, Britain’s Policy Towards the European Community. Harold Wilson and Britain’s World Role, 1964-1967, London, 2005; Toomey, Harold Wilson’s EEC: application: inside the Foreign Office 1964-7, University College Dublin Press, 2007.

10.  Cfr. Churchill Commemoration 1996. Europe Fifty Years on: Constitutional, Economic and Political Aspects, edito da Thürer and Jennings, Zürich, Europa Institut-Wilton Park, Schultess Polygraphischer Verlag, 1997.

11.  Cfr. per tutti toomey, Harold Wilson’s EEC application: inside the Foreign Office 1964-7, University College Dublin Press, 2007.

12.  Cfr. tra gli altri Charter, Au Revoir, Europe: What If Britain Left The EU?, London, 2012.

13.  Cfr. Cacopardi ed altri, Ingresso del Regno Unito nella CEE. La Gran Bretagna nella CEE/UE, su www. geocities.ws/osservatore_europeo / approfondimenti /semi07.htm.

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