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L’investimento pubblico

di - 8 Maggio 2015
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Discendono da quanto precede almeno le seguenti implicazioni:

1. Sacrificare gli investimenti pubblici alla maggiore spesa corrente, al contenimento del disavanzo e del debito, all’aumento delle imposte non ha fondamento economico.

2. Un significativo apporto alla domanda globale e alla produttività può ottenersi agendo sulla composizione delle voci del bilancio statale, a parità di saldo coprendo la spesa iniziale per l’investimento con riduzione di uscite correnti o con tassazione.

3. È privo di senso – al di là del piano Juncker – computare la spesa pubblica per investimenti nei vincoli quantitativi di bilancio, come da Maastricht in poi avviene in Europa. Una golden rule che scomputi la voce più produttiva delle uscite pubbliche da quei vincoli è definibile nei suoi contorni, verificabile nel suo rispetto ed è più che opportuna, in generale e segnatamente nella condizione attuale dell’economia mondiale, dell’economia del Vecchio Continente, dell’economia italiana.

4. Il cosiddetto Piano Juncker va nella direzione giusta nell’escludere dal vincolo di bilancio gli stanziamenti che gli Stati (16 miliardi, di cui solo 8 aggiuntivi) e la Bei (5 miliardi) effettueranno per cofinanziare con 21 miliardi di euro opere pubbliche coordinate a livello europeo. La Bei raccoglierà su queste basi risorse per un totale di 60 miliardi, costituendo un fondo Feis che, con un effetto leva di 1:5, garantirebbe investimenti privati, portando a 315 miliardi la spesa complessiva addizionale in conto capitale nel triennio 2015-2017. Circa 100 miliardi l’anno di spesa aggiuntiva si aggirerebbero sullo 0,8% di un Pil dell’area che supera i 13mila miliardi. Inoltre, non è certo che i privati rispondano nella misura sperata.

Al di là degli effetti strettamente economici – come la costruzione di reti energetiche, di trasporto e di comunicazione per integrare le diverse parti di una Europa che si vuole unita – l’investimento pubblico può rendersi indispensabile per urgenti, financo drammatiche ragioni sociali. È, questo, il caso italiano. Lo è, in parrticolare, ai fini della messa in sicurezza di un territorio fragilissimo – inquinato, esposto a frane, alluvioni, terremoti – e ai fini della compensazione dei danni che esso infligge al patrimonio, alle attività produttive, all’incolumità, alla vita stessa dei cittadini. Ad esempio, ricostruire l’Aquila – una grande città medievale, stupenda per monumenti e memorie storiche – si configura come dovere civile ben più stringente del rispettare un artificiale vincolo convenzionalmente imposto al pubblico bilancio nazionale da regole comunitarie fissate vent’anni addietro, giustificate e quantificate con dubbie motivazioni, in un contesto politico ed economico del tutto diverso dall’attuale.
In Italia, si è sperimentato l’assurdo. L’investimento pubblico, pari negli anni Ottanta a oltre il 3,5 per cento del Pil, oggi supera a stento il 2 per cento. Mentre s’impiegano danari per un’inutile mostra di cibi a Milano, l’Expo, ciò non basta neppure a manutere le infrastrutture esistenti, all’ammortamento dello stock, che si depaupera. I governi Monti, Letta e Renzi hanno colpevolmente tagliato gli investimenti delle PA in termini nominali del 20 per cento fra il 2011 e il terzo trimestre del 2014. Lo stock fisico complessivo di capitale, privato e pubblico, è diminuito del 7% dal 2008, essendo gli investimenti lordi, privati e pubblici, scesi di circa un terzo in termini reali. Particolarmente grave è che nel più lungo periodo, a far tempo dall’orribile 1992, la spesa reale per opere pubbliche sia crollata, dell’80%, nel Mezzogiorno, da sempre più carente del Centro-Nord nella dotazione di infrastrutture. Ciò è incredibilmente avvenuto mentre le entrate pubbliche – e la pressione in senso lato fiscale – al Sud salivano a oltre il 48 per cento del Pil nel 2012, raggiungendo la percentuale del resto del Paese, il cui reddito pro capite ridiventava quasi il doppio rispetto a un Meridione in crisi più acuta di quella, profondissima, dell’intera economia. Venti anni fa la pressione fiscale era del 36 % al Sud, del 43% al Centro-Nord. Taglio degli investimenti, esplosione dei prelievi: una micidiale miscela, per il Paese e ancor più per il Mezzogiorno, confezionata da una classe politica incompetente, o imbelle!
L’attuale governo dal 2014 ha scelto di sostenere i redditi di alcune famiglie e i profitti di alcune imprese per un importo non inferiore all’1% del Pil. Lo ha fatto attraverso sussidi e sgravi fiscali, il cui effetto moltiplicativo sulla domanda globale è nella migliore delle ipotesi dell’ordine dello 0,7 per cento del Pil. Se avesse invece effettuato investimenti pubblici di importo analogo, nella migliore delle ipotesi l’effetto espansivo sarebbe stato a regime di oltre tre volte superiore. L’economia sarebbe già in netta ripresa ciclica. Il potenziamento delle infrastrutture avrebbe altresì contribuito a riportare la produttività sul sentiero di crescita di lungo periodo smarrito da oltre un ventennio e segnatamente negli anni Duemila, che hanno visto un declino cumulato del 10 per cento nella produttività totale dei fattori.
La demagogia non ha limiti.

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