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Ma cosa sta succedendo nella “tarda Primavera” del Mondo Arabo?

di - 9 marzo 2015
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La situazione nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, specie dopo i rivolgimenti degli ultimi 4/5 anni, si presenta particolarmente complicata e difficile da capire. Dopo l’Iraq e la Siria ed il Bahrein, ribellioni e conflitti interni sono diventati endemici nel Sinai egiziano, nello Yemen, nella Libia e, da questo Paese, rischiano di dilagare verso i confinanti Paesi africani. Tutto ciò senza che si sia assistito, in una grande area del mondo che ribolle, a conflitti aperti fra Stati.
Davanti a questa inspiegabile destrutturazione di una vicina regione del mondo ci preoccupiamo – prima ancora della nostra, pur importante, sicurezza energetica – dell’ondata di rifugiati che ha cominciato a lambire anche il nostro Paese, e cerchiamo di capire la reale portata delle minacce terroristiche che ci vengono rivolte con frequenza crescente, in maniera sempre più aggressiva e prepotente.
Ma stentiamo a capire.
Per fare qualche progresso nella comprensione di quello che sta succedendo occorre trovare un bandolo della matassa che ci permetta di farci un’ idea complessiva dei conflitti in corso e delle loro cause, pur non dimenticando che ognuno dei Paesi interessati ha la sua peculiare combinazione di conflitti interni, di carattere politico, economico, etnico, religioso …
Un progresso nella comprensione della situazione complessiva si può fare tenendo conto dei due grandi conflitti che dividono tutti i protagonisti politici della zona: da un lato, il conflitto interno al mondo sunnita che mette in questione la legittimità dei regimi in carica nei principali Paesi del ramo maggioritario dell’Islam; dall’altro, il conflitto storico tra Paesi a maggioranza sunnita e Paesi prevalentemente sciiti, che è oggi una lotta per la supremazia regionale, e riguarda essenzialmente la sfera di influenza e la sicurezza degli Stati che ne sono protagonisti.
Al centro di entrambi i conflitti stanno l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, ed entrambi sono condotti con metodi non convenzionali, cioè non sono sfociati in guerre aperte tra Stati, almeno per ora.
Il primo dei due conflitti è alimentato dalle preoccupazioni delle famiglie regnanti delle Monarchie del Golfo, in primis quelle dell’Arabia Saudita, che la loro fragile legittimità politica – che peraltro ha origini artificiali ed una storia ancora breve – possa essere messa in discussione dall’avvento in altri vicini Paesi arabi di rivoluzioni democratiche o anche di altri regimi, soprattutto quello dei Fratelli Musulmani o della Turchia, che fondano la propria legittimazione sul processo elettorale. Contro questi pericoli, che le Primavere Arabe minacciavano di concretizzare, i Paesi del Golfo sono intervenuti con l’arma più poderosa di cui dispongono, quella dei finanziamenti e quindi delle “guerre per procura”. Hanno sostenuto il colpo di Stato dei militari egiziani contro i Fratelli Musulmani, giunti appunto al potere con le elezioni, osteggiano Hamas a Gaza, per lo stesso motivo, intervengono in Libia contro le fazioni al potere a Tripoli, appunto perché esse contengono una importante rappresentanza degli odiati Fratelli Musulmani, e nel contempo appoggiano, insieme agli egiziani, la fazione al potere a Tobruk, proprio perché ostile alla stessa Fratellanza.
Non importa che il nemico sia in questo caso musulmano, e che gli alleati, come i generali egiziani, siano invece tendenzialmente laici. Importa soprattutto che questi ultimi collaborino a prevenire la diffusione nell’area della democrazia parlamentare[1].
Ma anche in Siria – dove la Primavera locale era stata innescata da movimenti tendenzialmente laici e democratici – l’intervento e le interferenze dei Paesi del Golfo ha avuto lo stesso segno: hanno finanziato massicciamente al Nusra, il ramo locale di al Qaeda, consentendole di prendere il sopravvento politico e militare sulle opposizione laico/democratiche con il risultato che – se e quando il regime di Assad dovesse cadere – la Siria non potrebbe evolvere verso la democrazia, ma diventerebbe piuttosto uno Stato controllato da estremisti religiosi.
Ma nel caso della Siria emerge con prepotenza il secondo dei conflitti che citavo poc’anzi, quello tra mondo sunnita e mondo sciita. Per capirne le motivazioni bisogna prendere in considerazione le conseguenze geopolitiche della seconda guerra del Golfo. Al termine della prima guerra del Golfo (1991) il Presidente George H.W. Bush (padre), dopo aver espulso l’esercito iracheno dal Kuwait, aveva prudentemente evitato di rovesciare il regime di Saddam Hussein. Dodici anni dopo suo figlio, il Presidente George W. Bush – mosso forse da uno sciagurato complesso di Edipo – ritenne invece utile debellare il dittatore iracheno ed il suo regime nel quadro di un tentativo di democratizzare l’Iraq. Il risultato del processo elettorale è stato quello di portare al potere a Bagdad la maggioranza sciita della popolazione, che fino ad allora era stata emarginata e repressa dalla minoranza sunnita cui apparteneva il dittatore. Al netto del mancato raggiungimento della democrazia, le conseguenze sugli equilibri politici regionali sono state molto diverse da quanto ci si poteva aspettare a Washington e molto preoccupanti per l’Arabia Saudita. Il governo sciita dell’Iraq è infatti rapidamente caduto sotto l’influenza dell’altra confinante potenza sciita, l’Iran degli ayatollah, nemico storico sia degli Stati Uniti che dei Paesi del Golfo.
Si è quindi creato nel cuore del mondo arabo un blocco sciita che oltre all’Iran e l’Iraq comprende la Siria, governata dal clan alawita degli Assad, ed il Libano dove predomina la milizia sciita degli Hezbollah (ved. Fig. in calce). È un blocco che va dalle coste mediterranee della Siria e del Libano fino ai confini dell’Iran con l’Afghanistan, abitato da 135 milioni di persone, che comprende due dei Paesi con le maggiori riserve petrolifere del mondo (Iran ed Iraq), una potenziale potenza nucleare (l’Iran), e, sul piano simbolico, le due capitali dei Califfati dell’epoca d’oro del mondo arabo/musulmano: Badgad e Damasco, il cuore dell’identità araba.
Questa importante novità sul piano geopolitico regionale è stata inevitabilmente percepita come una minaccia mortale da parte dell’Arabia Saudita e della maggior parte delle monarchie del Golfo, anche perché quasi tutte hanno al loro interno delle importanti minoranze sciite (nel caso del Bahrein una maggioranza), potenziali quinte colonne di una possibile azione di sovversione.
L’appoggio che alcuni Paesi del Golfo, indubitabilmente, hanno in una prima fase dato all’ISIS si spiega in questi termini. L’ISIS occupando larga parte della Siria orientale e dell’Iraq nord-occidentale ha tagliato in due il blocco sciita, interrompendo sostanzialmente le comunicazioni tra Badgad e Damasco, e rendendo molto più difficile l’appoggio iraniano al regime di Assad in Siria.

Note

1.  Non sfugge che, nel caso della Libia, le interferenze dei Paesi del Golfo precludano proprio quell’accordo tra i gruppi politici di Tripoli e di Tobruk che la Comunità Internazionale vede come premessa indispensabile per stabilizzare il Paese, e condizione indispensabile per un intervento anche militare dall’esterno.

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