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La banca che ci manca. Le banche centrali, l’Europa, l’instabilità del capitalismo, di Pierluigi Ciocca – Donzelli Editore, 2014

di - 23 Dicembre 2014
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L’analisi – che può implicitamente considerarsi anche una sorta di proposta metodologica di ricorso alla storia come strumento di esame di diverse concezioni – identifica sostanzialmente tre periodi. La lunga fase delle origini ripercorre vicende istituzionali e elaborazione concettuale, partendo dal contributo pionieristico di Thornton e successivamente di Bagehot, Keynes, Minsky;  prevale un concetto ampio di banca centrale (“banca delle banche”) che, oltre alla emissione delle banconote (successivamente ampliata come gestione del sistema dei pagamenti), governa la moneta per fare fronte a squilibri economici ed a fluttuazioni cicliche, fornisce liquidità all’industria finanziaria, esercita supervisione e regolazione del sistema finanziario per assicurarne efficienza e stabilità. Una istituzione, quindi, caratterizzata da ampiezza di obiettivi (costanza dei prezzi, pieno utilizzo dei fattori produttivi, tassi congrui d’interesse e di cambio, ecc.) da perseguire con autonomia e “saggia” discrezionalità.
Evoluzione congiunturale e inflazione negli anni ’70 del Novecento hanno segnato una svolta e l’inizio di una nuova fase del central banking, riferibile a contributi di pensiero che rivalutano il mercato e le capacità auto-equilibratrici del sistema economico, e privilegiano un governo della moneta e della finanza affidata piuttosto a “regole” (di cui l’Autore parla come di “temporanea rivincita”, esprimendo severi giudizi sulle loro debolezze), intese come fissi parametri e indirizzi strategici. Di conseguenza alla banca centrale viene affidato un ruolo circoscritto alla sola politica monetaria, privilegiando la stabilità dei prezzi come prioritario e pressoché unico obiettivo, e rafforzandone la autonomia, intesa prevalentemente come scudo protettivo da pressioni politiche.
La crisi del 2007, rimettendo in discussione i trascorsi impianti analitici, assetti istituzionali e operativi, segna la svolta e l’inizio della terza e attuale fase, definita come “un ritorno al central banking” nel senso più ampio, come originariamente definito dai “padri fondatori”. Anche se presumibilmente non si tratta di un ricorso storico vichiano, pur tuttavia il ripensamento, nella felice sintesi di Ciocca, si sostanzia comunque nella “riaffermazione della flessibilità della politica monetaria e attribuzione alle banche centrali di maggiori responsabilità nella cura dell’industria finanziaria”.
Il secondo aspetto – altrettanto meritevole di particolare attenzione, anch’esso frutto indubbio della lunga esperienza di banchiere centrale ad altissimo livello svolta dall’Autore – di analisi delle divergenti idee in tema di banca centrale, evidenzia una posizione netta ed esplicita, definita con le sue stesse parole come “proposte per una banca centrale a tutto tondo” per un “ritorno al più autentico central banking”.
In esso, sembra quasi di leggere il compendio di un prezioso Memorandum indirizzato ad un ipotetico banchiere centrale, contenente indicazioni e proposte per l’ottimale svolgimento della sua funzione, quale emerge dalla recente evoluzione teorica ed empirica.
Alla base di questa concezione è l’idea di discrezionalità operativa, come esercizio di autonomia istituzionale (sia pure sindacabile ex-post) e distinta dalla indipendenza funzionale, data la necessità di complementarità, e quindi di coordinamento tra politica monetaria ed altri momenti della politica economica.
Aspetto particolarmente delicato è la tutela di questa discrezionalità e autonomia – che implica anche aspetti culturali e garanzie istituzionali – soprattutto come salvaguardia nei confronti del complesso Finanza-Industria e di quello Politica-Burocrazia.
E a tale proposito l’Autore si sofferma su alcune questioni cruciali: anzitutto la supervisione finanziaria, intesa ad assicurare stabilità ed efficienza al sistema finanziario nel suo complesso in cui essenziale è il credito di ultima istanza, nonché il rapporto tra politica monetaria e politica di bilancio (tema particolarmente delicato alla luce della normativa europea sul finanziamento al settore pubblico), ipotizzando soluzioni “opportune” nella eventualità di uno Stato illiquido ma non insolvente, ovvero di difficoltà per lo stesso di collocare i propri titoli sul mercato; e ciò in considerazione delle ripercussioni non solo economiche ma anche politiche e sociali di tali eventualità.
Autonomia e discrezionalità costituiscono, dunque, i fondamenti del central banking e, come tali, esse devono tendere – al tempo stesso e complessivamente – a conseguire mediante la politica monetaria la stabilità dei prezzi e il pieno utilizzo delle risorse, ad assicurare tramite la politica di stabilità finanziaria la solidità e liquidità del sistema, ad assicurare il finanziamento allo Stato per garantire la continuità della spesa pubblica.
Sono queste per Ciocca “le basi su cui costruire la nuova banca centrale di cui l’economia, non solo dell’Eurozona, ha bisogno… Nell’instabile economia di mercato capitalistica, nulla è determinato o sicuramente determinabile. La banca centrale non può – non deve – essere costretta alla supplenza delle politiche economiche governative carenti, supplenza che non è in grado di assicurare. E tuttavia l’instabilità può essere non poco contenuta se la banca centrale è posta nella migliore condizione per governare il sistema creditizio”.

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