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Molti buoni motivi in favore di un global green new deal

di - 7 Maggio 2014
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Per soddisfare il secondo, sarebbe invece necessario un vero sforzo globale perché si tratta di affrontare casi di fallimento di mercato su scala globale. Effettivamente, dice il Blueprint, “la comunità internazionale ha bisogno di pensare in modo più creativo a come accordarsi, disegnare, mettere in atto meccanismi internazionali per pagare i servizi dell’ecosistema” (p.153) e ha bisogno anche di creatività nell’ideare modi appropriati per finanziare tali meccanismi. Le questioni relative al finanziamento sono le più spinose perché, sebbene tutti gli stati comprendano l’utilità di cooperare alle soluzioni, l’incentivo a usufruire dei beni pubblici globali senza contribuire ai costi per la loro fornitura, rende spesso vani gli accordi faticosamente raggiunti. Timidi accenni di costituzione di fondi si sono registrati nel 2009, durante la Conferenza di Copenhagen e nel 2013 durante quella di Varsavia[15] ma la questione della loro alimentazione non sembra facilmente superabile. L’introduzione, a questo scopo, di una global carbon tax, peraltro sorretta da robusti fondamenti teorici e pratici, sarebbe decisamente auspicabile. Infine, oltre alla Global Environmental Facility (GEF) delle NU che dal 1991 finanzia progetti di protezione/ conservazione ambientale, si potrebbe dar seguito alla proposta innovativa del Blueprint e cioè creare una International Finance Facility (IFF) con la capacità di emettere titoli a lunga scadenza per il finanziamento dei beni pubblici globali. In ultimo, per soddisfare il terzo requisito, bisognerebbe prestare attenzione a ciò che avviene nei paesi di nuova industrializzazione e in quelli meno sviluppati. È cruciale che i paesi sviluppati trovino il modo di trasferire loro le tecnologie più avanzate e pulite, e contemporaneamente mettano a punto meccanismi capaci di garantire la conservazione di habitat specifici e foreste.
Senza una strategia globale su questi problemi,  la transizione verso una crescita sostenibile ha scarse probabilità di successo. Qualora però i vari paesi, per superare la crisi economica, ricorressero a green new deal veri e accompagnati da politiche ambientali attive, le probabilità della transizione aumenterebbero. I costi di questa transizione non sarebbero nulli ma sarebbero comunque molto al disotto dei benefici. In primo luogo perché di fronte alla irreversibilità del cambiamento climatico e alle prospettive di crescenti probabilità di guerre per assicurarsi risorse naturali sempre più scarse[16] , anche costi elevati sarebbero incredibilmente bassi rispetto ai benefici. In secondo luogo perché autorevoli stime, prime fra tutte quelle del Rapporto Stern, danno valori alquanto sostenibili, dell’ordine dell’1% del PIL nell’immediato ma crescenti con i ritardi nelle azioni di contrasto al cambiamento climatico. E se la società non si è ancora incamminata in questa via è perché governi, imprese e consumatori, prendono le loro decisioni di scelta in un’ottica sempre più miope. L’incapacità di accettare oggi un basso costo[17] in cambio di un grosso beneficio futuro, peraltro molto ravvicinato, rischia così di aggravare la duplice crisi economica e climatica e di riportare in scena i fantasmi del malthusianesimo.

Note

15.  Copenaghen 2009: costituzione del Green Climate Fund,  per incentivare i paesi non OCSE a proteggere l’ambiente; Varsavia 2013: creazione di un meccanismo finanziario per contrastare la deforestazione e il degrado delle foreste nei paesi in via di sviluppo noto come “ Warsaw Framework for REDD+”.

16.  Non è più soltanto la questione energetica a rendere molto nuvoloso lo scenario di convivenza globale, ad essa si affianca quella della disponibilità delle risorse idriche e, ultima temporalmente, quella dell’accaparramento delle terre agricole (land grabbing) .Alcuni paesi, per la loro sicurezza alimentare, acquisiscono l’uso di terreni agricoli di paesi generalmente poveri che in questo vedono un sollievo immediato alla loro povertà.

17.  Dopo la pubblicazione del Rapporto Stern nel 2006 e successive revisioni, diversi studi si sono concentrati sulla valutazione dei cosiddetti costs of inaction. A differenza di quanto pensano i policy makers, tutti confermano che l’attesa costa perché i problemi climatici si aggravano e il loro costo di controllo sale.

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