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L’euro: quale futuro

di - 4 Aprile 2014
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L’Italia soffre di un problema di crescita che precede il passaggio all’euro. Nel decennio 1991-2000 il suo PIL è cresciuto meno di quello della Francia, della Germania, della Spagna. Ha fatto difetto la crescita della produttività[8]. Proprio con riferimento all’Italia è stato scritto: “ E’ raro nella storia del capitalismo, quanto meno delle grandi economie capitalistiche, un numero di anni talmente lungo con una produttività totale dei fattori negativa”[9]. Sono stati di recente ripubblicati alcuni scritti di Giorgio Fuà, risalenti a circa 30 anni fa[10]. I curatori del libro rilevano l’importanza che tuttora rivestono per l’Italia e per le sue prospettive di crescita condizioni già analizzate da Fuà e da lui definite “fattore O-I” (Organizzativo-Imprenditoriale, con ciò intendendo sia la cornice esterna alle imprese, dal sistema fiscale alle relazioni sindacali, dalla burocrazia alle difficoltà di finanziamento, sia quella interna, dalla struttura familiare, all’inadeguatezza del management) e “social capability” (cioè il quadro politico e giuridico, il sistema dei valori della comunità, la mobilità sociale, l’istruzione, la disponibilità di infrastrutture).
Cosa ci fa ritenere che, abbandonando l’euro e la stessa piena partecipazione all’Unione europea e ritornando alla lira, l’inadeguatezza della produttività del sistema economico italiano sarà colmata? Attraverso quale meccanismo ciò potrebbe accadere? Forse con successive svalutazioni della lira, che però per essere efficaci dovrebbero essere “reali”, non compensate cioè da maggiore inflazione? Sarebbe cioè l’Italia disciplinatamente pronta in tutte le sue componenti sociali, ad accettare l’impoverimento prodotto dal deterioramento delle ragioni di scambio? La svalutazione della lira è stata a lungo praticata per ridare competitività al sistema produttivo italiano. Ricordo che, quando a fine 1958 l’Italia e gli altri paesi dell’Europa occidentale dichiararono la convertibilità esterna delle rispettive monete e fissarono la parità di cambio col dollaro, per acquistare un marco tedesco occorrevano 148 lire, salite a circa 170 alla vigilia della caduta di Bretton Woods. Ma, meno di 30 anni dopo, all’atto dell’ingresso nell’euro, ne occorrevano 990. Eppure la crescita del reddito e dell’occupazione non è stata, nella media di quel lungo periodo, maggiore che in Germania. La svalutazione fu spesso equiparata alla droga: nascondeva il disagio per un po’, non ne eliminava le cause. Fuor di metafora, ripristinava la competitività temporaneamente; l’esigenza di stimolare la crescita della produttività passava in secondo piano, l’inflazione annullava in breve i guadagni di competitività. Si creavano le condizioni per un nuovo giro.
Qualcuno ritiene che le riforme, delle quali si parla da decenni, da tutti ritenute, a parole, di grande efficacia sulla produttività totale dei fattori, troverebbero, uscendo dall’euro, quella realizzazione che non hanno avuto in questi anni di moneta unica? O non è forse vero che il ritorno alla lira è accarezzato da molti come la comoda via d’uscita “perché nulla cambi”?
Senza disconoscere le inadeguatezze e i ritardi dell’Europa (la zoppìa più volte ricordata) bisogna rilevare che l’Italia (uso volutamente l’aggregato più ampio, ricordandomi dell’evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra”) non ha colto l’opportunità che l’ingresso nell’euro offriva, l’impegno che richiedeva, di imprimere una svolta strutturale alle istituzioni, all’organizzazione dell’economia. Il vincolo giuridico internazionale evocato da Guido Carli è stato trascurato. Per molti aspetti, l’Italia è stato un caso da manuale di “moral hazard”. All’ombra dell’euro abbiamo goduto per anni di bassi tassi di interesse, un grande vantaggio per un paese con elevato debito pubblico. La spesa per interessi sul debito pubblico in rapporto al PIL toccò il picco nel 1993, col 12,6 per cento; era scesa al 6,2 per cento nel 2000 e ha oscillato fra il 4,6 e il 5,6 negli anni successivi. La minor spesa che ne è derivata non è andata a risanare la finanza pubblica, a sostenere investimenti produttivi, a ridurre l’imposizione fiscale, ma si è trasformata in spesa corrente aggiuntiva, e il rapporto fra debito pubblico e PIL, in flessione dall’ultima parte degli anni 90 del novecento, ha ripreso a crescere. L’intensità del dibattito sulle riforme, sugli interventi di struttura, si è rivelata inversamente correlata alla realizzazione delle riforme. In un mondo posto di fronte alla rivoluzione rappresentata dalla globalizzazione e dal progresso della tecnologia informatica, l’Italia è rimasta addormentata, in crescente ritardo nell’adeguare le sue istituzioni, il suo assetto normativo, la sua imprenditorialità, la valorizzazione delle sue risorse. E’ mio convincimento che sia altrettanto inadeguato considerare l’euro “le vilain de la pièce”, e quindi auspicarne l’uscita dell’Italia, come un movimento liberatorio, o rinnovare la propria fede nell’Europa, continuando a non agire coerentemente con questa collocazione dell’Italia e, più in generale, con l’adeguamento del nostro paese alle esigenze del mondo contemporaneo.
L’uscita dall’euro, dalla stessa Unione europea, ci darebbe un’Italia migliore, più avanzata, più autorevole in Europa e nel mondo? Alberto Bagnai nel suo libro “Il tramonto dell’euro”[11] elabora uno scenario successivo alla reintroduzione della lira. Sostiene, tra l’altro, che ne deriverebbe un “sensibile risparmio della spesa per interessi sul debito pubblico”. Questa apparente incongruenza, visto che il debito verrebbe denominato in una valuta aperta alla svalutazione, è spiegata perché la Banca centrale tornerebbe ad essere “uno strumento nelle mani del Tesoro” che imporrebbe la “monetizzazione parziale del fabbisogno”; altri acquisti di titoli del Tesoro verrebbero effettuati dalle aziende di credito “tramite l’imposizione di un vincolo di portafoglio”. Non manca, nello scenario, la reintroduzione di controlli sui movimenti di capitali con l’estero. Mi è difficile credere che ad un’Italia isolata in un mondo sempre più aperto e articolato, con assetti istituzionali da economia di comando, possa arridere un futuro di crescita del PIL e dei vari indicatori di benessere e di felicità tanto studiati ed elaborati.
Se l’attuale configurazione dell’Unione europea e, più in particolare, dell’area dell’euro presenta, come in effetti presenta, carenze e difetti che ritardano, o in talune circostanze bloccano, il pieno conseguimento dei grandi obiettivi politici, economici, sociali fissati dall’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea, la miglior risposta è quella di lavorare per rimuovere gli ostacoli, migliorare le regole di governo dell’Unione, proseguire il cammino dell’integrazione. Un’Italia che finalmente cominciasse a liberarsi delle sue arretratezze potrebbe riprendere con vigore sia nelle sedi istituzionali dell’Europa, dal Parlamento ai Consigli europei, sia in quella che siamo soliti chiamare “società civile”, che racchiude tutte le doti di cultura, di ingegnosità, di amore per il lavoro del popolo italiano, un ruolo primario per il consolidamento del progetto di Unione europea.

Note

8.  Salvatore Rossi, La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino. Editori Laterza, 2006, pagg.69 ss.; Pierluigi Ciocca, Ricchi per sempre? Bollati Boringhieri, 2007, cap.12.

9.  Pierluigi Ciocca e altri, in Uscire dalla crisi. Riprendere la crescita. Come? Quando? Economia Reale, 2013, pagg.79-80.

10.  Giorgio Fuà, Un’agenda non conformista per la crescita economica. Edizione a cura di V.Balloni, M. Crivellini e P. Pettenati. Il Mulino, 2013.

11.  Alberto Bagnai, Il tramonto dell’EURO, Imprimatur editore, 2013.

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