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Il caso ILVA tra crisi economica ed emergenza ambientale

di - 29 Agosto 2013
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Tale fenomeno ha anche delle ragioni di carattere politico, ma non deve essere inteso in senso complottistico (come avviene nella vulgata di alcune forze politico sociali populistiche), poiché si è trattato di scelte razionali, difficili da dismettere finché non si pongono dei limiti legali alle scelte degli attori dei mercati finanziari.
Le imprese finanziarie che hanno sostenuto l’emissione da parte degli Stati di titoli del debito pubblico per sostenere i livelli di spesa dello Stato sociale e per salvare il sistema finanziario, a un certo punto si rendono conto che i titoli del debito pubblico non sono più sostenibili con i tassi di crescita dei prezzi occidentali, soprattutto nei Paesi nel sud Europa.
Pertanto, inizia un violento attacco a questi Paesi, anche per indebolire l’euro e conservare al dollaro i vantaggi del ruolo di valuta di riserva mondiale.
Tali attacchi sono falliti per effetto della scelta della BCE di difendere l’euro ad ogni costo, che ha fatto capire agli speculatori che non avrebbero potuto fare breccia sull’unità monetaria.
Naturalmente la moneta unica in assenza di un’Europa politica rimane una costruzione fragile. Di conseguenza, si è solo vinta una battaglia, ma non la guerra.
Questa crisi finanziaria ed economica, con le parole del prof. Padoa-Schioppa, rivela che si agisce con una “veduta corta”. Tutti gli agenti economici più importanti – imprese sovranazionali, banche, agenzie di rating – fanno prevalere la ricerca immediata del profitto.
In questo momento sono sotto accusa molti dei fattori che contribuiscono a costruire il capitalismo come rapina, ad esempio il sistema di remunerazione del management, che premia i risultati di esercizio e non l’investimento a medio o lungo termine.
Padoa-Schioppa, che è stato a lungo uno dei migliori regolatori e degli intellettuali più raffinati dell’Italia della seconda metà del Novecento si è reso conto che effettivamente è una questione di lunghezza dello sguardo.
Se lo sguardo inizia ad essere più lungo, le cose si aggiustano.
Se ognuno torna a fare il suo mestiere con una prospettiva neoumanistica che non faccia prevalere la corsa avida al profitto immediato, pur non risolvendosi tutti i problemi, paradossalmente il mondo può migliorare.
La veduta corta è un problema anche per l’ambiente. Veniamo al secondo corno della crisi.
La crisi ambientale è il frutto di un altro tipo di veduta corta; noi sappiamo che le risorse sono scarse, ma il sistema economico e il paradigma dell’economia politica classica non hanno mai considerato, se non come un vincolo esterno, l’esistenza del tema della scarsità delle risorse.
Leggendo un bel libro – “L’immaginazione economica”, pubblicato alcuni mesi fa da Sylvia Nasar, giornalista anglosassone – che ripercorre la vita dei più grandi economisti di tutti i tempi, si comprende come l’ossessione degli economisti sia sempre stata quella di risolvere il problema della sotto produzione, della povertà crescente, magari delle disuguaglianze, forse meno al centro della riflessione economica è stato il tema della scarsità delle risorse.
Ma oggi anche gli economisti si sono resi conto dell’importanza del tema dell’ambiente: per esempio fra questi merita una menzione, per l’assiduità con la quale torna sull’argomento, Jean Paul Fitoussi, che ha scritto un libro con Eloi Laurent “La nuova ecologia politica”, nel quale si indagano le tematiche della crisi ambientale.
Il sistema capitalistico si basa sul mito della crescita, esaltato persino dalle grandi forze che si sono opposte al capitalismo (si pensi al “Manifesto” di Marx e Engels); ma la crisi ambientale, e dunque l’ecologia politica ed economica, hanno posto in luce altre necessità: nascono concetti come quello di “sviluppo sostenibile”, che tengono conto anche degli effetti negativi che la produzione ha sull’ambiente, e del fatto che molte risorse non sono rinnovabili (es. combustibili fossili) e dunque destinate ad esaurirsi.
L’aspetto della crisi ambientale che fa più impressione alla coscienza civica dei paesi occidentali è quello dei cambiamenti climatici, per massima parte imputabili ai combustibili fossili: la nostra società, infatti, è basata per almeno il 50% sull’energia prodotta dai combustibili fossili, mentre è molto meno impiegata l’energia da fonti rinnovabili, come l’energia solare.
È una sorta di “corsa contro il tempo”: da una parte la speranza che non si esauriscano rapidamente le fonti di energia tradizionale dall’altra l’auspicio che la tecnica permetta di produrre energia da nuove fonti quanto prima.
In questa dialettica, in questa “corsa all’impazzata verso l’esaurimento delle risorse”, si inserisce l’elemento della regolazione delle attività produttive, determinando nuovi equilibri; nuovi equilibri che consistono secondo taluni in una “non-crescita” o addirittura in una decrescita, mentre secondo altri la crescita potrebbe derivare da investimenti per così dire “verdi”, vale a dire in settori ad alta compatibilità ambientale che servono a garantire questo valore, che è anche un valore costituzionale fondamentale: artt. 9 e 117.
Le due crisi, quella economica e quella ambientale, hanno dei punti in comune, che si trovano ben descritti nel libro di Fitoussi e che reclamano nuove politiche pubbliche:

1. Necessità di un intervento pubblico, sia di investimento che di regolazione, per risolvere la crisi: più “Stato buono”, più intervento. Ciò però richiede una consapevolezza particolare sulla necessità di risolvere in parte la crisi dello Stato.

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