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Il caso ILVA tra crisi economica ed emergenza ambientale

di - 29 Agosto 2013
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Ne “Il film della crisi” di Ruffolo e Labini si trova anche una singolare lode delle politiche economiche del Führer, che in poco tempo, ma grazie al riarmo foriero di politiche belliciste, riuscì a portare la Germania dallo stato di sofferenza dovuto alle ferite della Prima Guerra Mondiale a uno stato di relativa prosperità (nell’ambito del continente europeo, nulla di paragonabile alla potenza economica americana).
Vi erano dunque strane analogie fra il New Deal di Roosevelt e le politiche sociali degli stati totalitari nel continente europeo. Ovviamente, il significato di queste politiche è del tutto diverso: un conto è l’intervento dello Stato in un quadro democratico, un altro conto in un quadro totalitario.
Non che vi fosse qualcosa di buono nelle finalità delle politiche economiche del nazismo, ovviamente, ma lo strumento metodologico messo in campo può essere interessante (investimenti pubblici ed impianto di grandi industrie manifatturiere hanno consentito il superamento della crisi weimariana).
In periodi di crisi – in sostanza – assume rilievo l’intervento dello Stato nel distribuire commesse e lavori pubblici – magari anche solo per scavare delle buche, come nell’esempio paradossale avanzato da Keynes – per gli effetti positivi del moltiplicatore.
Per altro verso, se ne deve concludere che se si riduce la spesa pubblica, si mette in moto un deflattore, per cui politiche di austerità producono effetti di decrescita più che proporzionali rispetto alla minore spesa. Anche il Fondo Monetario Internazionale inizia a rivedere in tal senso le proprie ricette.
Tornando alle ragioni della crisi, negli Stati Uniti le banche, nell’età del mito del mercato che si autoregola, hanno cercato di svolgere de facto delle funzioni pubbliche o para-pubbliche, in particolare per quanto riguarda l’accesso all’abitazione, facendo politiche sociali attraverso il credito facile (coperto da contratti derivati).
Come è noto i contratti bancari di concessione del credito (veri e propri contratti di mutuo), venivano poi “impacchettati” con meccanismi di cartolarizzazione, che consiste nella creazione di una società parabancaria, chiamata società veicolo.
A questa S.p.A. – dotata di un patrimonio autonomo da quello della banca – vengono conferiti dei titoli che producono flussi di reddito che si presumono costanti. In questo caso i titoli conferiti erano i contratti di mutuo, che producevano interessi. Questi contratti di mutuo, però, erano stati stipulati con persone impossidenti per permettere loro di comprare una casa, in assenza di qualunque valutazione del c.d. merito del credito, valutazione che sarebbe compito delle banche e del sistema finanziario. Le banche, infatti, non devono essere caritatevoli e fornire credito a tutti i costi, bensì devono fare profitti e, di conseguenza, valutare il merito del credito che prestano. Diversamente, incorrono in una grave deviazione dal paradigma capitalistico, che è all’origine della crisi.
I titoli tossici conferiti nelle società veicolo, infatti, quando i debitori non sono più stati in grado di restituire le rate dei mutui, hanno smesso di produrre il flusso di reddito atteso. A quel punto sono scattate una serie di procedure esecutive. Nel frattempo le società veicolo, però, avevano a loro volta emesso e diffuso nel mercato i c.d. titoli tossici, comprati da qualsiasi risparmiatore nel mondo.
Quando si è dovuto salvare queste banche e società parabancarie, il sistema finanziario si è ricordato che esistono gli Stati, che sino ad allora erano stati fatti “dimagrire” per effetto del paradigma friedmaniano-monetarista per cui il mercato garantisce un’ottimale allocazione delle risorse e lo Stato deve ridursi al ruolo di “guardiano notturno” con poche funzioni (giustizia, polizia, esteri…). Ma quando il meccanismo della finanza è andato in crisi, si è bussato alla cassa dello Stato, cioè ai contribuenti e in particolare al ceto medio, che si è iniziato ad impoverire.
Ciò è accaduto in varie misure in tutti gli Stati occidentali; in Italia in misura più limitata, non perché il nostro sistema bancario sia particolarmente virtuoso, ma solo perché più arretrato.
Gli Stati danno vita, pertanto, a massicci programmi di salvataggio delle banche, a seguito dei quali si indebitano.
La seconda fase, dopo i programmi di salvataggio, avrebbe dovuto consistere nell’apposizione di regole al mercato finanziario. Tali regole possono essere apposte solo con lo strumento del trattato internazionale, perché i mercati sono globali.
I tentativi in tal senso, portati avanti nell’ambito del G20 anche dal ministro italiano Tremonti, sono falliti.
Si è agito soltanto con meccanismi di soft law, per mezzo di raccomandazioni del Financial Stability Board, presieduto da Mario Draghi, che è uno dei più attenti lettori di questa crisi e che era sicuramente un keynesiano nell’animo, almeno prima di diventare il Presidente della BCE (ma c’è da supporre anche dopo , nei limiti in cui la carica lo permetta).
La soft law del FSB consiste in mere raccomandazioni che, tuttavia, possono essere prese in considerazione dai regolatori e servire a stabilizzare il sistema finanziario.
In realtà, parte del problema è stata anche la “cattura” dei regolatori – ad esempio delle banche centrali dei paesi occidentali, investite del compito di vigilare sui mercati finanziari – da parte del paradigma del mercato autoregolato.
Nella seconda fase della crisi, i mercati si vendicano degli Stati che li hanno salvati. Assistiamo a un’ondata speculativa sugli Stati più deboli, soprattutto in Europa, fra cui l’Italia, ad opera del capitalismo anglosassone.

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