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Brevi note sulla vicenda MPS e sul ruolo delle cd. fondazioni bancarie

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Se così è – se è vero che la storia delle fondazioni di origine bancarie non si può separare dalla storia delle ex opere pie – si deve allora osservare che mentre per le IPAB, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che annullò la legge Crispi del 1890, si procedette dopo il 1988 alla privatizzazione previa analisi caso per caso della natura privatistica o pubblicistica dell’ente, le fondazioni di origine bancaria sono state indistintamente (e forse troppo frettolosamente) tutte privatizzate.
Il punto è che se è vero che nelle casse delle fondazioni bancarie vi è senz’altro – sia pure in parte – pecunia publica, se è vero che le fondazioni sono state a volte qualificate organismi di diritto pubblico a fini dell’evidenza pubblica comunitaria, se è vero che esse sono viste come investitori istituzionali essenziali per la stabilizzazione di un ente a controllo pubblico necessario come la CDP; se esse sono tuttora sottoposte alla vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze, allora in qualche modo deve essere sempre considerata tale funzione o ruolo pubblicistico nel completamento del processo di riforma avviato dalla legge Ciampi – Visco e non si deve ignorare che esse hanno origine dal processo di privatizzazione di enti pubblici bancari.
Ne consegue che se si deve tagliare il nodo gordiano dell’attuale assetto delle fondazioni – che prevede una loro presenza, non più ritenuta ulteriormente sostenibile, nel mondo bancario -, ciò andrà fatto dando corso ora (diversamente da quanto avvenne in passato) al procedimento di puntuale ricognizione della loro originaria natura; ciò affinché le risorse recuperate dalla vendita delle partecipazioni delle ex banche pubbliche – ove di origine pubblicistica – siano devolute (almeno in parte) ai futuri processi di riduzione del debito pubblico.
E’ evidente come, in tempi di crisi del Welfare State, il completamento del processo di riforma, realizzato con le cautele tecniche sopra ricordate, potrà rilanciare il c.d. terzo settore, quello delle imprese non profit, che, in assenza di charities di tipo anglosassone, in Italia si è voluto agganciare alla vicenda della privatizzazione delle banche pubbliche.

6. Quanto poi all’eventuale ritorno delle banche pubbliche, esso non può escludersi abbia qualche senso, tant’è che non se ne ha paura in ambito anglosassone; ma naturalmente ogni scelta andrà effettuata non certo al fine di scaricare sui contribuenti i costi del salvataggio di enti decotti (peraltro dovendo ritenersi improprio ogni collegamento tra l’imposizione IMU ed i cd. Monti bond), ma solo dopo aver verificato che nel giuoco competitivo dell’economia globale ha senso dotarsi di alcuni «play­ers» di sistema.
In tal modo nessuno strumento del Krisis management è trascurato o ignorato, si ricorre alla moral suasion quando è necessario ed alla pubblicizzazione degli enti come extrema ratio, ma sempre mantenendo la vista lunga pregiudicata dall’operatività della finanza spregiudicata e da una incontrollata commistione pubblico-privato che finisce nello stesso tempo con l’asservire l’interesse pubblico e negare la logica di mercato.

 

(*) I paragrafi 1, 2, 3 e 4 sono di Francesco Capriglione, i paragrafi 5 e 6 di Giancarlo Montedoro.

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