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The Money Trap. Escaping the Grip of Global Finance. Robert Pringle. Foreword by Lord Skidelsky. Palgrave Macmillan 2012

di - 8 Gennaio 2013
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Prima della crisi globale era diffusa la convinzione che, se le banche centrali avessero stabilizzato l’inflazione nel breve termine e se i “regolatori” avessero fatto bene il loro lavoro, il sistema finanziario e l’economia nel suo complesso avrebbero preso cura di se stessi. Dopo la crisi, le banche centrali, che – nota Pringle – erano largamente responsabili di questa visione, hanno avuto successo nell’attribuirne la responsabilità a fattori quali squilibri mondiali (il surplus della Cina e un’insufficiente rivalutazione della sua moneta), una troppo lasca vigilanza bancaria, una cattiva gestione del rischio. Secondo l’autore, alla domanda: “quale bussola seguire in uncharted waters come quelle attuali”, la risposta appropriata è che la moneta stessa dovrebbe essere la bussola; ma per consentile di esserlo, cioè di servire la sua cruciale funzione sociale, una nuova costituzione monetaria internazionale dovrebbe essere adottata.
Secondo Pringle, essa dovrebbe far leva sulle impersonali, decentralizzate forze del mercato e non sullo Stato e dovrebbe includere uno standard non solo monetario, ma anche bancario e finanziario. E’ una “visione”, un’ “utopia” – dice l’autore – che vale la pena di esplorare (pp. 250-253).

Una moneta sana dovrebbe mantenere costante il suo valore in termini reali. Potrebbe essere definita come una frazione minimale del totale delle attività reali dell’economia mondiale, espresse dai titoli che le rappresentano (“equity claims on real assets in the global economy”) (p. 251). Tale frazione sarebbe la nuova unità monetaria (chiamata Ikon, “icona”, rappresentazione). Il suo valore sarebbe legato alla crescita reale dell’economia, come rappresentata dagli equity claims. Pur essendo il suo rendimento nominale pari a zero come in ogni forma di cash, questo suo rendimento reale (return on cash) la renderebbe attraente come store of value, perché risulterebbe ridotta la differenza tra il suo rendimento, legato in sostanza alla crescita dell’economia mondiale, e il rendimento reale di investimenti alternativi. Sembra quindi di intendere che in fase di espansione economica, e quindi di crescita degli equity claims, cresca anche il rendimento reale dell’Ikon, e che di conseguenza debba salire il tasso di interesse di mercato per indurre gli agenti economici ad abbandonare il cash. In tal senso – se il pensiero dell’autore è correttamente interpretato –l’Ikon opererebbe come stabilizzatore automatico.
Tale schema opererebbe attraverso un currency board – che potrebbe essere ad esempio il FMI – il quale cederebbe Ikon alle singole banche centrali che volontariamente aderiscano al sistema, contro valuta nazionale a un tasso fisso di conversione. Queste ultime cederebbero a loro volta l’Ikon al settore privato. Ikon e valute nazionali/regionali (dollaro, euro, sterlina, ecc) coesisterebbero.
Come integrare la discussione sul futuro delle banche e sulle riforme del sistema finanziario, col dibattito sul futuro del sistema monetario, come sopra delineato? L’autore individua la risposta nella conversione degli attivi bancari in investimenti in titoli detenuti da varie forme di fondi d’investimento (mutual funds). Sembra quindi che, secondo Pringle, questi fondi perderebbero la loro ragion d’essere attuale, di forme di diversificazione di un portafoglio, per divenire strumenti di cambiamento strutturale del sistema bancario. Al riguardo, l’autore riprende l’idea – recentemente avanzata da Laurence Kotlikoff (Jimmy Stewart is Dead, Wiley, 2010) – secondo cui la quantità di moneta sarebbe costituita dalla forma più liquida di questi fondi (i cash mutual funds), sui quali soltanto si potrebbero trarre assegni. I detentori di cash mutual funds potrebbero essere quindi assimilati ai depositanti; al di là di tali specifici fondi, i depositi sarebbero sostituiti da forme di partecipazione al rischio degli investimenti: gli assets dei fondi “would be direct investments in the real economy and their liabilities [would become] ‘shares’ where the risks are borne by the investor (depositor)” (p. 278). Gli agenti privati non bancari investirebbero prendendo comunque il rischio delle scelte effettuate: non più depositanti o obbligazionisti ma equity holders. Ogni intermediario non assumerebbe più posizioni in proprio, ma assumerebbe le caratteristiche di un asset manager.
Secondo una variante dello schema, citata da Pringle, che può farsi risalire a Irving Fisher (100% Money, Adelphi, 1936), ma più recentemente riproposta da Robert Litan, l’unica forma possibile di banca sarebbe una narrow bank, ove i depositi sono solo investibili in attività sicure (al limite in conti presso la banca centrale): le banche opererebbero solo come perno del sistema dei pagamenti, il “resto” essendo investimento di rischio (il rapporto Vickers nel R.U., il rapporto Liikanen nell’U.E., la “Volcker rule” negli S.U. [3] non coincidono con il radicalismo di quegli schemi, ma di esso probabilmente risentono).
Sia con i cash mutual funds sia con la narrow bank le autorità riguadagnerebbero il pieno controllo della quantità di moneta, venendo meno ogni effetto moltiplicatore dei depositi bancari. In questo senso – nota Pringle citando James Buchanan – un’anarchia hobbesiana (quale quella generata da un sistema monetario alimentato da forme private di quasi-moneta) lascerebbe posto a una moneta “costituzionalizzata”.
Diversi aspetti, come l’operatività dell’Ikon, sono lasciati dall’autore – volutamente – analiticamente indeterminati. Pringle cerca un appoggio “reale” (backing) al sistema finanziario globale, un appoggio che, nei sistemi da lui citati, era storicamente rappresentato dall’oro e poi da un dollaro convertibile. Ma egli rifiuta ogni ancora valutaria o la scelta di una commodity specifica, vedendo piuttosto tale ancora nel complesso dei titoli rappresentativi della ricchezza mondiale. Curiosamente, il tentativo più vicino, sul piano storico, di un ancoraggio siffatto potrebbe rinvenirsi nella breve esperienza della Rentenbank tedesca del 1923-24: uno strumento che ebbe successo nell’arginare l’inflazione, restituendo fiducia al sistema monetario tedesco. L’ancora fu allora rappresentata da un’ipoteca sulle terre e sulle proprietà industriali, commerciali e bancarie tedesche, basata su cessioni coattive del 4% del loro valore. Coerentemente, il bilancio della Rentenbank portava al proprio attivo tale ipoteca. Nella proposta di Pringle, dovrebbe il currency board acquistare, e mettere al suo attivo, un basket di titoli azionari nel momento in cui crea Ikon? Oppure l’Ikon sarebbe creato su base di un indice rappresentativo dei titoli, ma non attraverso un loro effettivo possesso? Le idee di riforma sono avanzate da Pringle in forme tentativa e aperta al dubbio. L’autore stesso ne sottolinea l’intento fortemente propositivo, ma anche, al momento, utopistico. Se il libro contribuirà a sviluppare un dibattito sulla centralità della moneta in ogni schema di riforma finanziaria, esso avrà raggiunto l’obiettivo che il suo autore si è prefisso.

Note

3. Come inserita nel Dodd-Frank Act del 2010.

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