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La crescita: risorse, efficienza, innovazione, ma non solo*

di - 18 Maggio 2012
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Sulla scia di Landes, tra le ragioni del primato economico di Londra Joel Mokyr ha esaltato un particolare tratto dell’Illuminismo inglese. Le parole d’ordine comuni all’Illuminismo europeo settecentesco furono ricerca, spirito critico, sperimentazione, controllo della natura, progresso. L’Illuminismo inglese avrebbe assunto un valore speciale per lo sviluppo tecnico ed economico, al servizio del benthamiano principio della massima felicità possibile. Le istituzioni pro-mercato erano parte di questo processo, ma il mutamento istituzionale non sarebbe bastato ai fini della Rivoluzione Industriale se l’Illuminismo inglese non avesse espresso una cultura pragmatica e se al sistema economico fosse quindi mancata “la spinta all’accumulo di utili conoscenze orientate agli usi pratici”[15]. Anche Deirdre McCloskey, dopo aver insistito sulle virtù generalmente borghesi in equilibrio fra l’utilitarismo individualistico della “Prudenza” e l’olismo mutualistico della “Solidarietà”, ha fatto appello alla dignità e libertà, intrecciate con l’Illuminismo, nella società britannica[16].
Cultura, Istituzioni, Politica (CIP), quali matrici della ricchezza delle nazioni, restano esposte al dubbio sollevato dal materialismo storico: l’essere il riflesso, oltre che una concausa, delle strutture dell’economia. Gli stessi sostenitori della rilevanza delle forze culturali, istituzionali e politiche ammettono gli effetti di retroazione provenienti dai rapporti di produzione[17]. È stata d’altra parte registrata anche da economisti la interazione fra sviluppo economico e valori civili. Se si diffonde, il benessere materiale rende la società più aperta, tollerante, democratica. A propria volta, i valori civili promuovono il benessere materiale, incoraggiando la creatività produttiva e l’iniziativa imprenditoriale[18]. La questione degli influssi reciproci è stata spesso affidata al metodo econometrico delle ‘variabili strumentali’.
La ricerca teorica ed empirica degli economisti sulla crescita non ha ignorato lo stimolo proveniente dagli storici a estendere l’analisi oltre le variabili economiche[19].
Con buoni risultati econometrici è stata sottoposta a verifica l’ipotesi che CIP influisca notevolmente, in via diretta o attraverso REI, sui livelli e sui ritmi dello sviluppo economico[20]. A queste evidenze statistiche hanno corrisposto tentativi di sistemazione teorica delle interazioni fra determinanti economiche e determinanti metaeconomiche dei processi di sviluppo. Nel più organico e ambizioso tra siffatti tentativi, Daron Acemoglu ha distinto “i correlati empirici della crescita, capitale fisico e umano e tecnologia”, interpretati quali mere “cause prossime”, dalle “determinanti fondamentali, i fattori che possono dare ragione del perché le società fanno scelte diverse nella tecnologia e nell’accumulazione”[21]. Nel novero di questi ultimi fattori, Acemoglu considera, oltre alla fortuna e alla geografia, cultura e istituzioni, attribuendo, alla maniera di North, particolare rilievo alle istituzioni.

2. Il caso italiano
Confortato anche da una indicazione di metodo di Luigi Pasinetti[22], ho approfondito il caso italiano articolando l’indagine, non in due, bensì in tre stadi, o strati, distinti ma poi connettibili. A una tale articolazione analitica invita l’alta varianza della performance di crescita dell’economia italiana dopo l’Unità. L’arresto e l’inversione da metà Ottocento del declino economico in atto dal Rinascimento sono scaturiti dall’affermarsi anche nella Penisola di una economia di mercato capitalistica nei decenni a cavallo del 1800. Nell’Italia unita, tuttavia, si sono poi alternate fasi di crescita e fasi di ristagno. Sono state dominate dall’andamento della produttività, più che da quello dell’accumulazione quantitativa di risorse. Nel 1900-1913 e nel 1950-1970 la dinamica della produttività è stata particolarmente sostenuta; nel 1887-1900, negli anni Trenta del Novecento e nel 1992-2012 la produttività ha ristagnato. È addirittura diminuita nell’ultimo decennio.
Queste onde nella produttività sono riconducibili all’opposto segno, positivo ovvero negativo, con cui in ciascun periodo quattro fasci di forze hanno agito, sollecitando ovvero frenando il progresso tecnico: finanza pubblica (in equilibrio, ovvero squilibrata); infrastrutture fisiche e giuridiche (adeguate, o inadeguate); concorrenza (crescente, o decrescente); dinamismo delle imprese (alto, o basso). È, questo, un secondo strato di determinanti della produttività ancora d’ordine primariamente economico, al pari del primo strato costituito da Risorse, Efficienza e soprattutto Innovazione (REI). Esse, tuttavia, in ciascun periodo, hanno a propria volta riflesso i tratti e gli sviluppi culturali, istituzionali e politici (CIP) della società italiana: un terzo strato, terra incognita per l’economista[23].
La primavera economica dell’età Giolittiana e il miracolo economico del 1950-70 videro il progresso tecnico contribuire per circa due terzi alla crescita di trend del prodotto. Quanto al secondo strato, in quei due periodi la dinamica della produttività beneficiò di una finanza pubblica in equilibrio, di infrastrutture acconce, di sollecitazioni concorrenziali di varia fonte sui produttori di manufatti, di una vivace manifestazione di imprenditorialità, estesa alle medie imprese. Quanto al terzo strato, è difficile resistere alla tentazione di collegare il contestuale, sinergico operare di questi quattro fasci di forze economiche a fattori metaeconomici: la rinnovata apertura culturale della società italiana che precedette la prima guerra mondiale e seguì la seconda; le istituzioni democratiche che allora si consolidarono o affermarono (estensione del suffragio, Costituzione repubblicana, inclusione delle masse popolari nella vita politica); la capacità della classe di governo e d’opposizione di non perdere di vista, nell’interesse generale, il progresso economico del Paese. Al contrario, una interazione fertile con le variabili metaeconomiche non è dato di riscontrare nelle fasi in cui la produttività ristagnò: nell’età di Crispi, sotto il fascismo-regime, nell’Italia dei tempi più recenti.

Note

15.  Mokyr, J., The Enlightened Economy. An Economic History of Britain, 1700-1850, Yale University Press, New Haven, 2009, pp. 9-10.

16.  McCloskey, D.N., Bourgeois Virtue in the History of P and S, in “Journal of Economic History”, 1998, pp. 297-317 e Bourgeois Dignity. Why Economics Can’t Explain the Modern World, University of Chicago Press, Chicago, 2010.

17.  North, D.C. – Thomas, R.P., The Rise of the Western World, Cambridge University Press, Cambridge, 1973; Jones, Growth Recurring cit., p. xxix; Landes, Wealth and Poverty cit., p. 517; Mokyr, The Enlightened Economy cit., p. 12.

18.  Friedman, B., The Moral Consequences of Economic Growth, Knopf, New York, 2005.

19.  Quasi un secolo dopo Max Weber un economista teorico come Michio Morishima interpretava la modernizzazione economica del Giappone anche alla luce della religiosità che avrebbe reso materialistica, gerarchica e quindi particolarmente produttiva la società nipponica (Morishima, M., Cultura e tecnologia nel “successo” giapponese, Il Mulino, Bologna, 1984).

20.  La infrastruttura sociale spiega in notevole misura attraverso REI lo scarto nei livelli di produttività di un ampio campione di paesi nell’analisi di Hall, R.E – Jones, C.J., Why Do Some Countries Produce So Much More Output than Others?, in “Quarterly Journal of Economics”, 1999, pp. 83-116.

21.  Acemoglu, D., Modern Economic Growth, Princeton University Press, Princeton, 2009, pp. 19-20, p. 111, Cap. 4 ed Epilogue.

22.  L’indicazione consiste nel muovere da “una teoria che resti neutrale rispetto all’organizzazione istituzionale della società”, assumendo che “lo studio dei problemi associati a particolari istituzioni possa essere introdotto in una fase successiva” (Pasinetti, L.L., Dinamica strutturale e sviluppo economico, UTET, Torino, 1984, p. 28).

23.  Ciocca, P., Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia, 1796-2005, Bollati Boringhieri, Torino, 2007; Interpreting the Italian Economy in the Long Run, in “Rivista di Storia Economica”, 2008, pp. 241-246; Centocinquant’anni: per una ‘teoria della storia economica’ d’Italia, in “Rivista di Storia Economica”, 2012, pp. 9-25.

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