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Assicurazione e crescita

di - 22 Marzo 2012
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Al tempo stesso, l’assicurazione frena lo sviluppo economico se abbassa la propensione al risparmio e quindi l’accumulazione di capitale e se deresponsabilizza gli assicurati inducendoli a comportamenti imprudenti e inefficienti.
Quando il segno delle forze in campo è incerto, come in questo caso, solo l’indagine empirica può accertare quale sia l’effetto netto, se positivo o negativo.
Non disponiamo di analisi econometriche esaustive sul legame fra crescita e assicurazione nel caso italiano. Abbiamo però analisi anche econometriche sull’esperienza di crescita tout-court dell’economia italiana lungo i 150 anni dall’Unità. Nell’insieme, esse dicono che produttività, innovazione, progresso tecnico e infrastrutture “immateriali” sono più importanti nel promuovere la crescita della quantità di risorse – capitale e lavoro – applicate alla produzione. Vale quindi anche nel caso italiano il risultato secondo cui il “residuo di Solow” – i fattori qualitativi – spiegano il 60 per cento della varianza nei tassi di crescita del Pil fra paesi, e che “solo” il 30 per cento è attribuibile all’incremento dello stock di capitale, fisico e umano. Secondo i miei calcoli, quel 60 per cento diventa 70 per cento in Italia nelle due fasi di più rapido sviluppo dell’economia italiana, l’età di Giolitti (1900-1913) e il “miracolo economico” (1950-70). I servizi assicurativi sono nel “residuo”, tra i fattori quantitativi da cui soprattutto dipende la crescita.
Per quanto riguarda il legame tra crescita e finanza (comprensiva della intermediazione finanziaria svolta dalle imprese assicurative, in specie come offerenti protezione nel mercato del rischio), dall’analisi econometrica emerge in generale che il progresso quantitativo e qualitativo della finanza può arrivare a innalzare anche di un punto percentuale il tasso di crescita del Pil pro-capite. Dai miei calcoli ad esempio risulta che la trasformazione profonda avvenuta nel sistema finanziario italiano tra il 1980 e il 2000 ha contribuito per 0,3 punti percentuali, lungo ben 20 anni, a una crescita del Pil pro-capite del Paese che sarebbe stata altrimenti inferiore all’1 per cento l’anno, cioè ancora più mediocre di quanto in realtà è avvenuto.
Su scala internazionale, l’effetto positivo della finanza sulla crescita risulta meno percettibile dagli anni Novanta (Rousseau-Wachtel, 2005). Ciò non si riscontra per l’Italia, quando si dà rilievo al ruolo delle assicurazioni come intermediari finanziari. Nel caso italiano i test di causalità di Granger hanno apprezzato un nesso causale fra assicurazione e crescita che nel 1961-1996 va in entrambe le direzioni (Ward e Zurbruegg, 2000).
Al tempo stesso uno studio più recente su 29 paesi europei – fra cui l’Italia – relativo al 1992-2004 ha offerto una conferma, ma solo debole, del sostegno dell’assicurazione alla crescita (Haiss-Sümegi, 2006).
Da un altro studio su un più ampio campione di paesi, sviluppati e in via di sviluppo, è risultato che l’assicurazione danni influisce positivamente sulla crescita di entrambe le categorie di paesi, mentre l’assicurazione vita ha effetto positivo solo sulla crescita delle economie più avanzate (Arena, 2006).
Se davvero manca, sarebbe preziosa una analisi specifica sul legame fra crescita e assicurazione nella storia economica italiana, ben distinguendo il contributo più propriamente assicurativo dal contributo di intermediazione finanziaria offerto dall’industria dell’assicurazione.
Questa analisi potrà utilmente prendere le mosse dal volume curato da Garonna, che fornisce un quadro storico/istituzionale esauriente dell’industria assicurativa italiana in età contemporanea.

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