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Il malfunzionamento della democrazia francese all’origine della mancanza di libertà economica.

di - 30 Novembre 2011
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L’unico ente che ha davvero i mezzi per controllare la spesa e le politiche pubbliche è indipendente dal Parlamento, ma dovrebbe, attraverso il controllo della spesa, essergli d’ausilio: si tratta della Corte dei Conti, la quale redige rapporti, molto spesso molto buoni. Ma essa non ha alcun potere. Purtroppo alcuni di questi rapporti talvolta non sono resi pubblici, e la maggior parte di essi rimane nei cassetti o sulle scrivanie di alcuni ministri: il Parlamento, che ha il potere, ma non i mezzi, quasi non ricorre ai suoi rapporti, incomprensibilmente. La separazione di un ente (Corte dei Conti), che ha i mezzi per controllare e contenere efficacemente la spesa pubblica, ma non il potere, dall’ente (Parlamento) che ha il potere, ma non i mezzi, ci conferma con certezza che la spesa pubblica non potrà essere ridotta.
In ogni caso, i rappresentanti rappresentano realmente la nazione? Se ne può dubitare. Durante lo scorso mandato dell’Assemblea Nazionale (2002-2007), oltre il 50% dei rappresentanti erano o dipendenti pubblici o si mantenevano grazie a fondi pubblici. La cifra era del 72% per il partito socialista! (Verdier-Molinier, 2011:100). Quando i rappresentanti della collettività di fatto sono rappresentanti dell’amministrazione, ci si può chiedere come il Parlamento possa svolgere il proprio lavoro. Tanto più che l’amministrazione stessa è diventata una vera e propria lobby.

Dipendenti pubblici: la più grande lobby francese
L’irrazionalità nella struttura degli enti che dovrebbero controllare la spesa pubblica fornisce un buon ritratto della irrazionalità della stessa amministrazione. Infatti, a dispetto degli sforzi fittizi di valutare e controllare, e a dispetto dell’impiego di fondi pubblici per sviluppare (per finta) un sistema di valutazione (uno spreco di denaro dei contribuenti), tutto in realtà mira ad impedire la valutazione e il controllo: la casta dei funzionari semplicemente odia pensare che si possa dubitare che essa non stia facendo del proprio meglio per servire la collettività.
Mentre il decentramento avviato nei primi anni ottanta avrebbe dovuto contribuire a ridurre l’enorme numero di dipendenti delle amministrazioni centrali, il loro numero in realtà… è aumentato del 14% tra il 1980 e il 2007. Il numero dei dipendenti pubblici per 100 francesi è di 8, mentre la media è 5 in Germania e nel Regno Unito. Quasi un lavoro su 4 è nel “pubblico settore”. Tra il 1980 e il 2007, mentre la popolazione è cresciuta del 18%, il numero dei dipendenti pubblici è aumentato del 36%. Nel governo locale l’incremento è stato del 71% ma nel quadro del decentramento. Eppure, come detto prima, esso non è stato compensato da un calo dei dipendenti delle amministrazioni centrali. Negli ospedali il numero di dipendenti è cresciuto del 54% (Corte dei Conti, 2010).
Che i funzionari di alto rango siano addestrati presso la École Nationale d’Administration può costituire un problema. Certamente ciò consente a funzionari statali di essere formati in un modo che si presume adeguato per la loro missione. Ma la formazione della Scuola è molto statalista, giacobina, macroeconomica ecc. Non c’è grande interesse verso la logica imprenditoriale e la libertà di iniziativa economica “anarchica”: lo spirito dell'”amministrazione” deve prevalere. Si può immaginare l’impatto sull’amministrazione del paese, quando l’80% delle posizioni direttive e il 40% del personale del Ministero delle Finanze, il 71% del personale dei gabinetti ministeriali, ma anche una buona parte del personale dell’Eliseo (50%) provengono dall’ENA (nel 2010, Verdier-Molinié, 2011:105).
Nella politica francese i funzionari pubblici tendono a occupare l’arena politica. Questo non risulta sorprendente, in quanto essi hanno il vantaggio di poter godere dell’aspettativa dalla propria amministrazione, se vogliono correre per le elezioni (e di essere reintegrati se perdono le successive elezioni), il che non è consentito a coloro che provengono dal settore privato. C’è dunque una “funzionarizzazione” della politica, una tendenza non molto salutare.

Uno stato sociale conservatore
È anche importante comprendere le radici dello Stato sociale francese per capire le difficoltà nella realizzazione delle riforme. Come documentato da Algan e Cahuc (2008), il modello dello Stato sociale attuale è stato plasmato durante la seconda guerra mondiale sotto il governo di Vichy. È interessante notare che questo modello è agli antipodi degli ideali della Rivoluzione francese proclamati durante la “Notte del 4 agosto” con la soppressione del privilegi. Non c’è da stupirsi che i suoi risultati, inoltre, producano l’effetto opposto rispetto al motto francese “Liberté, Égalité, Fraternité”. In realtà esso ha distrutto tutti e tre. Questo modello è non social-democratico, ma conservatore, con grandi  influenze dell’epoca pre-rivoluzionaria.
Mentre le social-democrazie insistono sull’uguaglianza, le nozioni di status e distinzione sono cruciali per il modello conservatore francese. La quantità e la qualità dei sussidi distribuiti dallo Stato sociale dipendono dallo status. È quindi un modello corporativo, che ricorda le corporazioni dell’Ancien Régime, con una molteplicità di regimi diversi per i diversi status e una profonda disuguaglianza in termini di sussidi ricevuti rispetto ai contributi corrisposti. Di qui il numero record di regimi pensionistici. Questo tipo di sistema genera un’opacità tra i diversi regimi e status. Dal momento che questo sistema è incardinato in uno Stato molto centralizzato e interventista, questa disuguaglianza di status genera diffidenza tra gruppi di diversi status.
Ogni gruppo difende poi i propri privilegi, a scapito di altri – e in genere in nome della “solidarietà”. Questa sistema corporativo-statutario, nel contesto di uno Stato centralizzato, è il peggior approccio al “dialogo sociale” – in effetti non ci può essere alcun dialogo pacifico e aperto quando ognuno diffida dell’altro. Nel contesto della riduzione della spesa pubblica, è quindi difficile avere un dibattito razionale su quali segmenti dell’amministrazione dovrebbero essere prioritariamente tagliati, ed è difficile costruire il consenso su questo problema. E tuttavia, la costruzione del consenso è a volte necessaria, quando devono essere attuati drammatici tagli.

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