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La salute del Servizio Sanitario Nazionale: ApertaContrada intervista Claudio De Vincenti alla ricerca dei sintomi, della diagnosi e delle possibili terapie

di - 28 Ottobre 2011
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Ci sono una serie di prestazioni in relazione alle quali è possibile immaginare uno spazio, anche non irrilevante, lasciato alla componente privata della spesa. Riguardo all’Italia, stiamo parlando di qualcosa come 27 o 28 miliardi di euro: circa 1/5 della spesa sanitaria complessiva è sostenuto direttamente dai cittadini. Il punto è come organizzare al meglio questo spazio, come rafforzare la capacità di scelta e il potere di mercato dei pazienti rispetto agli erogatori dei servizi. Da questo punto di vista, un sistema di fondi sanitari integrativi, con una componente assicurativa mutualistica (dal momento che non parliamo solo di fondi con un impianto essenzialmente di tipo assicurativo, quali le casse professionali, ma anche dei fondi mutualistici, come le mutue territoriali) può svolgere un ruolo fondamentale nell’organizzare il lato della domanda e, quindi, nel rafforzare la capacità di scelta e di contrattazione dal lato dei pazienti, che al momento, in presenza di una spesa privata di tipo out of pocket, si ritrovano completamente disarmati dinnanzi al potere di mercato degli erogatori (medici e così via). E’ mio parere che su questo terreno un ruolo dei fondi sanitari integrativi ci sia e, quindi, condivido sia la scelta della riforma Bindi di aprire uno spazio in tal senso sia l’ulteriore intervento del ministro Turco con il quale si è cercato di dare una svolta a una situazione di impasse. I fondi sanitari integrativi, così come erano stati definiti dalla riforma Bindi, i cd fondi doc di cui lei parla, non riuscivano, infatti, a decollare. Chiarire le ragioni dell’insuccesso dei fondi doc ci porta all’altro problema da lei evidenziato, alla luce del quale si spiega l’intervento del ministro Turco. I fondi doc non decollavano perché nelle forme doc prevalgono i trattamenti difficilmente assicurabili, che lei mette in luce alla fine della sua domanda, e cioè l’odontoiatria e quei trattamenti su cui, in generale, è più difficile diversificare il rischio. L’intervento del ministro Turco è stato quello di consentire ai fondi non doc, che coprono un insieme più ampio di prestazioni e quindi diversificano meglio il rischio, di accedere allo stesso trattamento di vantaggio fiscale previsto per i fondi doc, a condizione, però, che tra le loro prestazioni, almeno una certa percentuale, per ora in modo sperimentale fissata al 20%, sia dedicata a odontoiatria e non autosufficienza, cioè a quella parte che il Servizio sanitario nazionale ha difficoltà a garantire a tutti attraverso i LEA. Sostanzialmente la ratio è stata quella di spingere a diventare sempre più integrativi i fondi che ancora non lo erano. Però stiamo attenti perché per poterli spingere in quella direzione è stato comunque necessario consentire loro una diversificazione del rischio anche su altre attività. Dove potrà arrivare quella percentuale relativa all’aspetto integrativo? Io penso che può andare oltre il 20%. Il 20% è stato fissato per cominciare a capire se il sistema poteva funzionare. Si tratta di vedere adesso come funzionerà. Fin dove può arrivare non sono in grado di dirlo ma penso che possa andare abbastanza oltre quella soglia. Il che significa che a quel punto avremo almeno una parte di sanità integrativa che comincia a funzionare e a organizzare il lato della domanda, per esempio per prestazioni odontoiatriche, in modo più robusto di oggi. Tutto quello che ho detto ha un senso, però, se concepito all’interno di un sistema sanitario nazionale con ampia copertura pubblica universalistica, dove i fondi sanitari coprono una fascia di rischi particolare e, comunque, non si devono sobbarcare l’intero ventaglio di rischi sanitari. Relativamente alla critica che fa Elena Granaglia sulla questione della difficile assicurabilità di odontoiatria e non autosufficienza a causa dell’insufficiente diversificazione del rischio, la mia risposta è che non è un caso che per ora la quota minima di tali servizi è limitata al 20%. Potremo spingerci, come dicevo prima, più avanti ma non credo che potremo dire che i fondi possano ricomprendere solo queste prestazioni perché in tal caso non ci sarebbe sufficiente diversificazione del rischio. Poi verrò all’ultima domanda che è molto importante sul fondo per la non autosufficienza. Mi preme, però, dapprima soffermarmi sulla questione dei ticket che lei solleva qui. Io non sono favorevole a mettere i ticket dentro le spese rimborsabili dei fondi sanitari integrativi proprio per quello che lei dice, ovvero perché i ticket hanno una funzione di contenimento dell’azzardo morale. In altre parole, io concepisco essenzialmente i ticket non come forma di finanziamento del sistema ma come forma di contenimento dei comportamenti irresponsabili in parte dei pazienti ma in parte anche dei medici. Noi non ci pensiamo, ma quando mettiamo il ticket sui farmaci, il medico di base che ha di fronte il paziente che gli dice “quanto mi fa spendere?” ci pensa un po’ di più prima di eccedere in prescrizioni. Il ticket è un moderatore dei consumi che agisce nel rapporto medico di base – paziente. Io credo che questa funzione dei ticket sia positiva, e che, in particolare per quanto riguarda le prestazioni farmaceutiche, si rivelino necessari, laddove concepiti in una logica di contenimento del fenomeno di azzardo morale; proprio per questo non ammetterei il rimborso attraverso i fondi sanitari integrativi, rimborso che snaturerebbe la loro funzione. Quindi, secondo me, questo è un punto che andrebbe corretto: io personalmente sono per togliere i ticket dalle spese rimborsabili dei fondi sanitari integrativi. Per quanto riguarda, infine, la questione della non autosufficienza, io credo che lei e Elena Granaglia abbiate in parte ragione, nel senso che non possiamo pensare che la non autosufficienza possa essere risolta solo dai fondi sanitari integrativi.

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