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La teoria economica dominante e le teorie alternative*

di - 14 Aprile 2011
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Le critiche di Keynes e Sraffa alla teoria neoclassica
Nel corso del Novecento alla teoria neoclassica sono state mosse due critiche radicali, da parte di Keynes e di Sraffa. Da parte di Keynes (con la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936) circa il ruolo della moneta nel processo economico e circa le determinanti del livello della produzione e dell’occupazione. Da parte di Sraffa (con Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, 1960) circa la teoria del valore e della distribuzione.
Le strategie di Keynes e di Sraffa sono diverse. Keynes mette in discussione le premesse stesse della teoria neoclassica, e dunque le sue conclusioni. La critica di Sraffa mette in discussione la logica della teoria neoclassica, e ne mette in luce la mancanza di generalità. Le scelte di Keynes e di Sraffa sono diverse anche per quanto riguarda il linguaggio: Keynes sceglie il linguaggio ordinario, Sraffa il linguaggio matematico.

Keynes: l’incertezza
Per Keynes l’economia in cui viviamo non è un’economia cooperativa, come vorrebbe la teoria neoclassica; ma è una economia monetaria di produzione, un’economia in cui la moneta ha un ruolo essenziale. Keynes non era un bolscevico (come sostenne L. Einaudi), tuttavia, circa il ruolo della moneta, fa propria una tesi marxiana; secondo la quale la natura della produzione nel mondo reale non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo M – D – M′, cioè inteso a scambiare contro denaro una merce al fine di ottenere un’altra merce. Questa può essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari: che dal denaro si separa in cambio di una merce al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo D – M – D′.
Per Keynes l’importanza della moneta dipende essenzialmente dal fatto che le nostre decisioni sono prese in condizioni di conoscenza limitata e non di conoscenza perfetta, in condizioni di incertezza e non di certezza. In condizioni di conoscenza incerta, «per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro. Sebbene questo nostro atteggiamento verso la moneta sia esso stesso convenzionale o istintivo, esso opera, per così dire, a un livello più profondo delle nostre motivazioni. Esso subentra nei momenti in cui le più superficiali, instabili convenzioni si sono indebolite. Il possesso della moneta calma la nostra inquietudine, e il premio che noi pretendiamo per dividerci da essa è la misura dell’intensità della nostra inquietudine».
Di qui la possibilità che la moneta venga impiegata non soltanto come strumento utile per effettuare gli scambi, ma che venga domandata anche a fini speculativi. Ciò avrà conseguenze sul livello del tasso di interesse; e il tasso di interesse è una delle determinanti degli investimenti. L’altra determinante delle decisioni di investimento sono le aspettative, da parte degli imprenditori, circa la redditività futura dei nuovi investimenti che essi hanno in animo di fare; e anche tali decisioni vengono prese in condizioni di incertezza. Sarà dunque possibile che la domanda per investimenti non sia quella che sarebbe necessaria, al fine di determinare il pieno impiego della capacità produttiva disponibile nell’economia e dunque la piena occupazione.
Questa insufficienza di domanda, per Keynes, non è una possibilità remota; al contrario, gli animal spirits degli imprenditori possono far sì che il sistema economico in cui viviamo resti in una condizione cronica di attività subnormale per un periodo considerevole, senza una tendenza marcata né verso la ripresa né verso il collasso completo: «una situazione intermedia, né disperata né soddisfacente, è la nostra sorte normale». Ecco il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza; e ecco la necessità di un intervento dello Stato, se del sistema economico in cui viviamo si vogliono eliminare i difetti principali, la disoccupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito.

Sraffa: il ritorno ai classici
Anche nel caso di Sraffa, è il sottotitolo che conta: Premesse a una critica della teoria economica. L’intento di Sraffa, e il suo risultato, è di emendare la teoria classica delle sue imperfezioni, così da farne fondamento inattaccabile di una critica della teoria moderna; una critica che perciò consenta di esibire la rinnovata teoria classica come la sola teoria analiticamente ineccepibile del valore e della distribuzione. Forse in nessun altra disciplina può capitare che vecchie teorie, sommerse e dimenticate, possano essere riproposte come più potenti e solide di quelle moderne.
A questo fine Sraffa riprende il punto di vista degli economisti classici, la loro rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare, in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria moderna di un corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di consumo’. Su questa base Sraffa dimostra in maniera logicamente ineccepibile l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo.
L’armonia distributiva postulata dalla teoria neoclassica non è dimostrabile: non esiste nessun livello “naturale” del salario, e non esiste nessuna configurazione “di equilibrio” nella distribuzione del prodotto sociale. Le quote distributive non sono univocamente determinate, poiché non dipendono soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, ma anche dai rapporti di forza tra lavoratori e capitalisti e da circostanze esterne alla sfera della distribuzione, quali le variabili monetarie e finanziarie.

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