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L’avvocatura di fronte ai diritti umani

di - 24 Dicembre 2010
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Accanto alla partecipazione alla funzione giurisdizionale, la difesa dei diritti fondamentali attraverso la professione si apre a prospettive nuove e ulteriori, in una società globalizzata come la nostra. L’avvocato, nel suo ruolo di consulenza – oggi sempre più in espansione – può contribuire al raccordo necessario della dimensione economica e di mercato con quella della società civile; deve essere consapevole che alla difesa specifica dei diritti del cliente si lega, inevitabilmente, quella delle libertà fondamentali e dei diritti civili, politici, economici e sociali di tutti; deve aver sempre presente la necessaria reciprocità fra i diritti fondamentali e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
In altri termini, il contributo dell’avvocatura alla difesa dei diritti umani non può limitarsi a contribuire alla loro effettività nel caso specifico. Deve investire necessariamente anche la loro indivisibilità e universalità e farsi coinvolgere da esse, perché la dignità della persona non tollera alcuna area “scoperta” e priva di tutela.
Accanto alla estensione e al contenuto della difesa, si amplia il novero dei soggetti interessati ad essa. L’assistenza e difesa del singolo cliente costituiscono l’oggetto specifico del rapporto professionale; ma vengono in considerazione anche gli altri soggetti, su cui inevitabilmente ricadono le conseguenze e gli effetti di quell’assistenza e difesa. In parole semplici, occorre tener presenti anche i loro diritti umani fondamentali, oltre a quelli del proprio cliente: soprattutto quelli dei soggetti più deboli, quindi più esposti alle logiche di prevalenza del potere, della tecnica, del mercato e del profitto.
Infine, la indivisibilità e la universalità dei diritti umani propongono un ampliamento anche nel modo di esercitare la professione.
L’avvocato, attraverso la specifica domanda di tutela, nel caso singolo, ha storicamente offerto e può continuare ad offrire un contributo significativo alla “creazione” dei “nuovi” diritti umani, grazie ai meccanismi del multilevel e delle fonti giurisprudenziali.
Inoltre, l’avvocato e l’avvocatura hanno dato e possono e devono continuare a dare un contributo altrettanto importante alla formazione di una cultura dei diritti umani e, prima ancora, ad agevolare la loro conoscenza da parte dei titolari ignari, soprattutto quelli più deboli. Ed è appena il caso di ricordare quanto una simile cultura e conoscenza siano importanti oggi, in una società sempre più multietnica e multiculturale, ma sempre più intollerante.
Infine, la professione consente di valorizzare la mediazione – accanto alla difesa classica e alla consulenza preventiva – come via significativa per rendere effettivamente accessibili a tutti quei diritti, in un contesto che è certamente di rischio per i loro “titolari deboli”, di fronte ai vari poteri forti (da quelli politici a quelli economici, a quelli dell’informazione e così via). Ciò si traduce nell’esigenza di una concreta attenzione alle indicazioni del codice deontologico dell’avvocato europeo; così da riscoprire il ruolo tradizionale di una professione liberale come l’avvocatura, nella tutela dei diritti dell’uomo, e da renderlo attuale di fronte alle prevaricazioni di quei poteri.

6. La riflessione sull’ampliamento della professione – della sua estensione “geografica”, del suo contenuto, dei soggetti interessati ad essa e del suo modo di esercizio – apre la via ad una serie di conseguenze assai importanti a proposito della c.d. responsabilità sociale dell’avvocato, del “giusto processo”, della deontologia, della formazione professionale. Temi, questi – già approfonditi a livello nazionale ed europeo dalla parte più sensibile ed attenta dell’avvocatura – ai quali posso soltanto far cenno nella mia riflessione, rinviando al documento di lavoro congressuale.
La responsabilità sociale è parte integrante della professione, sul piano di principio e deontologico. L’impegno alla difesa dei diritti umani e il dovere che ne nasce verso la collettività si traducono in una responsabilità sociale verso gli altri, oltre che verso il cliente: il dovere di rispettare i diritti fondamentali anche di chi non è coinvolto nel rapporto professionale, ma ne subisce i riflessi (cfr. il preambolo del codice deontologico dell’avvocato europeo del CCBE, 1998).
Non è sufficiente – ancorché sia necessario e fondamentale – il rispetto delle regole e delle procedure, circoscritto al rapporto che ha ad oggetto la prestazione professionale. Occorre valutare le conseguenze delle scelte professionali tenendo conto che, accanto agli interessi del cliente, possono essere in gioco anche i principi e i diritti umani altrui. Ciò non vuol dire “funzionalizzare” al perseguimento di fini sociali la professione, che è e resta una, anzi la prima professione liberale; ma – al pari di quanto si verifica, mutatis mutandis, per la responsabilità sociale dell’impresa – significa valorizzare l’art. 41 Cost. anche a proposito della professione: rifiutando però decisamente qualsiasi pretesa, più o meno surrettizia, di trasformarla per tale via in un “servizio”, nella logica di impresa.
Si tratta di raccogliere l’indicazione dell’art. 41 e prima ancora quella dell’art. 3 della Costituzione per la tutela della dignitˆ umana come limite in negativo, oltre che come obiettivo in positivo della professione. In una prospettiva nuova rispetto a quella tradizionale della deontologia forense, il riferimento alla pari dignità sociale è importante come espressione riassuntiva di tutti i valori costituzionali: dalla salvaguardia della dignità della professione (tradizionale), alla tutela della dignità del cliente, all’impegno per la pari dignità sociale di tutti.
Quanto al “giusto processo”, è evidente la sua centralità nel dibattito sul ruolo dell’avvocatura nella difesa dei diritti umani, dato che quest’ultima trova nella assistenza giudiziaria il suo momento più significativo e tradizionale, anche se non esaustivo (tanto meno oggi).

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