Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

Alcune riflessioni di Emilio Giardina

di - 17 Agosto 2010
      Stampa Stampa      Segnala Segnala

4. Stefano Gorini presenta un contributo che è insieme l’applicazione dell’approccio del razionalismo critico al tema del rapporto tra economia ed etica, e un manifesto dell’uomo laico. Al quale manifesto, da parte mia, mi sento di aderire. Mentre qualche perplessità nutro circa la sua posizione in ordine alla distinzione tra giustizia morale e giustizia sociale. Perplessità forse generata da una mia non perfetta comprensione del suo pensiero.
Egli premette la distinzione tra i concetti di libertà morale e di libertà sociale. Il primo definito in termini dell’esperienza personale dell’individuo circa la sua coscienza e autocoscienza. Il secondo in conformità all’impiego fattone nelle scienze sociali, nelle dimensioni di libertà sociale negativa, cioè come libertà di azione, e libertà positiva, vale a dire possibilità di partecipazione alle istituzioni politiche.
Da questa distinzione fa discendere quella tra giustizia morale e giustizia sociale, la prima definita in termini di valori morali e la seconda in termini degli interessi. E quest’ultima per comodità di analisi circoscrive alla giustizia economica.
In questo campo viene presa in considerazione dapprima la giustizia commutativa, i cui canoni per essere soddisfatti richiedono condizioni di concorrenza perfetta, e quindi assenza di poteri di estrarre rendite nei rapporti interpersonali. Quando si tratta di beni pubblici, per i quali occorre l’esercizio della coercizione, le richiamate condizioni sono realizzate dalle soluzioni alla Lindahl.
Passando alla giustizia distributiva, Gorini ne precisa l’essenza con i contenuti egualitari. Eguaglianza in termini di benessere. Ma benessere che va concepito non come quantità di utilità o felicità misurabile oggettivamente, e suscettibile di comparazioni interpersonali, bensì nella sua vera natura che coinvolge gli interessi comportamentali dell’individuo, cioè le sue azioni e le sue scelte, assunte come strumenti utili per conseguire altri fini. Per cui ogni definizione empirica di eguaglianza va basata su cose e fatti del mondo naturale esterni all’individuo e non alle sue condizioni interne di carattere psicologico o mentale.
A questo proposito l’autore tiene a sottolineare che ogni concetto coinvolto appartiene al dominio dell’utile, degli interessi, e non interpella valori morali. La giustizia morale entra in gioco solo quando non si evitano condizioni, regole, comportamenti che causano sofferenze alle persone, soprattutto a quelle più svantaggiate, sofferenze che le umiliano ingiuriando in ciascuno la propria autostima, che è l’essenza del concetto morale di libertà-indipendenza. Concetto che nella prima parte del suo scritto Gorini analizza a fondo, e che qui per ovvie ragioni di tempo non ho avuto la possibilità di richiamare, non dando compiuta espressione alla ricchezza della sua riflessione.
Le mie perplessità in ordine alle sue conclusioni, o forse è meglio dire: gli interrogativi che mi hanno fatto sorgere, riguardano una certa ristrettezza che mi pare di scorgere circa i confini del mondo morale da lui fissati. E voglio esprimermi in termini di esempi. Il fenomeno dei super bonus di cui si sono appropriati tanti manager, le cui società di appartenenza erano sull’orlo del fallimento, o quelli che in simili condizioni sono state salvate dall’intervento pubblico, ebbene questo fenomeno interpella i miei sentimenti morali, ancorché non si tratti di un fenomeno che coinvolga valori di libertà-indipendenza. E li interpella anche un altro fatto domestico, di più contenuta rilevanza, vale a dire l’abolizione dell’ICI sulle prime case dei più ricchi, la mia compresa.
Gorini probabilmente mi richiamerà alla coerenza nella formulazione dei miei giudizi. Se accetto, come ho detto, i suoi punti di partenza in ordine al razionalismo critico, le conclusioni non possono che essere quelle da lui prese. Se è così, questo mi rende perplesso, e mi stimola a una ulteriore riflessione.
Stefano non manca di precisare che le valutazioni in materia di giustizia morale riguardano anche i territori diversi dall’economia. E in questa prospettiva considera la ricerca sugli embrioni, prendendo in esame anche la possibilità che si intervenga sul genoma dei nascituri modificandone ancorché ai fini di miglioramento genetico le condizioni naturali di identità-indipendenza. E per questa ragione sembra condividere la posizione di Habermas secondo cui queste manipolazioni vanno proibite.
Anche a questo proposito mi sono posto alcuni interrogativi. L’uomo con i suoi interventi sull’ambiente ha da sempre modificato per vie esterne il corso dell’evoluzione naturale della specie, e per l’appunto si parla dell’evoluzione culturale come di un fattore fondamentale di correzione di tale corso. Oggi per il bene o per il male si prospetta la possibilità di intervenire per vie interne, cioè direttamente sul genoma. L’atteggiamento restrittivo che mi sembra Gorini assuma, riguarda non solo le possibili scelte fatue di genitori che ad esempio desiderano figli con gli occhi azzurri, ma se ho capito bene anche il caso di malattie genetiche gravi, quale ad esempio la corea di Huntington, che porta ad una morte precoce, la cui data la lettura del genoma consente oggi di conoscere con precisione. Se i genitori vengono a conoscere il difetto genetico è meglio distruggere l’embrione ovvero, se possibile, manipolare il gene responsabile della malattia? Gorini richiama l’argomento per riaffermare che non è necessario ricorrere alla morale non secolare per risolvere questi problemi. Condivido, ma non mi sembra che la bussola per orientarsi in questo difficile terreno possa essere la considerazione che un intervento sul genoma interferisce con la condizione di libertà-indipendenza dell’individuo che viene a nascere.

Pagine: 1 2 3 4 5 6


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Via Arenula, 29 – 00186 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy