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Alcune riflessioni di Emilio Giardina

di - 17 Agosto 2010
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B. e E. concludono il loro saggio mettendo in luce che mentre gli economisti possono studiare come lo scambio nel mercato viene a trasformare le diverse preferenze in un insieme comune di valori relativi dei beni, questo non è consentito ai filosofi. Perché essi specificano i valori in termini di ciò che è permesso e di ciò che non è permesso. Così anche ad ammettere ad esempio che giustizia e libertà possano essere specificate in termini di “più o meno”, resta il problema che questi valori hanno i connotati dei beni pubblici, cioè i relativi rapporti devono essere accettati da tutti, richiedono un consenso generale. Non ho riflettuto abbastanza su questo argomento per permettermi di dare un suggerimento. Ma uno spunto di riflessione sì. Che riguarda il modo in cui quello che mi sembra un analogo problema viene affrontato dai giuristi che accettano il positivismo inclusivo nel senso prima precisato. Cioè il problema del bilanciamento che in sede di giudizi di costituzionalità delle leggi viene fatto tra i principi e quindi i valori enunciati nella Costituzione. Con un giurisprudenza che se non si può dire che raccolga il consenso di tutti, dobbiamo ritenere che esprima la valutazione contenuta nel patto costituzionale. Si tratterebbe certamente di una soluzione che differisce da quella che il mercato concorrenziale offre per i beni privati. Ma è una soluzione che determina un assetto simile a quello che un approccio del tipo costituzionale-contrattualistico alla Buchanan presenta per i beni pubblici.

3. Anche il contributo di Buchanan al libro, come del resto ogni suo scritto, stimola diverse riflessioni. Buchanan prende in esame il fenomeno dei rendimenti crescenti, considerati nell’ottica del modello di Adam Smith, e non in quella del modello marshalliano, in cui il fenomeno è dovuto alle economie di scala dipendenti dalla riorganizzazione dell’industria ai fini dello sfruttamento delle economie esterne. Nel modello di Smith i rendimenti crescenti nascono per il fatto che si determina un processo di allargamento della dimensione del mercato e quindi di crescita della specializzazione: all’origine si pongono le scelte duali degli individui e delle famiglie che si inducono ad offrire crescenti unità di input, e destinano i rendimenti così ricavati alla domanda di nuovi output. È questo nesso offerta-domanda che sta alla base della crescita della specializzazione, e quindi del valore aggregato del mercato.
Il fenomeno sottolinea Buchanan ha un contenuto etico in quanto la scelta iniziale degli individui di accrescere l’offerta degli input non è determinata come nel modello marshalliano dalla pressione della concorrenza sulle imprese e dalla necessità di queste di sopravvivere massimizzando i profitti. Bensì dall’influenza dell’ethos culturale di chi partecipa al mercato, ethos che può anche essere collegato, ma non necessariamente, alla virtù Puritana del lavoro, del risparmio, dell’investimento produttivo e della correttezza.
Questa sintesi del pensiero di Buchanan non ne rende adeguatamente la ricchezza dell’argomentazione, che il lettore può gustare scorrendo lo scritto. Ma il tempo è tiranno, e sono costretto a riservarlo ad alcune riflessioni che il saggio suscita. La prima riguarda un argomento che formò oggetto di una discussione tra Rawls e Musgrave quando fu pubblicata “Una teoria della giustizia”, vale a dire il ruolo del tempo libero. Nel nostro caso il tempo libero può entrare in gioco in quanto anch’esso può costituire una virtù dettata dall’ethos culturale della società, così come la virtù del lavoro nello schema di Buchanan. A fronte della corsa all’arricchimento, spesso ad ogni costo, che riscontriamo nel mondo contemporaneo, della pressione stressante all’accrescimento del valore dell’impresa che induce diversi manager a non chiudere occhio per il sonno, della spinta coercitiva al consumo imposta anche da una pubblicità senza limiti, a fronte di tutto questo possiamo evocare il comandamento religioso “santificare le feste”, il valore che l’otium aveva nella società della Roma classica, il tempo gratificante della lettura e della riflessione, l’ethos della frugalità, e così via.
Buchanan non manca di osservare che la crescita del valore aggregato del mercato può essere condannata in alcuni sistemi etici, e accenna in proposito alle dimostrazioni anti-globalizzazione; e aggiunge che l’atteggiamento critico per ragioni morali nei confronti dell’allargamento del mercato può riguardare singoli beni o servizi, come avvenne negli Stati Uniti nel caso degli alcolici. Ma dichiara che il suo scritto non è il luogo per discutere circa la cultura contraria alle interazioni di mercato, essendo sufficiente ai fini di tale scritto che ci si mantenga in un quadro che valuti positivamente lo sviluppo economico come usualmente misurato. Voglio osservare che si può condividere questo quadro, e ciò nonostante non condividere il valore etico di ogni direzione di espansione del mercato. Così posto, il problema rimanda a quello dei limiti dell’intervento pubblico nell’economia, compresi i limiti di carattere etico, che merita ben altri approfondimenti, che qui non sono possibili.
C’è un altro punto che suscita la mia riflessione. La scelta duale degli individui che determina la crescita della specializzazione può comportare l’introduzione e la produzione di nuovi beni. Buchanan sottolinea che c’è “un mare di beni” suscettibili di sfruttamento attraverso l’ulteriore specializzazione. E afferma che questo potrebbe accrescere l’utilità di tutti i partecipanti, o almeno di alcuni senza perdita di utilità da indennizzare per altri. Per i casi in cui questo non avviene, egli mette in guardia rispetto agli interventi pubblici correttivi che potrebbero mancare il bersaglio in termini del criterio di Pareto. Ora è chiaro che l’introduzione di nuovi beni spesso ha un effetto di sostituzione rispetto ai vecchi. E le sofferenze delle categorie e dei ceti che vengono colpiti dalle grandi trasformazioni generate dalle diverse rivoluzioni industriali, che pur nell’aggregato vanno considerate positivamente, mettono in luce l’esistenza di un problema morale di non piccolo rilievo. Non mi sembra che Buchanan abbia voluto affrontarlo in questo scritto. Ma è un problema che sul terreno dei rapporti tra economia ed etica non può essere ignorato.

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