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La Filantropia: un affare per lo stato

di - 23 Luglio 2010
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È molto interessante vedere che cosa succederebbe se lo Stato avesse ammesso la detrazione delle donazioni in misura pari al 10% del reddito. Il reddito imponibile sarebbe 90 euro, che dunque darebbe un gettito di 45: identico a quello che gli rimane dopo aver finanziato le istituzioni culturali. Queste però avrebbero ricevuto 10 euro, anziché 5. E se lo Stato volesse fare concorrenza ai privati e dare alle istituzioni di cultura 10 euro, come fanno i filantropi, ahinoi, dovrebbe alzare al 20% la quota del gettito tributario da destinare alla cultura;

c) Dal punto di vista delle istituzioni di cultura. Ricevono dallo Stato 5 euro, anziché 10. Meglio di niente, come è ovvio. Ma sono soldi incerti, perché dipendono dal bilancio dello Stato e quindi come dall’andamento dell’economia, così dal complesso generale delle spese cui lo Stato va incontro. Sono soldi concessi, anno per anno, con tutto quel che questo concedere pubblico comporta.

Sennonché questo non basta. Il punto più insidioso e delicato è che le istituzioni di cultura non possono fare campagne di “fund raising”, come si dice. Non lo possono fare, per l’insuperabile ragione che nessuno vi ha vero interesse: una donazione costa il doppio dell’ammontare donato. Si possono fare certo piccole campagne, per raccogliere tante piccole donazioni. La convenienza è però dubbia, perché i costi lievitano, in misura più o meno inversamente proporzionale alla misura media della donazione cercata. Neppure ha un significato forte il rilancio dei programmi, perché per quanto vengano migliorati si scontrano sempre con l’ostacolo dell’indetraibilità fiscale delle donazioni.

4. La conclusione è relativamente semplice. È in gioco ormai la sopravvivenza di istituzioni di alta cultura, che dipendono finanziariamente quasi solo dallo Stato. È chiaro che in un periodo difficile come questo che stiamo vivendo la istituzioni di alta cultura sono l’anello debole della catena – ovvero, le più esposte al rischio di essere definanziate. Appare dunque necessario avviare un dibattito per riaffermare la dignità della nostra storica vocazione alla filantropia e farla rinascere, secondo lo spirito dei tempi. Occorre stimolare la concorrenza tra istituzioni nella ricerca del miglior prodotto da offrire sul mercato dei donatori; occorre far cadere il mito che lo Stato è l’unico soggetto titolato a distribuire risorse ad enti che producono beni difficilmente commerciabili come la ricerca e la cultura. Passo decisivo in questi sensi – concorrenza tra istituzioni, apertura del diritto a contribuire a chiunque abbia l’orgoglio di farlo – è introdurre il principio che le donazioni a favore di istituzioni di alta cultura sono fiscalmente detraibili.

Contributo collegato:

Una piccola, grande soddisfazione, di Filippo Satta –  mercoledì, 20 aprile 2011

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