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Intervento alla Tavola Rotonda “La questione ambientale”, Università di Roma La Sapienza, 15 gennaio 2010

di - 31 Marzo 2010
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Il reddito pro capite degli umani non era variato, se non di poco, sino al 1800. Malthus aveva teorizzato – molto correttamente con riferimento al passato – l’invarianza tendenziale del benessere materiale dell’umanità. Negli ultimi 200 anni il reddito medio dei cittadini del mondo si è invece moltiplicato per dieci, per una popolazione a propria volta moltiplicatasi per sei, da 1 miliardo a più di 6 miliardi di persone. Quindi, la produzione mondiale è aumentata di ben 60 volte. Tanto è stato capace di realizzare il sistema economico nel quale viviamo. In termini di efficienza, produttività, reddito, esistono i mezzi per risolvere il problema del vivere materiale dell’umanità, potenzialità prima assolutamente sconosciute. Ma la crescita pregiudica l’ambiente. È questa la contraddizione che vale approfondire.
Secondo alcuni studiosi, se il problema è la crescita, se l’inquinamento nasce dalla crescita, la soluzione consisterebbe nello smettere di crescere o meglio nel decrescere, “serenamente”.
Io penso che questa non sia la soluzione, e che non sia una soluzione praticabile. Anche assumendo che la fata morgana blocchi, e modifichi, la crescita del Pil e che il problema ambientale non si aggraverà ulteriormente, quest’ultimo è già molto grave, in più zone del mondo. Non bisogna solo smettere di inquinare smettendo di crescere. Si può percorrere a piedi il Gange, o quasi. Bisogna anche disinquinare.
Inoltre, la soluzione non è praticabile.
Un primo motivo è che il capitalismo non può non crescere. Una economia di mercato capitalistica stagnante – chimera che ha affaticato le migliori menti dopo Smith e Ricardo – è un ossimoro, una contraddizione in termini, un non-senso! Essa è per natura, per costruzione, per la sua logica interna una formidabile macchina orientata all’accumulazione del capitale, all’accrescimento della produzione.
Inoltre, se la crescita si arrestasse non si risolverebbero, anzi si aggraverebbero, gli altri due problemi, le altre due caratteristiche negative dell’economia di mercato. Il sistema non correggerebbe – addirittura accentuerebbe – la sperequazione distributiva, tra ricchi e poveri, all’interno delle singole economie e soprattutto tra le economie. Oggi c’è, tra la Norvegia, il paese più ricco del mondo, e il Nepal, il più povero, un rapporto di reddito medio pro capite di 70 a 1. Due secoli fa, all’inizio del capitalismo moderno, il rapporto tra il paese più ricco, a quell’epoca l’Olanda o l’Inghilterra, e il più povero, ancora il Nepal, era solo di 4 a 1. Gli statistici dispongono di misure della sperequazione distributiva – come gli indici di Gini e di Theil – le quali dicono che, negli ultimi 200 anni per il mondo nel suo complesso la sperequazione è molto cresciuta, del 30-50 per cento. Robin Hood non può esistere “tra” economie. Immaginare un sistema fiscale che trasferisca le risorse dall’economia norvegese a quella nepalese richiede una fantasia o un ottimismo della volontà davvero straordinari. La correzione delle discrepanze tra paesi può avvenire in un solo modo: con una crescita dei paesi arretrati più rapida di quella dei paesi ricchi.
Se non si può escludere la crescita, non foss’altro perché altrimenti il problema distributivo si acuirebbe, del pari in una economia di mercato capitalistica stagnante si inasprirebbe la instabilità. Un’economia in crescita è più stabile, sia dal punto di vista ciclico, sia da quello della stabilità dei prezzi, sia da quello dei mercati finanziari.
Ciò che è più importante, propendo a credere che solo la crescita può risolvere il problema che la terza “i” evoca. Solo la crescita, infatti, può esprimere le risorse necessarie ad applicare le tecnologie meno nocive per l’ambiente e capaci di riparare i danni ambientali già prodotti.
Esistono queste tecnologie? Sì, queste tecnologie esistono. Se esistono, in termini di “funzione di produzione” il problema è risolvibile. Ma questa è solo una condizione necessaria. Occorrono le risorse. Quante risorse servono per applicare nel mondo le tecnologie “amiche” dell’ambiente? Corrono cifre, da un lato spaventose, dall’altro ridicole. Secondo alcuni studi, un punto percentuale di Pil mondiale all’anno, per 40 anni, basterebbe a introdurre le tecnologie produttive rispettose dell’ambiente. L’un per cento l’anno del Pil mondiale – Pil che è pari a circa 60 mila miliardi di dollari – da un lato è una cifra enorme. D’altra parte, se l’economia mondiale dopo questa recessione ritrovasse un sentiero di crescita normale – 3 per cento l’anno, il tasso sperimentato fino al 2008 – l’un per cento può essere sostenuto, senza regressione nella soddisfazione dei bisogni d’ordine materiale dell’umanità, quale soluzione del problema ambientale.
Decisive diventano allora Politica e Istituzioni. Torniamo là da dove, con il professor Satta, eravamo partiti, al giuridico. Il problema è globale. Va affrontato nei fori nei quali la volontà, la coordinazione, la cooperazione internazionali possono esprimersi al meglio. I fori istituzionali vanno costruiti. Devono essere resi operanti.
È vasta la gamma degli incentivi e delle remore a cui si può far ricorso per cambiare la composizione del prodotto e i modi di produrre nelle direzioni non inquinanti. In più, naturalmente, vi è l’analisi della ricaduta delle misure che all’interno di ogni paese possono essere attuate. Per fare un solo esempio – senza escludere i divieti e le sanzioni, per i quali il diritto rimane lo strumento primario – va coltivata l’idea degli economisti neoclassici di sostituire al “meccanismo” inquinante un diverso meccanismo. Ad esempio, i permessi di inquinare, entro un limite prefissato, pagando un prezzo di mercato, se attecchissero, contribuirebbero a reintrodurre nel conto economico delle imprese le esternalità del danno ambientale.

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