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Intervento alla giornata di studio su Sergio Steve, promossa dalla Società italiana di economia pubblica, tenutasi a Roma presso l’Università di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Economia, il 27 febbraio 2009

di - 24 Aprile 2009
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Gli interessi comuni condivisi dai cittadini coesistono con quelli rivali individuali e di gruppo in posizione di estrema debolezza comparativa, e vengono da questi largamente spiazzati. La causa più riconosciuta e studiata di tale debolezza risiede nella natura e struttura degli incentivi. Gli incentivi all’azione individuale e alla cooperazione di gruppo concentrata e organizzata per il perseguimento degli interessi rivali sono molto forti, mentre quelli all’azione cooperativa per il perseguimento degli interessi condivisi diffusi dei cittadini in quanto tali sono deboli, spesso praticamente inesistenti, e molto più manipolabili dei primi attraverso la suggestione, la disinformazione e la diseducazione. Lo studio ‘scientifico’ di questa drammatica fenomenologia sociale è forse il vero leit-motiv qualificante del programma di ricerca della scienza delle finanze.
Ma la debolezza degli interessi comuni condivisi ha anche un’altra causa. Gli interessi, sia quelli contrapposti che quelli condivisi, hanno in comune il fatto di essere, appunto, interessi e non valori morali. In questo senso gli uni e gli altri rivendicano laicamente lo stesso, identico status morale, ossia nessuno. Nella mia frequentazione con Steve non ho mai rilevato in lui la minima traccia di quel moralismo deteriore e diffuso che tende ad attribuire agli interessi comuni condivisi una sorta di superiorità morale rispetto a quelli rivali contrapposti (penso in particolare a quel concentrato di ambiguità concettuale che va sotto il nome di ‘bene comune’, tanto caro ai predicatori di tutte le chiese). Anzi, mi ha sempre colpito la sua spassionata equiparazione, che ho imparato a riconoscere appunto come segno di autentica laicità, senza religione né ideologia. E tuttavia una diversità importante esiste, e non è morale, bensì più modestamente civile. Gli interessi rivali contrapposti dividono le persone, mentre quelli comuni condivisi, che sono tra l’altro infinitamente più numerosi, le uniscono. I primi deframmentano la società, mentre i secondi ne costituiscono il tessuto connettivo. La percezione che un individuo ha dei propri interessi rivali è antropologicamente spontanea e immediata. La sua percezione degli interessi che condivide con gli altri cittadini della comunità politica, e non solo della loro importanza, ma anche della loro stessa esistenza, è invece molto più carente, e spesso totalmente assente. Nella misura in cui l’esistenza stessa di tali interessi non viene debitamente compresa e apprezzata, neanche il più benevolente potere di governo e il più perfetto sistema di incentivi potrà mai assicurarne il soddisfacimento. La capacità di un individuo di percepire l’esistenza e importanza dei suoi interessi condivisi è certamente correlata con la sua capacità morale, ma prima, e indipendentemente da questa, essa è un fatto di ‘cultura’ e di educazione civile (in un senso non riduttivamente scolastico). Per imparare a percepire l’esistenza dei suoi interessi rivali un uomo non ha bisogno di una cultura ed educazione civile. Per imparare a percepire quella dei suoi interessi condivisi come cittadino esse sono invece necessarie. In questa prospettiva io ritengo di aver ereditato da Steve (e anche da altri, ma solo perché da lui già predisposto) la comprensione che la scienza delle finanze possiede una speciale dignità civile che la distingue – credo in maniera unica – da tutti gli altri rami dell’economia politica.
Chiudo con le forti parole di un altro maestro della materia. Per trasmettere un po’ di questa dignità civile agli ignari studenti di Tor Vergata sto provando – per la verità con scarsissimi risultati – a leggere loro durante il mio corso un drammatico passo tratto da un intervento di Stiglitz sulla nostra stampa all’indomani dell’11 settembre: ‘Dopo settimane dal terrore delle torri gli americani provano ancora un senso di ansia, non più provato dai giorni più bui della guerra fredda. […] Ma l’America ha ora sviluppato un maggiore senso di collettività e coesione sociale che ha portato a un riesame, atteso da troppo tempo, del ruolo del governo. Cresce la sensazione di aver smarrito la strada, di aver dato […] troppa importanza ai nostri interessi privati e troppo poca importanza agli interessi comuni. […] Alcune scelte delle amministrazioni Clinton e Bush sembrano ora particolarmente assurde. E’ stato insensato ‘privatizzare’ un’area vitale di interesse pubblico come la sicurezza negli aeroporti. I bassi salari corrisposti agli addetti alla sicurezza dalle società private che gestiscono il servizio hanno comportato un elevato turnover. Le compagnie aeree e gli aeroporti avranno anche avuto maggiori utili nel breve termine, ma come ben sappiamo, alla fine hanno perso, con nostro grande orrore, sia loro sia il popolo americano.

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