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Intervento alla giornata di studio su Sergio Steve, promossa dalla Società italiana di economia pubblica, tenutasi a Roma presso l’Università di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Economia, il 27 febbraio 2009

di - 24 Aprile 2009
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3. Indipendenza, responsabilità, etica laica

Io, come tutti o quasi i presenti, sono per formazione e mestiere un intellettuale. In una precedente occasione commemorativa ho già detto in quale senso profondo l’intellettuale Steve è stato per me un maestro di vita e di pensiero. Riprendo quei concetti per spiegarli meglio e svolgerne alcune implicazioni. Nel corso di tanti anni il dialogo a tutto campo con Steve mi ha educato a capire il senso profondo dell’accettazione e della pratica del primato assoluto della ragione critica nel lavoro intellettuale, ossia nella comprensione dei fatti del mondo. In particolare esso mi ha educato a capire che tale accettazione ha non soltanto una componente teoretica, bensì anche una componente morale, e che entrambe sono le due facce inseparabili di un unico modo di concepire l’esistenza. Accettare il primato assoluto della ragione critica nella comprensione del mondo significa accettare che questa può esclusivamente basarsi su, ed estendersi mediante, l’argomentazione razionale (la logica) e l’esperienza (i fatti). Dal punto di vista teoretico a ciò corrisponde una concezione del mondo assolutamente laica. La realtà della concezione laica è il mondo naturale, quello fisico della natura e quello psicologico, sociale e culturale della storia umana, perché è solo questa la realtà la cui comprensione può essere supportata, criticata, corretta, ed estesa, mediante l’argomentazione razionale e l’esperienza. Ma al fondamento teoretico di quella accettazione – la concezione laica del mondo – si accompagna in modo inscindibile un fondamento morale – un’etica laica, unica e inconfondibile. Accettare il primato assoluto della ragione critica, ossia avere fede nella sola ragione, impone a chi ha il coraggio e l’onore (perché di questi abbiamo bisogno) di accettarne anche pienamente tutte le implicazioni esistenziali una coscienza e un sentimento della propria e altrui indipendenza, e della propria responsabilità verso se stesso e verso i propri simili, di natura molto speciale. Sono l’indipendenza, la responsabilità e l’onore iscritti nell’accettazione di un mondo senza dio, senza speranze in un’altra vita, senza promesse di una giustizia finale. Dal magistero di Steve, e da quello di pochi altri uomini del presente e del passato (che non nomino perché questo incontro è dedicato a Steve e non a loro), ho ereditato il convincimento che questa etica laica, incompresa da chi la vilipende con la qualifica ottusa di relativismo, è in realtà infinitamente più forte e nobile di qualsiasi etica religiosa o ideologica.

4. La responsabilità dell’intellettuale verso se stesso. Il conflitto con il ‘wishful thinking’

Mi soffermo ora su alcune implicazioni di questa responsabilità, concernenti specificamente il lavoro intellettuale, e il suo posto nel sistema degli interessi della nostra vita. Il primato della ragione critica comporta la speciale responsabilità che l’esercizio del lavoro intellettuale non sia inquinato dal cedimento alla tentazione – subdola e potente – del ‘wishful thinking’. I contenuti del nostro lavoro culturale, di insegnamento e di ricerca devono essere dettati, nei limiti dell’umanamente possibile, esclusivamente dall’esercizio incondizionato della ragione critica, anche e specialmente quando così facendo essi risulterebbero difformi da quelli che avremmo giudicato più soddisfacenti, o ci avrebbero fatto più comodo, o ci avrebbero dato più ascolto, più consensi, più successo, più gratificazione personale. Questa è strettamente una responsabilità verso se stessi, ossia verso il proprio lavoro intellettuale. Nessuno sarà in grado di liberare interamente la sua riflessione da qualche componente di wishful thinking, perché siamo tutti condizionati, in ogni momento della nostra vita, da un’infinità di esperienze, passate e presenti, e di interessi di cui non abbiamo neanche piena consapevolezza. Ma proprio per questo l’intellettuale, lo studioso, lo scienziato deve, nel lavoro che svolge in tale sua veste, sentirsi per così dire sempre in trincea contro l’insidia del wishful thinking. Per l’intellettuale che si riconosce nella moralità del primato della ragione critica, quella di non soccombere al wishful thinking è una responsabilità morale grave, verso se stesso, e tanto più grave in quanto onorarla può essere ben più difficile e costoso di quanto si creda. Questo penso di aver ereditato da Steve.

5. La responsabilità dell’intellettuale verso gli altri. Il conflitto con gli interessi estranei

Per chi accetta il primato della ragione critica il suo rispetto deve anche costituire l’interesse prioritario perseguito nel proprio lavoro culturale, di insegnamento e di ricerca. Ognuno di noi vive immerso in una galassia di interessi, propri ed altrui, che, pur essendo in sé legittimi e rispettabili, sono comunque totalmente estranei all’imperativo della ragione critica. La speciale responsabilità morale cui mi riferisco esige – senza ammettere compromessi – che nello svolgimento del proprio lavoro intellettuale il rispetto della ragione critica abbia la priorità assoluta relativamente ad ogni altro interesse con cui tale lavoro intellettuale può entrare in relazione. Onorare questa responsabilità può apparire a prima vista un fatto scontato, ma non è così. Gli interessi personali, economici, di carriera, di prestigio, di auto-affermazione, che possono spingere a mettere il proprio lavoro intellettuale prima al loro servizio, e solo in secondo ordine al servizio della ragione critica, possono avere una forza enorme. E anche qui, la difficoltà e il costo di non cedere a una tale alterazione delle priorità possono essere alti. In punto di logica voglio sottolineare che la responsabilità precedente, quella relativa al wishful thinking, è distinta da questa seconda. La prima è una responsabilità dell’intellettuale verso se stesso, contro l’auto-inganno. Questa seconda è invece una responsabilità morale non solo verso se stessi, perché tale è sempre per definizione la responsabilità morale laica, ma anche e principalmente verso gli altri, perché il lavoro intellettuale ha un posto nella società. Ho ereditato da Steve il convincimento che il primato assoluto della ragione critica non è un interesse, ma un valore morale. Dunque non può mai, pena la sua auto-negazione, collocarsi al di sotto degli interessi, anche i più grandi o nobili, ma sempre e soltanto al di sopra di essi. Tale primato dei valori sugli interessi nella coscienza laica mi rimanda, oltre che a Steve, anche a Croce. Dopo la firma del Concordato tra lo Stato e la Chiesa egli si richiamò in Senato al detto famoso di Enrico IV di Francia con queste parole: ‘di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente di più di Parigi, perché è affare di coscienza’. Una messa, aggiungo io, appartiene alla vita morale, Parigi invece a quella non morale degli interessi, e dunque una messa dovrà sempre venire prima anche di Parigi.

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