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Perché l’urbanistica non può condividere la teoria del consumo di suolo zero

di - 26 luglio 2017
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Chi può essere favorevole a consumare, anzi, a sprecare una risorsa (anche se non propriamente limitata) quale il suolo o meglio, il territorio? Così come a rovinare il paesaggio o l’ambiente? Non certo l’urbanistica, la disciplina che cerca proprio di contemperare gli effetti spaziali di interessi economici contrapposti, espressi dalla società moderna. Ma ciò non significa condividere acriticamente la teoria del “consumo di suolo zero” e, ancor di più, i suoi esiti legislativi, e in particolare quelli regionali che sono già oggetto di contenzioso amministrativo con dubbi di costituzionalità sollevati dal Consiglio di Stato[1]. Vediamo perché.
Innanzitutto dobbiamo svelare una fake news: l’Unione Europea non ha approvato alcuna Direttiva che preveda l’obbligo del consumo di suolo zero al 2025, non ne avrebbe neanche le competenze. Ma ha elaborato alcuni studi[2] e atti di indirizzo[3] affinché gli Stati membri si adoperino per contenere l’antropizzazione del territorio e la sua impermeabilizzazione. E quindi non è certo questa la motivazione che può aver spinto il legislatore a promuovere i provvedimenti, sia statali che regionali in corso di discussione o approvati, ispirati da tale teoria. Ed è già da come si è sviluppato il dibattito parlamentare che ha accompagnato la formazione del DDL varato alla fine del 2016 dalla Camera[4], che si può comprendere come la questione si sia evoluta nel corso degli anni. Per capirne l’ispirazione basta confrontare il titolo attuale del DDL approvato, denominato “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” con quello originario del 2014, “Legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo”. A dimostrazione di come il provvedimento fosse originariamente totalmente dettato da interessi economici settoriali, legati al mondo agricolo. E solo successivamente i suoi contenuti sono stati estesi ad altri obiettivi, sostenuti dai settori ambientalisti teorici della c.d. “cementificazione” o, più precisamente, della rendita fondiaria urbana. Fenomeno che paradossalmente invece, come mi accingo a dimostrare, sarebbe alimentato proprio dall’applicazione delle legislazioni restrittive sulla crescita urbana.
Il contenuto a favore dell’agricoltura del resto è stato anche confermato dalla stessa Chiara Braga, relatrice al DDL varato alla Camera[5], che in una recente intervista[6] ha dichiarato: “Il testo licenziato dalla Camera si è posto l’obiettivo di determinare e fissare dei limiti quantitativi al consumo di nuovo suolo agricolo, coerentemente con gli obiettivi europei, traendo ispirazione anche dalla legislazione di altri paesi. Insieme a questa precisa finalità, la legge si basa su un secondo pilastro fondamentale: spingere l’acceleratore sui processi di riuso del suolo edificato o comunque già “consumato”.
La questione dell’uso del suolo, concetto diverso da quello di territorio, iniziò a essere studiata dagli esperti fin dagli anni ’80. Con lo scopo di classificare le tipologie di utilizzazione della crosta terrestre (il suolo) da parte dell’uomo. Ne conseguirono una serie di studi e di riflessioni sulle modalità di classificazione con riferimento ai fenomeni di antropizzazione che portarono, intorno agli anni ’90, alla costruzione del sistema Corine Land Cover[7]: la banca europea sull’uso biofisico del suolo che oramai ha quattro versioni: 1990, 2000, 2006 e 2012. Il metodo di classificazione e di rilevazione su cui si fonda tale banca dati, sebbene presenti ancora oggi molte approssimazioni dovute alle difficoltà tecniche delle interpretazioni e delle rilevazioni satellitari, costituisce comunque una fonte per gli studi che molte istituzioni utilizzano al fine di mettere a punto le proprie politiche. E una delle prime che si sono attivate sul tema è la FAO che già nel 1998 sviluppò il tema de “la couverture biophysique de la surface des terres émergées“. E iniziò a porre il problema, in chiave di lotta alla fame nei paesi sottosviluppati, della necessità di preservare e ampliare le porzioni di territorio fertile, coltivato o meno. Altri studiosi affrontarono il tema concentrandosi sulla distinzione tra suolo naturale e antropizzato, definendo delle sottoclassificazioni e partendo dalla constatazione che talvolta il suolo fosse solo apparentemente naturale in quanto oggetto, nel passato, di interventi umani. Altri invece svilupparono l’idea che il problema del consumo debba essere interpretato in termini di reversibilità, secondo l’idea, del tutto teorica, che sia più facile tornare al naturale dall’agricolo che dall’urbanizzato. Malgrado che la reversibilità (riciclo) sia oramai estesamente applicata dall’industria delle costruzioni essendo contemplata da tutte le vigenti norme sull’edilizia e sui relativi materiali.
Gli studiosi, a seconda della disciplina e dei punti di vista, hanno iniziato così a valutare le trasformazioni d’uso della crosta terrestre. E si sono applicati per fare le prime valutazioni su quanto l’uomo abbia trasformato, o stia trasformando, il territorio naturale in agricolo o urbano. Il tutto però col permanere di fortissimi limiti sui metodi di analisi e sui sistemi di rilevazione dello stato della crosta terrestre[8], che sono stati confutati da molti esperti.
Ma la questione ha comunque iniziato ad assumere una valenza politica sulla spinta degli studi agronomici, che un po’ in tutta Europa si sono concentrati però solo sulla trasformazione dei terreni agricoli in terreni urbanizzati. Così, progressivamente, si è consolidata la teoria del consumo di suolo come oggi la conosciamo. Per esempio in Francia nel 2014 nacque l’Observatoire National de Consommation des Espaces Agricoles (ONCEA), con l’obiettivo di contrastare l’espansione urbana a favore della preservazione dello spazio agricolo, che poi successivamente il Governo francese trasformò in OENAF, ovvero Observatoire des Espaces Naturels, Agricoles et Forestiers, estendendo l’interesse alle aree forestali. In Italia è l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che, con il suo rapporto annuale sul consumo di suolo, cerca di misurare i cambiamenti. Ma già nella premessa del Rapporto 2017[9], l’ISPRA denota la propria posizione, affermando: “Il consumo di suolo è un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o semi naturale. Il fenomeno si riferisce, quindi, a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative e infrastrutturali“. Anche in questo caso l’impostazione dello studio e, conseguentemente i risultati, si concentrano non tanto sulle modificazioni tra suolo naturale e antropizzato, ma sul fenomeno della crescita della città e in particolare delle loro aree periurbane (il c.d. sprawl) a discapito delle aree rurali, con il mal celato obiettivo di difendere il settore economico primario a discapito del secondario e del terziario, e assumendo connotati chiaramente ed esplicitamente contrari allo sviluppo spaziale delle città e, in quanto tali, pregiudizialmente anti urbani. Sviluppo che assume un’accezione negativa “a prescindere” dalle necessità specifiche territoriali e dalla corretta armonizzazione delle due componenti strutturali del territorio, quello naturale e quello antropizzato, in base all’opinabile criterio della reversibilità del territorio agricolo. Del resto le teorie anti urbane non sono una novità. Il passato ne è ricco, e la più nota è quella elaborata nel ‘700 dalla Fisiocrazia[10] (letteralmente “il dominio della natura”). Teoria economica che ebbe suo maggior esponente François Quesnay, che sosteneva che solo quella agricola fosse una economia sana, in quanto produttrice di un bene essenziale alla vita quale è il cibo. Posizione non molto distante tutto sommato e con le dovute differenze anche legate al contesto storico, da quella di molti attuali teorici del primato del settore agricolo, primo tra tutti il fondatore di Slow food, Carlo Petrini  [11]. Ma anche più recentemente  da varie fondazioni a favore della lotta alla fame nel modo, quale la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition[12], presieduta da Guido Barilla, o il Milan Center for Food Law and Policy[13] presieduto da Livia Pomodoro. E infine non si può non citare l’associazione People4Soil[14], costituita da Legambiente, e di cui fanno parte altre associazioni europee, con l’obiettivo di promuovere a livello europeo iniziative a favore del consumo di suolo zero.

Note

1.  Si tratta della Sentenza del TAR Lombardia n. 00047/2017 sull’applicazione dell’art. 5 della legge regionale della Lombardia 28 novembre 2014 n. 31 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato”, appellata dal Comune di Brescia e dall’ANCI al Consiglio di Stato che, pur accogliendo la richiesta di sospensiva, con l’ordinanza N. 01696/2017 avanza il sospetto di incostituzionalità della norma.

2.  Vedi: “Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo” Anno 2102 http://ec.europa.eu/environment/soil/pdf/guidelines/pub/soil_it.pdf
7° PAA – Programma generale di azione dell’Unione in materia di ambiente fino al 2020 “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” Anno 2013 http://ec.europa.eu/environment/pubs/pdf/factsheets/7eap/it.pdf

3.  Cfr: UE Decisione n. 1386 del 2013 di approvazione del 7° PAA http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32013D1386&from=IT

4.  Vedi: gli atti della Camera dei Deputati che hanno accompagnato la discussione il DDL
http://www.camera.it/leg17/126?tab=4&leg=17&idDocumento=2039&sede=&tipo=

5.  DDL N. 2039 approvato alla Camera dei deputati nel 2016 e attualmente in discussione al Senato http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/46877.pdf

6.  Il Giornale dell’Architettura 6 marzo 2017 “Intervista all’On. Chiara Braga, relatrice del DDL “Contenimento del consumo del suolo”
http://ilgiornaledellarchitettura.com/web/2017/03/06/consumo-di-suolo-prospettive-possibilita-e-obbiettivi-del-ddl/

7.  La banca dati è gestita all’interno del progetto europeo “Copernicus Land Monitoring Service”.
http://land.copernicus.eu/about http://land.copernicus.eu/pan-european/corine-land-cover

8.  Cfr: Marco Eramo “Quella sola del suolo” Il Foglio del 22 Febbraio 2015 http://www.ilfoglio.it/articoli/2015/02/22/news/quella-sola-del-suolo-81144/

9.  Cfr: Punto 2 della Premessa “Definizione di consumo di suolo e disegno di legge AS 2383″ Consumo di suolo, dinamiche territoriali  e servizi ecosistemici” ISPRA Anno 2017
http://www.isprambiente.gov.it/files2017/pubblicazioni/rapporto/RapportoConsumoSuolo2017_0615_web_light.pdf

10.  Vedi: Parte seconda CAP. III “Le grandi prese di posizione Quesnay e il movimento fisiocratico” in Pierre Dockès “Lo spazio nel pensiero economico dal XVI al XVIII secolo” Feltrinelli editore. Milano 1971

11.  Vedi: “Italia, record del cemento invasi tre milioni di ettari” di Carlo Petrini, La Repubblica 5 ottobre 2008. http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/ambiente/cemento-lungomare/record-cemento/record-cemento.html

12.  Vedi: https://www.barillacfn.com/it/

13.  Vedi: http://www.milanfoodlaw.org/?page_id=751&lang=en

14.  Vedi: https://www.people4soil.eu/it/about

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