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Per Marcello de Cecco

di - 15 marzo 2017
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Sono fra gli estimatori del professor de Cecco, che mi ha gratificato della sua amicizia. Abbiamo fatto tante “cose” insieme, non ultima la collana dei cosiddetti Economisti Abruzzesi, che molto ci divertì. La collana si è chiusa con Federico Caffè, come avevamo fin dall’avvio pensato. Ma Marcello ci sarebbe stato benissimo, insieme con Galiani, Ricci, Mattioli, Napoleoni.
Scavalca l’amicizia il ribadire l’ovvio: Marcello è stato uno dei più apprezzati, distinti, interessanti economisti italiani dell’ultimo mezzo secolo, uno studioso di riconosciuta caratura internazionale.
Un intellettuale fra storia ed economia”, è il titolo felice di questa sessione.
Semplificando, vi sono due modi di contribuire all’economia politica: il modo teorico e il modo empirico.
Il modo teorico è di pochissimi. Io li riducevo al “Settebello”: Smith, Ricardo, Marx, Walras, Schumpeter, Keynes, Sraffa. Marcello, che su di essi si era formato, aggiungeva, o sostituiva, qualcuno. Ma resta ristretto il manipolo di coloro a cui nell’alta teoria pura sono riservate le svolte alla Kuhn.
Il modo che per brevità definisco empirico attiene alla comprensione di specifici eventi, strutture, problemi da risolvere, della vita economica. Statistica, econometria, economia applicata, storia economica, politica economica appartengono a questo secondo modo.
L’abate Galiani pensava che teorizzare richiede solo un cervello fino, mentre decidere se la Napoli settecentesca debba avere una o due fabbriche di sapone impone di considerare un insieme quasi incommensurabile di elementi. Pantaleoni – il ”principe” degli economisti italiani (Sraffa), sempre abrasivo – pare abbia detto a un giovane Bresciani-Turroni: “Vedi, di gente che sa fare delle teorie ne troviamo quanti i sassi di questa strada, ma gente che capisca i fatti economici, quella è difficile trovarla”.
È mia discutibilissima impressione (ma forse anche di Marcello) che dopo Keynes, dopo Sraffa, sul piano dell’alta teoria vi siano stati importanti affinamenti dell’approccio neoclassico – diciamo, di Walras – ma non paradigmi radicalmente nuovi nel senso di Kuhn. Sono risultati preziosi, invece, i progressi di metodo e conoscitivi sul piano che abbiamo definito empirico.
Il presupposto della buona analisi è la padronanza critica delle teorie sviluppate da quel manipolo di giganti del pensiero moderno. Ma il successo analitico dipende poi dalla capacità dell’economista di ricondurre l’explanandum al contesto: cultura, istituzioni, politica, in una parola, storia.
Marcello, oltre a padroneggiare come pochi le opere dei giganti – e dei “minori” – era fra i più dotati nel condurre “quel dialogo tra fatti e teorie in cui dovrebbe consistere la scienza economica”, a cui richiamava Caffè. Era al suo meglio nel varcare i confini dell’economia, esplorare le ‘acque blu’ della interdisciplinarità, integrare economia e storia. Era orgoglioso di esser succeduto alla Normale a uno storico del calibro di Carlo Cipolla. I suoi scritti, con i contributi che offrono, confermano ad abundantiam questa sua tanto rara qualità.
Ma l’esempio che scelgo non è un saggio pubblicato. È l’intervento che, insieme con me, moderati dal Presidente Amato, egli fece alla Treccani il 22 marzo del 2011. Si può ancora ascoltarlo – meno di venti minuti – su Radioradicale, benemerita. Tema: l’economia italiana nei 150 anni dall’Unità, che allora si celebrarono.
Esordì citando a memoria il conte Pecchio (1829), economista ma anche esule patriota: “L’economia pubblica è per così dire la scienza dell’amor patrio”. Di rado – affermò, corrosivo – tale amore l’hanno nutrito i ricchi, che in Italia ci sono sempre stati, dato il “Gini” sempre alto. Culturalmente questo ceto “giuocava all’italianità quando gli conveniva”. Esportava o importava capitali esterovestiti, sulla scia del ciclo internazionale. Politicamente, smise di attizzare il brigantaggio solo quando fu certo che la riforma agraria proposta da Garibaldi non si sarebbe fatta.
I poveri, i lavoratori, ricordava ancora de Cecco, hanno sofferto, sono emigrati a milioni, hanno schiumato sangue zappando le terre dello zucchero del Brasile. Hanno dato rimesse in valuta al Paese. Sulle rimesse si fondò la tenuta della bilancia dei pagamenti nella crescita giolittiana e nel “miracolo” degli anni 1950. Lo sappiamo da abruzzesi, disse coinvolgendomi. Quando il centro del mondo economicamente si espandeva, l’Italia seguiva. Quando il centro rallentava, per la periferia italiana era crisi pesante. Con Menichella – Marcello lo teneva in grande stima, più di Einaudi, più di Carli – andò meglio, quasi bene.
Indipendentemente dal resto del mondo, dall’Europa, dall’Euro, per cause tutte interne alla società italiana, dal 1992 siamo sprofondati nel ristagno della produttività delle imprese e nel vuoto della domanda effettiva. Marcello, quella sera, puntò il dito su due carenze strutturali, storiche: i capitalisti e la finanza del Paese.
I capitalisti italiani – argomentò – non “sposano” indissolubilmente l’impresa, spesso piccolissima. Pensano prima o poi di venderla. Diventano rentier. Come i “cafoni” del Sud – che tuttavia hanno ben altre ragioni – tendono ad avere eredi non imprenditori, ma “dottori”, professionisti. Quindi – eccezioni a parte – non perseguono il profitto attraverso l’investimento, l’innovazione, il progresso tecnico in un orizzonte di lungo periodo, nell’arco di generazioni.
Per parte loro, a differenza di quelle tedesche, le banche italiane non hanno insegnato agli imprenditori a fare impresa vera, a cercare il nuovo, financo a pagare le tasse. Marcello citò l’esperienza vissuta in un’antica banca toscana. Troppi soldi si elargivano ad aziende piccole, e in multiaffidamento: “La Comit partecipa? Se sì, diamo anche noi il 10 per cento del fido”, senza valutare il merito di credito, soprattutto l’attitudine alla produttività.
E l’Italia economica, e politica, si è da vent’anni fermata. Anzi, regredisce, come nella decadenza rinascimentale studiata da Cipolla. È tornato indietro persino il nostro Abruzzo, lamentò Marcello. L’Abruzzo, che da regione più povera d’Italia – come stimato da Fenoaltea – con nostro orgoglio si era sollevato dalla miseria.
Alcuni economisti, devo dire la Banca d’Italia di Fazio, avevano anteveduto il declino, sollecitato risposte: dalle imprese, dal Governo. Oggi tutti lo ammettono, ma nessuno fa i sacrifici necessari a sventare il declino. La storia nuova della Penisola era cominciata con Bonaparte: “E che, aspettiamo un altro Napoleone ?” concluse de Cecco.
Straordinario Marcello. Ci manca, ci mancherà: per l’acume, l’originalità, l’erudizione, la brillantezza dell’economista, ma anche per il suo nazionalismo per nulla provinciale, cosmopolìta, da cittadino del mondo. L’economia politica è amor di patria.


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